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Il focus. Bitcoin, la moneta che brucia energia: le transazioni consumano più di cinque regioni

bitcoin

E queste sono ipotesi ottimistiche secondo Antoine Arel, co. Fondatore della Selectra, che conclude con una domanda che sa di retorico: “Dal punto di vista ambientale ed energetico, il sistema Bitcoin è in grado di sopportare la sua crescita?”.

di Raffaele Vitali

FERMO – Bitcoin, una delle parole più usate negli ultimi mesi. Tra le funzioni che ha avuto storicamente la moneta, dal mezzo di scambio all’unità di conto all’essere riserva di valore: “Molti considerano il Bitcoin, perlomeno nella versione in cui si è sviluppato fino ad oggi, assimilabile all'oro. Non di rado viene definito “oro digitale”. È un mezzo di scambio in quanto, dicono gli esperti, l'aspettativa/fiducia sulla possibilità di utilizzare il Bitcoin in altri scambi è legata alle sue caratteristiche intrinseche: scarsità, fungibilità, incorruttibilità, omogeneità. Caratteristiche che, a differenza dell'oro “vero”, sono garantite dalla tecnologia su cui si basa. Essenzialmente la blockchain” spiega il Sole 24 Ore.

Attraverso uno studio dell’azienda Selectra, tra i leader europei nel campo energetico, la criptovaluta elettronica, cresciuta di 14 volte in valore nel 2017 prima di un improvviso crollo, viene analizzata da un punto di vista differente: quello del quanto si consuma per usarla. “Alla base della produzione dei bitcoin c'è il mining, un complesso processo che consente di generare nuove criptovalute e di accrescere il proprio portafoglio virtuale. Questa attività di mining, però, implica un'elevata potenza di calcolo che comporta anche un alto dispendio energetico all’interno delle server farm, le fabbriche informatiche che generano il bitcoin” spiega la Selectra. Alto consumo energetico. Per questo motivo in molti hanno puntato il dito contro questa moneta elettronica, accusandola di consumare più elettricità che molti paesi del mondo, come il Marocco o l’Irlanda, e di avere, quindi, un impatto ambientale poco sostenibile.

“Per poter generare bitcoin, il server deve avere un’elevatissima capacità di calcolo, caratterizzata dall’hashrate. L’hashrate misura la potenza di calcolo delle macchine usate per minare bitcoin. Il profitto atteso è direttamente proporzionale all’hashrate: più il calcolatore è potente, maggiore sarà la sua capacità di risolvere i calcoli necessari a creare i blocchi e quindi il profitto”. Partendo da questa premessa Selectra ha analizzato, seguendo quattro step, il mondo virtuale: l’hashrate totale della rete, misurato in hash per secondo; la potenza elettrica dell’Antminer S9; la potenza di calcolo dell’Antminer S9, il calcolatore più moderno ed efficiente sul mercato; il numero di transazioni effettuate giornalmente. Con questi valori è stato possibile stimare il consumo energetico totale della rete ogni anno e il consumo unitario relativo a ciascuna transazione. 

“I risultati della ricerca hanno messo in luce che l’utilizzo dei bitcoin in tutto il mondo richiede ogni secondo una potenza elettrica di quasi 1,5 miliardi di Watt, ed un dispendio annuale di ben 13 TWh, corrispondenti alla metà della quantità di energia utilizzata dall’Irlanda, il cui consumo energetico è di circa 26 TWh all'anno, e paragonabile alla somma dei consumi di alcune regioni italiane, come Calabria (circa 5 TWh), Umbria (circa 5 TWh), Basilicata (circa 2,5 TWh)  e Molise (circa 1,5 TWh). Al livello della singola transazione, è emerso che ad ogni transazione in bitcoin corrisponde un consumo di 100 kWh, l’equivalente di quasi 2 settimane di consumo elettrico di una famiglia-tipo italiana”.

E queste sono ipotesi ottimistiche secondo Antoine Arel, co. Fondatore della Selectra, che conclude con una domanda che sa di retorico: “Dal punto di vista ambientale ed energetico, il sistema Bitcoin è in grado di sopportare la sua crescita?”.

Raffaele Vitali

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