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Fermo - Argentina: è amore. Le scarpe sono il futuro. "Portare marchi italiani a produrre in America Latina"

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Fermo apre le sue porte ai colori biancoazzurri: “La nostra città ha forti legami, consolidati nel 1990 con un gemellaggio con Bahia Blanca. Fu il primo delle Marche con luoghi argentini".

FERMO – Italia e Argentina si uniscono a Fermo con la presenza dell’Ambasciatore Tomas Ferrari. “Le relazioni tra i nostri due Paesi sono forti. Una amicizia costruita nella storia, con l’Argentina che ha accolto molti italiani in cerca di lavoro. Oggi l’Italia invece è l’Italia che accoglie chi cerca un futuro migliore” esordisce il prefetto di Fermo, Mara Di Lullo che auspica importanti accordi per favorire il manifatturiero marchigiano.

Fermo apre le sue porte ai colori biancoazzurri: “La nostra città ha forti legami, consolidati nel 1990 con un gemellaggio con Bahia Blanca. Fu il primo delle Marche con luoghi argentini. Siamo orgogliosi di questo percorso che a ottobre ci porterà a partecipare a un incontro a Bahia Blanca sul teatro per ragazzi. Ma non ci fermiamo qui, perché siamo coinvolti in un progetto dell’Avis per lo sviluppo della donazione del sangue in Argentina che vuole conoscere le nostre best practice” prosegue il sindaco Paolo Calcinaro.

“Dentro la camera di commercio oggi non si incrociano solo le imprese con l’Argentina, ma anche bellezze artistiche e paesaggio che il presidente di Battista offre nella sua completezza agli ospiti” ribadisce la presidente della Provincia Moira Canigola prima id lasciare la parola all’assessore Regionale Manuela Bora: “Stiamo organizzando per il prossimo anno un forum internazionale tra le Pmi legato al calzaturiero, alle energie rinnovabili e al mobile, tre settori di grande interesse in Argentina. C’è una grande amicizia tra le Marche e il suo Paese” prosegue l’assessora.

Marcelo Gilardoni, ministro plenipotenziario, è stato il tramite di Graziano Di Battista che illustra il sistema economico: 23mila aziende nel fermano, di cui 2700 calzaturiere. Se a queste si aggiunge l’indotto si arriva a 3700 imprese e 20mila occupati nel solo distretto fermano- maceratese. “realtà dinamiche che investono nel mondo e che vedono nell’Argentina, terra con un’alta percentuale di italiani, si possa collaborare in maniera ottimale”.

Perché è venuto a Fermo l’ambasciatore Ferrari lo spiega in poche parole: “Siamo qui per imparare da voi, per chiedere come è strutturato questo distretto e per raccontarvi il mio Paese”. L’Argentina due settimane fa è stata visitata da Sergio Mattarella: “Erano 16 anni che non veniva un Presidente e pensare che l’Argentina è il Paese più italiano all’estero. Questo perché il nostro nuovo Governo, guidato da un italo argentino di origini calabresi, ha cambiato la politica: vuole una Argentina aperta al mondo”.

Inflazione alta, economia che zoppica e cinque anni di recessione “ma quest’anno cresceremo del 2%”. Il 30% della popolazione è povera: “Il piano economico prevede un taglio dell’inflazione e della disoccupazione. In un anno e mezzo dall’arrivo di Macrì stiamo vedendo i risultati. Anche noi affrontiamo la minaccia cinese, principalmente nel tessile e nel calzaturiero, che per noi sono due settori importanti che si sono sviluppati proprio pensando ai tanti italiani nel Paese” spiega l’Ambasciatore. L’industria calzaturiera in Argentina soffre: “Abbiamo un costo del lavoro più alto, ci siamo aperti al mercato e quindi stiamo perdendo posti di lavoro”. Questo il quadro economico: produzione da 150milioni di paia di scarpe. Impor:30% dal brasile, 27% dal Vietnam, 23% dalla Cina, 16% da Indonesia. Export in Uruguay, Brasile, Paraguay e Cile. “Durante l’ultimo anno e mezzo abbiamo perso 10% di posti di lavoro e stiamo perdendo competitività”.

A fronte di questa situazione, la richiesta: “Sappiamo che siete leder nel calzaturiero, che soffrite lo stesso problema, in particolare con l’avanzata dell’Oriente. Ma qui avete Tod’s e Ferragamo, continuate ad esportare e lo fate con grandi numeri. Vogliamo imparare per far crescere la nostra economia”. Restano interdetti gli imprenditori, che poi prendono la parola e cercando il lato buono della situazione. Apre Enrico Ciccola, presidente sezione calzature di Confindustria: “Siamo impegnati a cercare di capire come difendere la competitività, come difendere il know how che ha creato il fascino del made in Italy. La globalizzazione sta valutando il lavoro dei nostri dipendenti, che costano 20 euro all’ora, quando in alcuni paesi costano 200 euro al mese. Da qui la nostra battaglia per la difesa del marchio di origine. Oggi produciamo 181milioni di paia di scarpe, contro i 15miliardi che vengono prodotte nel mondo. Questo significa che le potenzialità ci sono, anche a livello di collaborazione tra i vostri produttori e le nostre capacità”.

Grandi marchi nel Fermano, ma anche piccoli artigiani che crescono nei garage, come spiega Paolo Silenzi, Cna: “Ci sono imprese con meno di dieci dipendenti che sono diventate il riferimento per il made in Italy. Ma ora da sole non possono più competere, perché l’individualismo che ci ha affermato oggi è diventato nanismo. Siamo pronti a un interscambio di know how con voi”. Dall’Argentina arrivano materie prima, già oggi, ma c’è anche chi produce all’estero. “L’artigianato rappresenta il 98% delle attività produttive in Italia. Siamo dei nani, ma se nelle Marche ci sono 150mila imprese sotto i 10 dipendenti non possiamo immaginare un quadro medio grande che non esiste” sottolinea Paolo Tappatà.

Prende la parola di un produttore di pellami, Paccapelo, in sintonia con Piergallini, presidente Claai: “A noi interessa il vostro export. Potremmo noi vendervi scarpe e tecnologia e prendere le pelli che sono le più belle al mondo. Noi non abbiamo allevamenti per il pellame necessario per scarpe, abbigliamento e borse: per cui il fashion dell’Italia ha bisogno dei produttori di materie prime, come l’Argentina. O come l’Iran con cui sto iniziando a lavorare”. L’ulteriore collaborazione la lancia Ciccola e la riprende Silenzi: “Potremmo trovare marchi delle nostre aziende affermati, nomi italiani, per farli collaborare con calzaturieri argentini per produrre in Argentina con un marchio italiano. Daremmo valore alla produzione locale. E poi magari alzeremo la fascia in base al risultato. Se manteniamo il ruolo dell’Italia, le collaborazioni cresceranno”. Del resto, prosegue Silenzi: Quelli sono mercati persi, dobbiamo rientrare e portare il nostro know how e tecnologia”.

Incassa l’apertura l’ambasciatore: “Una collaborazione con un marchio italiano per noi è importante, potrebbe spingerci a esportare con l’America del Sud. Con questa linea possiamo funzionare”.

@raffaelevitali

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