La domenica dei negozi. Politecnica: 'Non sono aumentati i consumi'. Le associazioni: 'Decisioni terrritoriali'

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Cgil, Cisl e Uil: "L’individuazione di limiti massimi disciplinati da un decreto legislativo e rimodulati dalla legislazione regionale è sicuramente la via da percorrere, ma la riforma degli orari commerciali non può prescindere dal coinvolgimento preventivo delle associazioni sindacali".

Aperti o chiusi? Aperti sempre o solo qualche volta? Grandi o piccoli? La discussione sulla decisione del Governo di modificare l’articolo 31 del Decreto Monti fa discutere ogni livello cittadino. Dal chi va a fare la spesa al negoziante passando per le associazioni di categoria.

“Se l’abrogazione dell’articolo che ha dato i natali alle aperture “no stop”, domeniche e feste incluse, dopo una sperimentazione più che fallimentare, risulta essere un atto dovuto e scontato, l’idea delle aperture a scacchiera per garantire comunque “un servizio” ai consumatori è fuorviante e concettualmente errata. Il rischio è infatti quello di considerare    l’acquisto di beni di consumo, perfettamente differibili alla giornata di sabato, come un servizio minimo essenziale. L’individuazione di limiti massimi disciplinati da un decreto legislativo e rimodulati dalla legislazione regionale è sicuramente la via da percorrere, ma la riforma degli orari commerciali non può prescindere dal coinvolgimento preventivo delle associazioni sindacali, protagoniste della stagione dei confronti normati dalle stesse leggi regionali” sottolineano compatti i sindacati confederali della Regione Marche.

Posizione più complessa quella invece della Confcommercio, che ha presentato un suo studio supportata dal professor Gregori della Politecnica delle Marche. “Studiamo da anni – ha sottolineato il prorettore - gli effetti dei provvedimenti governativi. Abbiamo già dimostrato che c’è una saturazione commerciale della grande distribuzione e spiegato come le liberalizzazioni di Monti non abbiano portato gli effetti annunciati, in particolare aumento dell’occupazione e del Pil. Ora siamo di fronte ad un altro potenziale cambiamento epocale”. Che va però affrontato in maniera più scientifica che ideologica. “Dobbiamo partire dai territori (punto in comune con i sindacati, ndr) e intervenire con logica e buon senso sulle caratteristiche di ogni zona per programmare la distribuzione e la commercializzazione dei prodotti tenendo conto che il nostro Paese è tra quelli maggiormente liberisti”. Bisogna partire dai 3-4 milioni di lavoratori che domenicalmente sono occupati.

Il piano che la Regione Marche vorrebbe la reintroduzione di orari di apertura/chiusura, obbligo della mezza giornata di chiusura infrasettimanale, apertura in deroga per 12 giornate l’anno. Insomma, ognuno ha una idea. E la Confcommercio Marche non vuole far mancare la propria proposta: “La nostra idea – spiega il direttore Massimiliano Polacco –, va un po’ al di sopra delle altre e parte da un’idea di fondo condivisibile di bloccare alcune domeniche nel corso dell’anno, una scelta che ci permetterebbe di risolvere anche alcuni problemi di confine. Bisogna evitare certi errori del passato come la definizione di economia turistica mentre è necessaria una programmazione annuale che ci permetta volta per volta di definire dei parametri sulla base di una situazione di contingenza e ci permetta di sviluppare al meglio e organicamente il nostro territorio”.

r.vit.