09192017Mar
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Finte unioni, ma soldi (pubblici) spesi veri

raffondinosorriso

* Siamo nell'epoca in cui il povero D'Artagnan si sarebbe probabilmente comperato un iPod, si sarebbe messo le cuffie e tanti saluti al mondo esterno. Perché il suo “tutti per uno, uno per tutti” mai come oggi viene violentato dalla realtà.

Finte Unioni, come quella della Valdaso, dove finiti i soldi è finito l'amore: si è cominciato rinunciando alla polizia municipale comune, si prosegue in altri settori, con la Ragioneria mai decollata. Per non parlare della totale incapacità di fare promozione unica.

Altro aspetto, targato Fermo, è il roboante progetto promozionale chiamato ‘Fermo medievale e i suoi castelli’. Presentato poco più di un anno fa, si parlava di mettere in rete tutte le rievocazioni storiche per una promozione comune in cerca di quella immagine, di quell'idea di quel turismo che il territorio avrebbe bisogno di agganciare. Tanti soldi investiti dal Gal in questo progetto rimasto un incontro alla Sala dei Ritratti e poco più. Soldi spesi obbligatoriamente, scadevano tempi, e poi non trasformati in realtà.

Unione fallata anche quella che coinvolge la politica sui tavoli dell'associazionismo, attorno a quello della Provincia, svuotata delle sue funzioni ma ancora in teoria esistente, attorno alla scrivania di Marca Fermana, che è viva ma non è viva e che qualcuno vorrebbe affondare senza capire che tra i tanti carrozzoni è l'unico su cui investire perché progetto in cui si legava pubblico e privato, ma soprattutto si parlava di turismo. Che è l'ultima frontiera di rilancio di un territorio ferito, con le aziende in crisi, con la cassa integrazione che cresce con il bisogno assoluto di dire non siamo solo scarpe. Perché purtroppo nessuno sta riuscendo a dare un calcio alla crisi.

Finte unioni quindi, ma adesso vedrete che ci penserà l'Europa con i suoi soldi: qualche altro progetto scenico, come quello messo in piedi con l'Ecomuseo, con pseudo percorsi ciclopedonali, pseudo relazioni storiche, pseudo itinerari gastronomici, promossa non si sa come se non un festival di cucina. E anche qui il fallimento, con un primo comune che è uscito dalla struttura e altri pronti ad andarsene perché insoddisfatti della gestione di oltre €100000 che la Regione ha stanziato per un qualcosa di intangibile che avrebbe dovuto tramite le parole, tramite il web trasformare il territorio fermano in un territorio del mondo. Peccato che andando sul sito gli eventi siano fermi a 2 anni.

Fine unioni, insomma, ma soldi veri spesi. E quasi sempre pubblici, quasi sempre con un ritorno finito nelle mani di pochi, ma purtroppo non sempre buoni.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


Tre arresti e un morto: la piccola provincia è davvero malata

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Tre arresti, un morto, un ecosistema modificato dal suo interno. Questo resta a Fermo dopo sei mesi di bombe, insulti razzisti e indagini. Difficile guardare avanti con serenità. Di certo non lo faranno gli inquirenti. Perché la partita non è finita. C’è un odio che cova all’interno del cuore della piccola provincia manifatturiera. Un odio che il buono e il sistema fatto di integrazione e condivisione della ricchezza, che cala ogni giorno, ha saputo bloccare. Ma come un vulcano, ogni tanto erutta. E in questo caso ha lasciato per terra il corpo di un giovane nigeriano e cinque portoni di chiese scheggiati da chiodi e polvere pirica.

Pensare che con la scoperta dei responsabili, presunti fino all’eventuale condanna, cancelli tutto con un colpo di spugna, sarebbe il grande errore. Chi è stato fermato, prima Mancini, poi Paniconi e Bordoni, non sono considerati così colti da avere una idea politica che possa far pensare alle classiche categorie di fascismo e anarchia. Ma sono stati abbastanza determinati da agire, chi con parole e mani, chi con le bombe.

Sono figli di un sistema malato? Chi ha il ‘potere’ deve dare una risposta a questa domanda e deve trovare la soluzione in modo che il nome di Fermo si riabiliti con fatti concreti, progetti culturali e di integrazione, momenti di confronto tra il tifo e la società civile, tra la chiesa e chi la circonda, di ascolto, ben vengano gli incontri nelle scuole, e di analisi del problema, a cominciare dall’impatto economico della povertà e dell’emarginazione sulla vita quotidiana. Questo sarà affrontare tre arresti e un morto in pochi mesi, frutto di violenza e di folli propositi. Magari legati all’ignoranza più che alla consapevolezza del gesto. 

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Solo gli stolti non cambiano idea

Da Emmanuel ad Amedeo passando per don Vinicio: il Fermano prova a ricostruire l'immagine.

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Sarebbe bello se bastasse un colpo di pennello, magari di Trotti o Rubens, protagonisti delle mostre estive, a cambiare il quadro disegnato attorno a Fermo.

Sarebbe bello se bastassero i tamburi della Cavalcata a coprire le parole dette da Amedeo Mancini a Emmanuel. Parole diventate scontro mortale.

Sarebbe bello se il belvedere mostrasse un Fermano compatto e accogliente e non il suo lato oscuro fatto di ‘non sono razzista, ma…’.

Sarebbe bello che nessuno mettesse in discussione l’incipit di una tragedia per cercare di trasformare l’insulto razzista in un normale epiteto da bar.

Sarebbe bello che la ricostruzione giudiziaria fosse fatta in tribunale e non in indiscrezioni da interrogatori confermati e smentiti in base alla testata giornalistica che scrive.

Sarebbe bello che non si trasformasse quello che da 50 anni è simbolo di diritti, di valori, di battaglie sociali, ovvero don Vinicio, in un uomo nero da estirpare.

Sarebbe bello che don Vinicio, dopo avere svegliato la città con le sue dure parole, passasse alla preghiera, che ha nel suo Dna il perdono ma anche la giustizia togliendo così a chi critica la leggenda del ‘don contro il vescovo’.

Sarebbe bello che il Fermano per cambiare il quadro che ha aiutato a disegnare non prendesse una tela nuova, ma con pazienza disegnasse fiori e oggetti colorati. Simbolo di tolleranza, simbolo di diversità, simbolo di Capodarco, quella comunità che qualcuno attaccando don Vinicio vuole coprire con una pennellata di nero.

Sarebbe bello, ma non sarà. Perché il Fermano nel giorno di lutto ha scelto la musica al silenzio, ha scelto la polemica politica alla riflessione sociologica, ha scelto la denigrazione, come si faceva con don Puglisi, all’analisi dei fatti, ha scelto la giustizia di piazza a quella del tribunale. Ma siccome solo gli stolti non cambiano idea…c’è speranza.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Bianco e nero, Dio e Stato, condanna e perdono

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“I disperati non sono loro, ma noi”. “Dio è in chi è in difficoltà, anche nel migrante che tutti vogliono cacciare”. “Non si chiama una persona con il nome di bestia”. Tre frasi, tre figure diverse della stessa Chiesa: l’arcivescovo Luigi Conti, Papa Francesco e don Vinicio Albanesi.

Parole che risuonano dopo il funerale di Emmanuel. Una cerimonia lunga in cui chi doveva esserci c’era. C’era tutta la curia di Fermo, ferita da mesi di bombe. C’era la politica, quella che non può che condannare un episodio partito da un insulto razzista e che deve fare il mea culpa per il proprio linguaggio. C’era, meno di quanto attesa, Fermo.

È divisa la città. “E divisi si muore” ha ricordato Conti. Divisa da quanto accaduto perché la battaglia per la giustizia è stata annebbiata dall’odio reciproco. Quello di chi si definisce antifascista e vede in Mancini il male assoluto. Quello di chi si definisce italiano ed è stanco di ospitare immigrati.

Il funerale monsignor Conti lo immaginava diverso, lo voleva sereno, pieno di dolore, ma carico di speranza. Don Vinicio invece lo ha voluto carico di contenuti, di parole, di urla e applausi. In mezzo c’è Chinyere, vedova inconsolabile. In mezzo resta Amedeo Mancini, l’innominato durante il funerale. Non una parola di perdono, tranne un veloce “è vittima anche lui”, quasi che Gesù, più volte nominato, dalla croce non avesse chiesto perdono per chi lo circondava.

Forse è questo che divide Fermo dalla sua Chiesa che sta guidando una battaglia di civiltà che, visto lo spiegamento di forze, dovrebbe spettare in primis alla politica. Alfano, Boldrini, Boschi, Kyenge sono gli alfieri dell’antirazzismo, del no alla violenza, del controllo del corretto iter giudiziario. La Chiesa invece deve decidere la sua linea: se è quella dell’arcivescovo, che unisce e prova a placare gli animi, o quella di don Vinicio, che non abbassa i toni perché teme che chi dovrebbe non farà il suo dovere.

Poi, per fortuna, ci sono gli altri profughi che durante il funerale hanno dato una lezione a tutti. Ma proprio tutti. Ricordando, dentro una chiesa, che è Dio a decidere della vita di ognuno. E a Dio bisogna affidarsi, per chi ha fede. Alla Giustizia per chi crede nello Stato civile. Alla politica per chi vuole una cultura diversa, che magari eviti ad altri giovani di crescere con principi sbagliati, in luoghi divisori e non di integrazione.

E comunque: no al razzismo, no a chi insulta l’altro per il colore della sua pelle, no a chi vuole sminuire, no a chi ha già fatto il processo. Forse basterebbe dire questo. Tutti.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

La retorica della piccola provincia razzista

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Avviso ai naviganti della rete e ai visitatori per lavoro del Girfalco: Fermo non è un borgo stantio, non è un paesino perso in mezzo al campo di grano, non è un angolo tra sassi e capre e non è neppure il luogo dove la sera si gioca a briscola bevendo grappa e parlando solo di Segreto o del Mein Kampf. Ecco, questa che viene descritta e che state leggendo, anche in molto articoli, non è la vera Fermo.

Le parole hanno un peso, come le immagini che si costruiscono attorno a un luogo. Fermo non è una città razzista e neppure con una destra strutturata. Ha qualche frangia di Casa Pound, ma poco altro. Non ci sono leghisti duri e puri, come dimostra la rappresentante più alta in grado, la consigliera Marzia Malaigia maestra e paladina dell’integrazione. Non ha neppure gli antagonisti, quelli che organizzano manifestazioni armati di molotov e bastoni. Fermo è un capoluogo di provincia, eh sì, ha voluto esserlo e c’è diventata con la forza dei numeri e di un Pil che fino alla frenata Russa cresceva molto più che nel resto d’Italia, con chicche architettoniche che nelle metropoli si sognano, con scrittori e pittori di primo piano, addirittura con filosofi.

Questa è Fermo, non l’angolo dimenticato dove cresce il razzismo. Fermo è una città, come tante altre, che ha cittadini intelligenti e cittadini delinquenti. Ma se c’è una cosa che Fermo sta cercando di superare è proprio il suo essere piccola che l’ha reclusa in un angolo per la miopia di alcuni media, che neppure sanno che mister Tod’s è fermano. Quelli che oggi la tacciano di provincia malata di localismo, quando invece è solo uno dei tanti luoghi splendidi che vengono alla ribalta solo per il negativo e non per quel ‘saper fare’ che mezzo mondo le invidia. Perché è questo che serve per far vendere un giornale o per attaccare un cittadino al televisore. Serve il sangue, non la Cavalcata dell’Assunta che rappresenta l’Italia di fronte al mondo della cultura a Milano o l’adorazione dei pastori del Rubens, dipinto a Fermo perché a Fermo Rubens aveva trovato tutto. Nel bene e nel male.

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La tragica lezione di Emmanuel

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Chissà chi riceverà uno dei cinque organi di Emmanuel, il giovane nigeriano barbaramente ucciso dopo un pestaggio a due passi da piazza del Popolo a Fermo. Magari lo riceverà un ariano puro, di quelli che credono che ci sia ancora la superiorità della razza. Magari un cinese, giallo e con gli occhi a mandorla che lavora in un sottoscala. Magari un africano, più nero ancora di lui, che ha superato la violenza del suo paese. Magari un italiano, di quelli che portano i vestiti alla Caritas. Magari, semplicemente, una persona.

Non lo saprà nessuno di loro chi gli ha donato un organo, ma lo saprà Emmanuel, che guarda già tutti dall’alto, e lo saprà sua moglie che ha dato l’ok assieme a don Vinicio all’espianto di organi. Il suo corpo, maciullato in un pomeriggio di luglio, è diventato prezioso. Improvvisamente anche chi vedeva in lui un nero da gettare in mare, una ‘scimmia’ da sbeffeggiare fino a ucciderla, ora avrà di fronte il suo sorriso, quello che da vivo riservava alla sua compagna, alla donna con cui, spinti dal reciproco amore, ha superato violenze, stupri, botte e onde del mare.

Sorriderà Emmanuel pensando a noi, quaggiù, schiacciati dalla colpa di non aver capito che la violenza cova dietro l’angolo, sotto una tribuna, seduta su una panchina, di certo tra i tasti dei social network. Sorriderà, ma nessuno lo vedrà. Perché Emmanuel lo abbiamo ammazzato. Tutti. Da chi blocca le procedure di accoglienza, da chi pensa che fargli pulire una strada gratis sia rubare il lavoro a un italiano, da chi racconta che un profugo prende 35 euro al giorno, da chi li chiama scimmie, da chi li compatisce, da chi accetta le frange violente, da chi si fa bello sui giornali con paroloni, da chi semplicemente accetta silente per 364 giorni all’anno, parlando solo di fronte alla morte, proprio quando dovrebbe stare zitto.

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Tanti piccoli Colosseo per voi

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Certo, restaurare il Colosseo ha il suo incredibile e irripetibile fascino, ma nel piccolo c’è tanto da fare per un imprenditore anche in provincia. Non esistono solo Pompei e piazza di Spagna, ma anche San Filippo Neri, La Cuma di Monte Rinaldo, il teatro di Monte San Pietrangeli o il cimitero antico di Porto San Giorgio, per citarne alcuni.

Esempi di siti tra l’archeologico e lo storico che hanno tutti un problema comune: sono incompleti. Mancano le risorse e anche dove il pubblico tanto ha fatto, vedi San Filippo Neri a Fermo, non è bastato.

Ci si appella all’Art Bonus, a quel 65% di possibilità di detrarre quanto donato, al fatto che chi può ridia al territorio. Investire in un paese di tremila anime non darà il risalto mediatico ottenuto da Della Valle con il Colosseo, ma l’orgoglio di entrare dentro un teatro e sedersi guardando una commedia con a fianco la targhetta con scritto il proprio nome e poche parole di ringraziamento, vale di gran lunga l’investimento.

Guardatevi intorno cari imprenditori e scoprirete che nel Fermano, nelle Marche, si è pieni di piccoli Colosseo che attendono solo i vostri soldi in cambio di un posto nella storia del monumento e della comunità

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Scarpe insanguinate

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* Si può morire dopo aver toccato un pezzo di cielo con un dito? Si può arrivare a togliersi la vita, a smettere di lottare dopo essere stati un punto di riferimento non solo per la propria famiglia ma per una città? si può passare dalla ricchezza alla difficoltà senza riuscire a controllare il passaggio? Si può restare impigliati nelle maglie della crisi, incapaci di reagire quando invece tutti ti credevano un grande imprenditore?

Domande che devono essere passate nella mente degli imprenditori che hanno deciso di dire basta con questo mondo che tanto gli aveva dato e che in poco tempo gli ha tolto tutto, trasformando le mura solide delle ville costruite con il lavoro in improvvisi luoghi di dolore, di sofferenza.

Perché quelle mura sono sembrate grandi, pesanti, invalicabili e opprimenti. Perché quelle mura, che fossero di casa o dell’azienda, erano la fotografia di quello che era stato, di quanto raggiunto e costruito e ora, pian piano, picconato dal basso.

Gli imprenditori sono considerati uomini felici, perché ricchi, spesso con macchinoni e ville, ma son pur sempre uomini. E come ogni uomo, deboli. Addirittura, rispetto a chi li guarda dal basso, gli imprenditori di successo sono soli e soli affrontano le difficoltà. Perché chiedere è difficile, figuriamoci quando hai l’acqua che ti sta raggiungendo la bocca.

E la solitudine ti uccide o ti fa uccidere. È qui che lo Stato è colpevole, è qui che le associazioni di categoria sono assenti: non comprendono il momento, non sanno leggere la difficoltà, non offrono il supporto necessario. Perché quell’uomo che fino a due anni fa finanziava tutto e tutti, quello a cui si aprivano castelletti e fidi, quello che era considerato un riferimento, non può diventare in pochi attimi l’incapace che non sa leggere il futuro.

E se anche fosse, il sistema non può annientare tutto in un amen. Le colpe non possono ricadere solo sul singolo, non funziona così lo Stato, non funziona così una associazione, non dovrebbe funzionare così la vita sociale. Forse, quando si parla della non importanza della crisi russa, del peso delle sanzioni, che tolgono fiducia se non commesse, della difficoltà di diversificare mercati per chi è nato dentro un Paese, bisogna ripartire dalla cronaca: fredda, impietosa, ma vera.

L’imprenditore è un uomo. Anche se ricco, anche se ben vestito, anche se sorridente. E come ogni uomo è debole. Forse di più. Perché il suo fallimento è il fallimento di altre persone, altre famiglie, altre vite. Pesa tutto ciò. Ma a chi lo dice l’imprenditore? Al commercialista? Al suo avvocato? Alla moglie che invece vuole far vivere serena? No, lo dice a se stesso, allo specchio. Poi, se dall’altra parte trova un ghigno o un abbraccio, purtroppo, lo si scopre solo di fronte alla tragedia.

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Fiamme e bombe, questa non è percezione

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* Sono passati pochi giorni dal primo Comitato per l’ordine e la sicurezza del prefetto Mara Di Lullo. Un tavolo che ha certificato il calo dei reati a fronte di una invariata percezione di insicurezza. Quel giorno, poche ore prima, era andata in fumo, distrutta da un incendio doloso, la barca di Basilio Ciaffardoni, pescatore di cozze sangiorgesi. Fiamme seguite a mesi di bombe contro le chiese dei preti di strada di Fermo.

Passano un paio di giorni e un camion pieno di scarpe viene rubato e fatto sparire nel nulla mentre un’altra azienda, l’ennesima, veniva ripulita di 500 paia di costose calzature. Servono telecamere e sistemi di sicurezza anche privati, avevano detto all’unisono Prefetto e Questore.

Ma non bastano dentro le aziende, non bastano dentro gli chalet. Perché a sette gironi di distanza in fumo va un intero chalet, il più strutturato, quello più ‘costoso’ e ambito: il Moyto. Odore di benzina, certezza che la mano dell’uomo si è mossa rapida noncurante di ogni sistema di sicurezza. Perché il Moyto ha allarme e telecamere, addirittura aveva un ragazzo che dormiva dentro. E per fortuna è uscito in tempo.

Questa non è più percezione di insicurezza, questa è certezza di illegalità. Questa è presenza di malavita, non più dozzinale, fatta di ladruncoli che rompono un vetro e rubano le collanine, il tipico furto che fa crescere la paura, ma di delinquenti organizzati e violenti.

Questo è il Fermano oggi, ma sarebbe meglio dire le Marche perché nel giro di poche settimane in fumo sono andate strutture dall’anconetano al maceratese passando per Fermano e Piceno, coinvolto solo un anno fa nei roghi. Parlare di reati in calo è importante, ma forse anche affrontare con chiarezza, anche dialettica, questa escalation di criminalità è necessario. Per il Prefetto, per il Questore, per ogni sindaco.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Marcafermana. Come le formiche, anche i piccoli Comuni prima o poi si...

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E’ quasi surreale la polemica che sta montando attorno all’elezione di Stefano Pompozzi alla guida di Marcafermana. L’associazione che coniuga pubblico e privato, che ha prodotto debiti pesantissimi che hanno raggiunto i duecentomila euro, improvvisamente faceva gola a tutti. Perché una poltrona è una poltrona, soprattutto questa che, anche se al momento piena di buchi e toppe, dà la possibilità di muoversi nel campo più importante l’economia provinciale, ma i Comuni non l’hanno ancora capito, ovvero il turismo.

Pompozzi è stato scelto, ed eletto, dai piccoli Comuni e da quasi tutti i soggetti privati. È questa la rivoluzione ed è questo che ha dato fastidio, perché per una volta a dare le carte non sono stati Fermo o Porto Sant’Elpidio, con Porto San Giorgio a proporre una candidatura diversa, forse più per stimolare il voto degli altri soci a Pompozzi che per far eleggere davvero Fermani.

Pro e contro questa situazione. Perché Marcafermana, ad analisi lucida, dovrebbe in primis puntare a promuovere il territorio nella sua interezza dando voce e spazio a chi non ha le risorse per farlo. E quindi ai piccoli Comuni del territorio. Che sono tanti, la maggioranza, e che spesso sono costretti a indire una conferenza stampa in Provincia, e quindi a Fermo, pur di avere uno spazio degno. Ma senza i grandi, Marcafermana nasce zoppa. Per questione di immagine soprattutto e per potenzialità, visto che per andare a bussare in Regione e per partecipare a bandi europei per i grandi Comuni si dovrà passare.

Capolavoro dei piccoli l’elezione di Pompozzi, che paradossalmente come esponente Pd, consigliere provinale ed ex braccio destro di Petrini sarebbe dovuto essere simbolo dei forti. Ma da quando è stato eletto consigliere, il tecnico cresciuto a Servigliano si è mosso molto bene, dando un senso al ruolo e all’ente. Così facendo ha fatto rete e ha saputo dimostrare ai piccoli, dalla montagna, con Marinangeli di Amandola grande elettore, al calzaturiero, passando per la costa del sud, che si può contare se non ci si fa la guerra.

E i grandi? Non devono avere letto il vecchio best seller di Gino&Michele e così hanno imparato a proprie spese che anche i piccoli nel loro piccolo si inc***…e soprattutto si organizzano. Ora, però, tornino davvero a fare i grandi e lavorino con il gruppo, non dando spazio a infelici e poco lusinghieri retroscena: Marcafermana è agonizzante e senza ogni pezzo non avrà chance di sopravvivenza.

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Sgarbi è come Porto Sant'Elpidio: diversamente bello

 

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Certo, sentire la parola ‘schifo’ abbinata al nome della propria città non fa piacere. Ma, perché il ma è d’obbligo, bisogna considerare tutte le ‘attenuanti’.

Partiamo dal protagonista, Vittorio Sgarbi. Critico d’arte, politico improvvisato, collezionista straordinario, ospite tv quando e dove serve mettere pepe. Perché questo fa Sgarbi, fa del mondo il suo giardino. Lo sa fare, è tra i pochi in grado di farlo, perché spesso parla di cose che altri conoscono poco, l’arte, l’architettura, il paesaggio, e in altri casi invece urla, usando al meglio le peggiori tecniche comunicative. Nona accetta compromessi Sgarbi, perché il mondo è il suo giardino.

Partendo da questa premessa, non può stupire il suo show a porto Sant’Elpidio. Anzi, dovrebbe, come ha scritto dopo ore di riflessione il sindaco Nazareno Franchellucci, essere “stimolo per rende tutti la nostra città ancora un po' più bella”. Come si abbellisce una città nata nell’era del cemento? Come si abbellisce un luogo che di storico ha ben poco? Lo si fa con la visione del futuro, lo si fa, come iniziato vent’anni fa, valorizzando quello che magari non ha la meravigliosa Urbino, il mare, o quello che altri vorrebbero avere e invece hanno perso, un tessuto imprenditoriale che merita zone di sviluppo e di vetrina.

La storia, come sa bene Sgarbi, non la si inventa. O ce l’hai, o non ce l’hai. Facile innamorarsi di Santa Croce, facile perdersi tra le poltrone del teatro dell’Aquila, ma serve la mente libera da pregiudizi per sedersi su una panchina e dire: ma chi ce l’ha un lungomare così? Lungo, ampio, curato, pedonale, ciclabile e carrabile, attrezzato con giochi per bambini e campi da basket oltre che ristoranti di qualità. Siamo certi che Porto Sant’Elpidio, presa oggi come esempio, sia così brutta? Forse, meglio dire diversamente bella, un po’ come Sgarbi, non certo un adone, ma da tante donne, bellissime, amato. Ci troveranno qualcosa di unico, di certo la mente geniale, un po’ come succede alle migliaia di turisti che arrivano ogni anno a Porto Sant’Elpidio.

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Aiutateci a scacciare il Leopardi che è in noi

Siamo nati per raccontare il bello di una zona economicamente importante, distretto calzaturiero e agroalimentare, oltre a quello meccanico che si sviluppa a cavallo tra Fermano e Piceno, e bella paesaggisticamente.

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* La Toscana sarà anche inflazionata, ma è sempre al centro dei desideri di mezzo mondo. Poi, ci sono Venezia, Roma, la meravigliosa e caotica capitale, per non parlare di Firenze, anche se essere inghiottiti mentre si passeggia verso il Ponte vecchio non stimola molti. E le Marche? I Monti Azzurri, la baia di Portonovo, il lungomare con le palme di San Benedetto, i torricini di Urbino, le cisterne romane di Fermo? Ci sono anche quelle, ma stanno dietro un pertugio e si fanno guardare. “Sindrome di Leopardi” la definiscono i colti, a cominciare dal filoso fermano doc Cesare Catà.

Una immagine che calza a pennello a questa piccola provincia incapace di raccontarsi a più livelli. Quando come quotidiano online siamo nati, dopo una fortunata ma troppo breve parentesi cartacea mensile, avevamo un sogno: raccontare il bello di una zona economicamente importante, distretto calzaturiero e agroalimentare, oltre a quello meccanico che si sviluppa a cavallo tra Fermano e Piceno, e bella paesaggisticamente.

Non solo chiusure di aziende, incidenti, problemi strutturali e carenze, volevamo e cercavamo di dare un senso a una terra che era diventata provincia per meriti e non per pressioni politiche. Ma non è facile. Ha ragione Catà a ribadirlo anche al tavolo della Giornata dell’Economica, con chi con i numeri ci mangia ogni giorno: “Non sappiamo comunicare la nostra identità. Siamo restii di dire quello che sappiamo fare. Abbiamo una infinita potenzialità senza averlo mai detto a nessuno. C’è un 80% di territorio sommerso, perché mai lo abbiamo raccontato e reso pubblico”.

Del resto, Leopardi parlava ‘a Silvia’ non ‘con Silvia’. E quindi, aiutateci a raccontare il bello che c’è. Perché dietro il bello, molto spesso, ci sono notizie. E se ci sono notizie, c’è la ragione di scrivere del giornalista. E se c’è il giornalista, c’è la comunicazione. E se c’è la comunicazione, c’è quello che piace tanto agli esperti di marketing: lo story telling.

Essere bravi e non dirlo a nessuno è a prima colpa di un territorio che come simbolo non ha uno struzzo, testa sotto terra e attesa del futuro, ma un criceto in gabbia: produce ma nessuno lo sa. Liberatevi, raccontatevi e, per una volta, aiutateci a raccontarvi (mail, social, telefono). Senza dimenticare che poi, quello che non va, continueremo a scriverlo.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Il ritorno alla normalità dei luoghi comuni

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*  Sta accadendo in varie zone del Fermano, come se la primavera, finta da un punto di vista climatico, fosse scoppiata nel mondo dei lavori pubblici e della gestione degli spazi dei Comuni.

Fermo è l’emblema, perché in pochi mesi ha visto tornare alla città uno spazio fondamentale come l’ex Cops, una immensa area sportiva in cui sono entrati in azione anche i primi profughi. A dimostrazione che collaborare e integrare si può. Un’area chiave anche per il futuro sportivo della città, visto che la Fermana, e chi vuole investirci, ha bisogno di quei campi per costruire il futuro canarino. Dopo la Cops è arrivato il Tirassegno, un luogo cruciale per un quartiere, tenuto in condizioni al limite del dignitoso. Piace il progetto socio-sportivo, piaceva il lavoro avviato da chi c’era prima di Calcinaro, piace a tutti la conclusione. Il Demanio che cede a un euro al giorno l’uso degli spazi permettendo così al Comune di intervenirci.

Spostandosi di pochi chilometri si arriva a Montegiorgio, dove un lavoro pianificato, avviato e finanziato era bloccato da cavilli burocratici. Un po’ come i milioni per l’ospedale, che c’erano ma non arrivavano. E alla fine spunta la solita mano, che è quella dell’avvocato Cesetti, che tocca il tasto giusto. E così una scuola eccellente, l’Agraria, avrà le sue aule.

Salendo verso la montagna ci si ferma ad Amandola, che tra piccoli e grandi lavori avvia la messa in sicurezza del campo sportivo eliminando i resti di una frana che da troppo tempo simboleggiava l’impotenza della politica. E se poi guardando verso il mare ci si ferma a Porto Sant’Elpidio, è qui che va in scena il rilancio maggiore, seppur contestato. Accordi, intese, ruspe: piazza Garibaldi ha preso una strada definita. Per ora piena di buche, che il Comune tappa a singhiozzo, ma di certo dritta.

Primavera politica che si spera non si fermi ai fiori, i primi cantieri, ma diventi prato con alberi in tempi umani in attesa che a fiorire sia anche il porto sangiorgese strozzato nei suoi angusti spazi e in attesa di un piano di sviluppo che non c’è.

* Raffaele Vitali, direttore www.laprovinciadifermo.com, presidente Cronisti marchigiani (Gcm-Unci) - @raffaelevitali - raffaele.vitali@laprovinciadifermo.com 

Province, Camere di Commercio e Comuni: riforme in arrivo...a parole

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* Riforme a tempo, riforme per ogni momento, riforme. Basta che si possa usare la parola. La riforma dello Stato prevedeva la soppressione delle Province, è nato un papocchio con funzioni gestite direttamente, altre dalla Regione, ma con le persone che restano dentro gli uffici della provincia, con il solo filo conduttore dell’assenza di soldi.

Si dovevano chiudere le Prefetture o comunque ridurne i costi. Si è lasciata una provincia in attesa per mesi per poi decidere che Fermo meritasse non la Prefettura, che c’è sempre stata, ma una figura con il titolo di Prefetto e non solo di vice o vicario. Ed ecco che si riparte con il refrain della ‘prefettura unica regionale’. Questo per risparmiare, e già tutti si sono dimenticati la proposta di togliere la prefettura dal nobile palazzo in centro con l’ingente affitto per trasferirla in Provincia.

Si pensa ad accorpare la Camera di Commercio, trasformandola in una unica regionale quando neppure a Roma si ragiona su un taglio così drastico. Ma per farlo, poi, si devono strutturare, e magari potenziare, i presidi territoriali. Quindi, unire per dividere le risposte. E forse, alla fine, questa potrebbe essere l’unica mossa intelligente visto che agli imprenditori più del presidente interessano i servizi che dà l’ente. E se unendola si prenderà ad esempio quella di Fermo, che ha la fortuna di essere guidata dal numero un regionale, forse la fusione verrà meglio.

Infine, i Comuni. Sindaci che a turno vanno in tv a parlare di unioni, incorporazioni, cambiamenti. Con la differenza che poi quando ci si prova i cittadini dicono no. E per un motivo semplice. Pensiamo al Fermano. Maxi riunione con gli esperti della Regione, politici ii ogni livello, piani e cartine, conti e tabelle: tutto per dire sì alle fusioni. Finisce l’incontro, sono passati due mesi, e nessuno ne ha più parlato.

Non è questa la strada per riformare il Paese, questa serve solo a riempire un po’ le pagine dei giornali e il web di contenuti mai così tanto fugaci che diventano motivo di scontro anziché di lucido e necessario confronto.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Gruppo Cronisti Marche - @raffaelevitali - raffaele.vitali@laprovinciadifermo.com 

Addio Francesco, il lato buono della Politica

vitali raffaele web3
Negli anni ho seguito tante campagne elettorali. Più accese, più scontate, più tranquille. Ti passano davanti candidati, amici di candidati, consiglieri, consulenti. Un po' di tutto. Durante le ultime elezioni di Fermo, ho avuto a che fare spesso con Francesco Tomassini, in momenti istituzionali e in incontri casuali.
Questo non è un coccodrillo per un personaggio illustre, questo vuole essere un ricordo per chi dovrà vivere prossimamente campagne elettorali, per chi candidandosi o no, come.lui, vorrà provare a dare un contributo per la propria città.
Francesco Tomassini lo incontravi in strada e la prima cosa che ti diceva non era 'ma sai cosa abbiamo fatto o ma dai scrivi', ma si confrontava e partiva molto spesso dalle critiche che in un articolo avevo rivolto, io o altri colleghi, alla lista che lui supportava.
Ma non solo, Tomassini ha dimostrato anche in questi mesi quel pizzico di qualità in più che tanti altri cittadini, che siano impegnati in Consiglio o ne siano rimasti fuori, dovrebbero avere: lui aveva capito che per il bene di Fermo non esistono nemici, non esistono in maniera definita maggioranza e opposizione, ma esiste la possibilità di contribuire.
Lui lo ribadiva ai "suoi" durante il voto e veniva pure ascoltato. Non perché urlasse, non per qualche forza particolare ma per le idee, per il ragionamento, anche semplice, di chi ogni giorno viveva a contatto con il cliente, con il cittadino. E se non ci riusciva con le parole, i suoi li convinceva a colpi di cannelloni, quelli che lu Greciu sfornava caldi ogni giorno da tre generazioni.
Facile quindi capire, ripensando a quei giorni intensi di una campagna elettorale che passo passo diventava più difficile, perché oggi tutti, ma proprio tutti, piangono Francesco Tomassini. Perché è come se Fermo avesse perso una piccola parte di sé, quella che fa, quella che vedeva comunque un arricchimento in ogni confronto. Pur avendo scelto una parte con cui stare.

Lo sport ritrova il gialloblù

vitali raffaele web3

Promozione, turismo, passione: lincrocio perfetto tra calcio e basket.

* Il filo conduttore unico è il colore perché, vuoi non vuoi, torna sempre il gialloblù. Passa per queste due tinte lo sport del Fermano. Uno sport che ha una gran voglia di tornare ai vertici, di dominare, di riprendersi quel posto a livello nazionale che crede e, realmente, merita.

Gialloblù è il colore della Fermana che con un incredibile finale di stagione si è qualificata per i play off, dove in palio c'è un posto in Lega Pro, il campionato professionistico. Quella serie C che tante gioia nel passato ha già dato i canarini. Un traguardo raggiunto grazie a una società seria guidata da un uomo che sembra nato al Girfalco ma che è di Montegranaro, Maurizio Vecchiola, che il gialloblù ce l’ha stampato sulla pelle.

E gialloblù, seppur al momento tinto di nero, è il colore del basket a Montegranaro. Qui c'è la Poderosa che insegue per il secondo anno il grande sogno di approdare in serie A, seppur un gradino sotto a quella che era stata occupata dalla Sutor. Perché è serie A2, se vincerà i play off, il concretizzarsi di un sogno costruito sulle solide spalle dei fratelli Bigioni. Un sogno stimolato dalla voglia di riprendersi di una città scottata e ferita.

Gialloblù quindi è il colore dello sport, il colore di una realtà che può trasformare una palla da calcio e una da basket in volano per un territorio ambizioso che cerca momenti nazionali che non siano solo legati alle sue calzature.

Ecco che il 15 maggio, Fermana e Poderosa, quando giocheranno le rispettive semifinali, una contro il Fano, probabilmente, l'altra contro Falconara o Ortona, saranno tifate da tutta la provincia. Che è piccola e litigiosa, ma che già in passato ha saputo con intelligenza compattarsi attorno a chi garantisce una vetrina a tutto il territorio. Anche a quello che preferisce la poltrona e il telecomando a corsa e sudore.

*Raffaele Vitali direttore www.laprovinciadifermo.com – presidente Unci Marche

Primo maggio, pioggia....di disoccupati

vitali raffaele web3

Il maltempo poteva essere l'occasione per tornare al vero senso della festa dei lavoratori.

* Oh, ma lo sai che hanno rinviato la festa del Primo Maggio?”. “Ma davvero, e da quando si rinvia la discussione sul lavoro, al lotta per i diritti?”. Da quando il Primo maggio è passato da ‘concertone’, che doveva servire come palco da cui proclamare messaggi politici e sindacali, a festa della scampagnata.

E allora, con la pioggia che porta al rinvio di una marea di appuntamenti, niente aquiloni, niente salsicce alla brace, perché quell’allerta meteo che appariva su tutti gli smartphone spaventa anche il più ottimista degli organizzatori, si torna al senso vero.

Non resta che fermarsi a pensare, accorgendosi che a piovere sono i disoccupati. In altre parole quelli che non lavorano. Che sono tanti, magari non di più di quel che si pensi, ma tanti restano, anche se li nascondiamo dietro la parolina magica: start up. Come se bastasse un'idea per produrre posti di lavoro. Invece, il lavoro stenta, visto che la Russia è fredda, e non per il meteo altrimenti si venderebbero stivali e scarpe di pelle, che il turismo c’è ma non decolla, che il vino vola nel Piceno e a Jesi ma ancora nel Fermano è una nicchia.

Tutto questo oggi, sotto un ombrello, possiamo ricordare. Per le salsicce, gli aquiloni e i mercatini, tutto rinviato all’8 maggio, festa della mamma. Quella mamma che se lavori o no, un piatto caldo per fortuna ancora te lo garantisce. Quella che è il vero ammortizzatore sociale per il 25% dei giovani marchigiani senza lavoro.

Era un’occasione, visto che si sapeva da settimane che sarebbe piovuto, e pure tanto, per organizzare convegni, momenti di approfondimento, testimonianze. Era un’occasione, ma piove e quindi…’governo ladro’ che tanto un nemico al di fuori di noi stessi dobbiamo sempre trovarlo per giustificare la nostra indifferenza.

*Raffaele Vitali direttore www.laprovinciadifermo.com – presidente Unci Marche

L'uomo delle stelle

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Nuovo ospedale, terza corsia, eliambulanza h24, Mezzina a posto: il Fermano vuole credere in Ceriscioli.

La speranza ora è che abbia ragione Aronne Perugini, presidente di quell’Ente che a ottobre verrà costituzionalmente cancellato se passerà il referendum: “Sul nuovo ospedale si gioca la faccia questa classe politica”. E lo ha detto guardando chi era seduto al suo fianco: il presidente della regione Marche, Luca Ceriscioli, l’assessore regionale Fabrizio Cesetti, il sindaco di Fermo Paolo Calcinaro.

Volti e ruoli diversi che hanno speso parole, fatti (70milioni di cui 39 dalla Regione 'ritrovati' in soli sei mesi)) e promesse che potrebbero cambiare davvero il futuro del Fermano. Di questa terra ambiziosa, ricca di idee, risorse, potenzialità. Spesso inespresse, per incapacità locale, ma anche per limiti strutturali dovuti ad anni di dimenticanza politica.

Ora, in pochi attimi, dal palco della Sala dei Ritratti di Fermo, sono arrivati in successione: un nuovo ospedale, tanti nuovi primari, servizi sconosciuti, una eliambulanza in azione 24 ore su 24, la terza corsia fino a Pedaso, una Mezzina rinnovata. E a questo si aggiungono i fondi per le collezioni moda, mai viste in passato.

Tante parole, tanti progetti, tanti soldi, anche se di una parte post costruzione delle mura del nuovo ospedale non vi è vera certezza. Ceriscioli e company, se il Fermano sta sognando, non svegliatelo. Ma se per caso aprendo gli occhi si scoprisse che è stato tutto un sogno, per voi sarà difficile trovare nuove porte aperte. Questa terra sta dimostrando di credere in voi e nei progetti presentati. Non è poco per chi è abituato a fare da solo, a svegliarsi al mattino scendendo le scale di casa per entrare nel garage diventato fabbrica.

Gente pragmatica, che lavora e non sogna. Per cui, quando arriva l’uomo delle stelle, il rischio illusione è alto. Ma siccome come dice Perugini “questa classe politica si gioca la faccia”, il Fermano prova a crederci davvero.

*Raffaele Vitali direttore www.laprovinciadifermo.com – presidente Unci Marche

Ci voleva don Vinicio...

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* Ci voleva don Vinicio per far alzare il livello di indignazione e di vergogna per qualcuno che è tra noi.

Ci voleva don Vinicio per svegliare la politica.

Ci voleva don Vinicio per aprire gli occhi e accorgersi che l’isola felice è incrinata.

Ci voleva don Vinicio per far alzare il livello dell’asticella della sicurezza alla Prefettura.

Ci voleva don Vinicio per far dire basta ai fermani. Basta ai violenti, basta a chi semina odio. Basta a chi vuole gestire il crimine. Basta a chi racconta leggende contro i profughi. Basta a chi mette le donne in strada e le sfrutta. Basta allo spaccio. Basta anche alle banalità, basta al dire che è una bravata, basta a dire che non dobbiamo preoccuparci, basta con il ‘tutti con don Vinicio’ quando poi domani speriamo che anche l’Italia alzi un muro, non ci mobilitiamo per i tagli al sociale e quindi ai disabili, non ci preoccupiamo di portare i vestiti alla Caritas o di comprare un pacco di riso e di omogeneizzati in più.

Ci voleva don Vinicio, come sempre. Ma non basta. Serve il cittadino, serve la coscienza e non l’indignazione.

*Raffaele Vitali direttore www.laprovinciadifermo.com – presidente Unci Marche

Slot e sicurezza: doppia morale

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Prendere spunto da Sant'Elpidio a Mare, il Comune che nel suo bilancio di previsione 2016 ha deciso di azzerare la Tari per tutte le attività commerciali che si privano delle slot machine. È una scelta politica e sociale importante, una scelta che apre anche una riflessione sul tema della sicurezza e su chi debba garantire la sicurezza. Perché ogni giorno ci sono articoli e cittadini pieni di lamentele, baristi pronti a denunciare la loro preoccupazione e così ristoratori per una delinquenza che dilaga.

Ma cosa produce la delinquenza e chi è il delinquente tipo? Nei dati che spesso vengono dati col contagocce dalla Prefettura, e quindi dagli organi di polizia, emerge che ad agire per la maggior parte è delinquenza locale. Ci sono bande specializzate che arrivano ogni tanto da fuori, quelle che magari colpiscono e fanno saltare i bancomat o svuotano i calzaturifici, ma la maggior parte dei reati sono frutto di ladri fermani, al massimo marchigiani, quelli che hanno modo di girare per i quartieri, quelli che sanno dove andare a trovare i luoghi più deboli, dove magari ci sono sacche di disagio che certamente non gli impediranno di colpire.

E poi ci sono quei delinquenti, invece, che nascono sul momento, all'improvviso, quelli che sono provocati e creati dalla crisi economica. La crisi economica che non è solo legata all'assenza di lavoro, ma a volte proprio anche alle spese futili, quelle che possono essere causate da slot machine, sale gioco, sale scommesse, fino ad arrivare al mondo infinito dei Gratta e Vinci.

In questa doppia morale che muove la vita quotidiana abbiamo il barista che si lamenta del delinquente ma che poi mette la slot machine per fare cassa. E così si ritrova, perché le forze dell’ordine non arrivano ovunque ma i cittadino possono aiutare, con i ladri in negozio che sanno dove colpirli perché sanno che ci sono soldi pronti.

Ecco che allora si inizia a cambiare a Sant'Elpidio a Mare, che era stata anticipata a Monte Urano con un taglio sociale. Poi ci sono i Comuni che vietano di mettere le macchinette per giocare a distanze precise da luoghi sensibili, scuole e ospedali in primis: leggi poi spesso non applicate. Sant’Elpidio ha scelto di intraprendere la strada della sicurezza. Perché la sicurezza si fa innanzitutto a casa propria cominciando a educare i cittadini a quello che è giusto o sbagliato. E dopo averli educati, premiandoli con il risparmio, unico vero motore dell’agire in tempi di crisi.

*Raffaele Vitali direttore www.laprovinciadifermo.com – presidente Unci Marche


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Terremoto, un anno dopo ho i corpi davanti agli occhi

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