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Si parla di visibilità e web, si vive con gli stand blindati

raffondinosorriso

Il doppio binario dei calzaturieri. Le griffe, o simili, chiudono all'osservatore, ma chi ha il prodotto forte apre e sceglie il vetro trasparente.

“ Tutti parlano di web, di massima visibilità, poi però blindano gli stand tra i padiglioni del Micam con sistemi di sorveglianza degni del caveau della Banca d’Italia.

Il mondo del calzaturiero deve decidere da che parte stare. I clienti calano, i buyer stanno si e no due giorni, il sistema è cambiato. Ma non cambia invece l’impostazione di chi pensa di avere un prodotto da celare allo sguardo dei curiosi. Eppure, chi vende, apre e dà a tutti il suo prodotto. Meno furbi, più ingenui? No, solo certi di avere la scarpa vincente. Facile dire Premiata, ma poi c’è Giano che fa lo stesso con i suoi marchi o il mondo dei portoghesi, per non parlare di negozi di nicchia e d’alta classe come Pomme D’Or.

L’esclusività la dà l’invalicabile porta di ingresso allo stand o il prodotto da vendere? Si continua a parlare di occhiali con telecamere stile James Bond sequestrati, ma poi i calzaturieri vip aprono le porte alle blogger che fotografano e rilanciano il tacco innovativo a centinaia di migliaia di persone.

E allora? Ci sono calzaturieri arrivati senza speranze che hanno firmato contratti perché passando davanti alla vetrina i buyers hanno visto un modello e sono entrati. Fortuna? Certo, ma anche consapevolezza di avere il pezzo giusto, quello che troppi grandi brand non vogliono mostrare e che finiscono per vendere ai soliti clienti, che tornano, premiando la qualità, ma ordinano sempre meno.  

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


Micam: dal pessimismo alla realtà

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Credito, defiscalizzazione, crollo di vendite, speranze: quattro giorni per capire che fine farà un settore da 14miliardi di euro.

“ Quattro giorni possono decidere un anno di vita. Almeno per metà delle Marche. Si apre il Micam, la fiera di calzature più importante al mondo. Nei padiglioni della Fiera di Rho cerca di sopravvivere un settore che vale 14 miliardi di euro. Anche se in troppi sembrano dimenticarlo. Nessuna attenzione a livello europeo, vedi il mancato sblocco delle sanzioni alla Russia che non portano vantaggi politici ma enormi svantaggi economici, assenza di politiche mirate, se non fosse nelle Marche il tentativo della Regione con il bando per l’innovazione del settore moda con 6milioni di euro stanziati, povertà di idee e novità da chi solitamente sapeva come conquistare il mondo.

In questo contesto fino a martedì gli imprenditori proveranno a stupire ancora chiudendosi dentro gli stand in cerca di una firma, quella del buyer, dimenticando per un attimo tutto il negativo che li circonda. “Non pessimismo, è la realtà”. Per la prima volta i vertici di Assocalzaturifici da Fermo a Milano non nascondono il quadro congiunturale.

Cambio di comunicazione. Continuare a dire che tutto va bene, che il -10% è bene perché prima era -30  non pagava. Il Governo non aiuta chi sopravvie da solo. E allora, ecco che i numeri vengono messi sul campo: dal 2013 il settore italiano delle scarpe destinava il 10% del prodotto alla Russia, dato che nelle Marche superava il 20%. Oggi la quota è meno della metà. E nessuno, proprio nessuno, è ancora riuscito a trovare una alternativa.

Cambiare mercati costa, ma soprattutto chiede un cambio di mentalità non facile. Ancora più difficile se le banche non fanno le banche. “Neppure ci chiedono i prestiti gli imprenditori” commentavano i vertici di Carifermo durante la presentazione del Micam. E allargando l’analisi ai dati della Banca d’Italia, il dato diventa inquietante: gli impieghi bancari alle imprese sono diminuiti di 13,8 miliardi di euro. Cresce quindi il credit crunch: un quadro acuito, oltre che dagli effetti della crisi economica, dal deciso aumento delle sofferenze bancarie, che mantiene prudenti gli istituti nelle erogazioni.

E non solo: il 30% degli imprenditori dichiara di avere incontrato difficoltà nell'accesso al credito negli ultimi 6 mesi. Le motivazioni più frequenti sono la richiesta di eccessive garanzie (67%), il costo elevato in termini di tassi e condizioni (61%), nonché il fatto che la banca non abbia ritenuto la situazione economica/finanziaria aziendale adeguata (61%). 

Questa è l’Italia, questo è il settore calzaturiero, questo è un pezzo di Paese che rischia di finire pestato da un mocassino portoghese o brasiliano. A meno che, visto che per la prima volta dai padiglioni del Micam uscirà la verità, il Governo non apra gli occhi e porti a compimento almeno la battaglia che sta combattendo l’onorevole Petrini, relatore della legge sulla defiscalizzazione dei campionari. Un piccolo passo, in attesa del salto, la detassazione dei salari per favorire i consumi, ma pur sempre un passo. Da fare con scarpe rigorosamente made i Italy, almeno fino a quando il reshoring non verrà sostituito dal ‘good bye Italia’.  

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

E adesso? #nonvilasceremosoli

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“ E adesso? Risuonerà a lungo questa domanda nella testa di tanti.

sedievuotePartiamo da chi c'era ed è sopravvissuto. Se non è la fede a rispondere alla domanda posta durante i funerali di Stato da monsignor D'Ercole è impossibile andare avanti, soprattutto se uno crede. Ma se uno non crede, la risposta la può trovare solamente in chi ha il potere, in chi decide. E adesso, cari Renzi, Mattarella, Boldrini e Grasso, ora che vi siete alzati da quelle seggiole in cui è rimasto il vostro nome per il posto riservato, che farete? Manterrete la promessa, garantirete rapidità ed efficienza? Domande che tornano alla domanda: e adesso?

Se lo sono chiesti tutti in tribuna durante il funerale. E se lo sono chiesti anche gli italiani davanti alla televisione. Perché adesso significa ora, significa giorni, non significa mesi. #nonvilasceremosoli è l’hastag lanciato dal premier, re dei social. Un'altra frase importante che impegna realmente quella prima fila schierata ai funerali. Perché se è vero che Renzi non lascerà soli i terremotati, è vero che la gente e la stampa non lasceranno soli i politici a crogiolarsi dopo le promesse. Chi la faccia l’ha messa in questo momento di dolore, ce la rimetterà se non completerà quanto promesso.

Per il resto, come dice monsignor D'Ercole, adesso serve ritrovare la forza del coraggio e tornare a credere: in Dio, in Mattarella, inteso come Stato, o nelle proprie forze. Ognuno troverà in sé la risposta giusta. In attesa che la prima fila si metta al lavoro.  

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Soli...darietà da terremoto

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Una famiglia, siamo una famiglia”. Sembra crederci Mattero Renzi. Ma in ogni famiglia c’è chi si sente solo e chi invece è una mela marcia. E mentre le case franano, la polvere toglie il respiro e i corpi escono esanimi da sotto le macerie, c’è chi prova a giocare una partita personale.

Ci sono gli sciacalli, quelli che poi hanno costretto centinaia di persone a dormire in auto, a pochi passi dalla casa semi crollata, perché temevano di trovarla oltre che rotta perfino svuotata.

Ci sono i figli che si sentono alternativi, quelli che devono dire qualcosa di diverso per far capire alla famiglia che esistono. Sono quelli che mentre migliaia di volontari si muovono, mentre i vigili del fuoco scavano e la protezione civile alza tende, tirano in ballo gli immigrati in un gioco sui livello di solidarietà.

Ci sono quelli che sugli immigrati provano a costruire una comunicazione al contrario, facendogli donare i 2,50 euro al giorno, dando così l’impressione che davvero non gli servono se possono privarsene. Meglio invece, come successo nel Fermano, portarli in mezzo alle macerie a scavare. Contributo vero e fisico.

E infine, ci sono loro, i terremotati, quelli che hanno perso tutto. Quelli che si sentono soli, nonostante attorno a loro ci sia solidarietà. Loro parlano spinti non dalla rabbia, che microfoni e taccuini colgono, ma dal dolore. Il problema è che la differenza la sanno loro e non chi li ascolta. Che poi, così, in pochi attimi si trasforma da parte della famiglia a sciacallo.  

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Banda larga? Cominciamo con due antenne

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Ma di che parliamo? Banda larga e connessione ultra veloce sono le parole che ricorrono sempre più spesso nei discorsi dei politici. Parole che riempiono di orgoglio i sindaci, che bramano i servizi per i cittadini. Che fanno entusiasmare gli imprenditori, che ancora, colpevolmente, viaggiano a fax. Che i cittadini, però, una volta ascoltate cancellano con un colpo di realtà.

Banda larga? Ma i politici hanno mai percorso la Valdaso? Hanno provato a viaggiare lungo l’Ete o il Tenna, quando incrociano le prime montagne? Ma sanno che ogni cento metri il segnale del cellulare scompare? In un Paese in cui Telecom-Tim non è più monopolista, esistono concorrenti, ma resta proprietario di molti tralicci, sembra incredibile ma accade.

È così che si accoglie il turista (What a hell....è la frase tipo che pronunicano fuori dalle tende) che arriva dall’estero che ha come primo mezzo di comunicazione le app social che hanno bisogno di internet. Ma se il turista per trovare un segnale deve girare come un rabdomante tra colline e montagne, secondo i politici fermani, e marchigiani, poi torna? E che dire dei residenti di comuni neppure piccoli, 2-3-5mila abitanti che sono obbligati a rinunciare alle offerte delle compagnie telefoniche perché se cambiano operatore non telefonano più?

La Regione ha uno dei primi social media team italiani, almeno stando ai numeri. Bene, presidente Ceriscioli gli dia una nuova funzione. Oltre a organizzare campagne marketing li mandi in giro per le province a testare la connessione, così comprenderanno se nei discorsi autunnali e di inizio 2017 sarà meglio parlare di banda larga o di semplici, invasivi, fondamentali ripetitori. Con buona pace degli ambientalisti che poi quando parlano usano Ipad e smartphone super veloci non certo alimentati dal sole. Sempre se hanno segnale.  

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Sagre, il nome curioso non basterà più

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Cosa chiedere di meglio per passare una serata estiva che un piatto fumante e prelibato mangiato magari fronte mare o sulla terrazza naturale di un paesino gioiello? Magari chiedere che quel che si mangia abbia una qualche attinenza con il territorio. A questo sta lavorando la Regione Marche, a questo chiedono da tempo di lavorare i ristoratori, a questo, temono le Pro Loco (ma l'Unpli si dice d'accordo), si arriverà presto. Un regolamento, che in realtà già c’è, che vada a definire nel dettaglio le sagre.

Sono tante e sono diverse, sono curiose e sono sfiziose. Ma per essere sagre a queste qualità dovrebbero aggiungere caratteristiche locali e culturali. Chi ce le ha? Lo si capirà presto perché la Regione vuole certificare le sagre storiche e di valore per distinguerle dagli altri eventi e valorizzare il ruolo dell'associazionismo. Quello che con il proprio lavoro e impegno lega prodotti a marchio Dop, magari biologici a manifestazioni che valorizzino le realtà paesaggistiche, ambientali, naturalistiche e folkloristiche.

Il che, come accade in ogni angolo del Fermano, non significa portare il liscio e l’organetto o piazzare il banchetto con le brochure del comune o della provincia. Serviranno convegni, momenti di approfondimento, vero coinvolgimento delle Pro Loco e delle associazioni che deve andare oltre allo stare ai fornelli.

La Regione, poi, creerà un calendario regionale. Occasione quindi importante per chi si sente già grande, di certo per età, ma può crescere: maccheroncini di Campofilone (pensiamo a seminari sula pasta, a corsi si cucina, a lezioni di sfoglia), vino cotto a Lapedona, cozze a Pedaso, vongole a Marina Palmense (portare qui Vongolopolis, che a P.S.Giorgio è manifestazione per pochi?). Quattro esempi di sagre vere, per longevità, ma da potenziare in quanto a collegamento con folklore e cultura. Le potenzialità ci sono, da tempo. Chissà che “l’obbligo” regionale non sia la miccia che riaccenda lo sviluppo e freni l’espansione di arrosticini e salsicce grigliati al posto delle triglie.

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Finte unioni, ma soldi (pubblici) spesi veri

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* Siamo nell'epoca in cui il povero D'Artagnan si sarebbe probabilmente comperato un iPod, si sarebbe messo le cuffie e tanti saluti al mondo esterno. Perché il suo “tutti per uno, uno per tutti” mai come oggi viene violentato dalla realtà.

Finte Unioni, come quella della Valdaso, dove finiti i soldi è finito l'amore: si è cominciato rinunciando alla polizia municipale comune, si prosegue in altri settori, con la Ragioneria mai decollata. Per non parlare della totale incapacità di fare promozione unica.

Altro aspetto, targato Fermo, è il roboante progetto promozionale chiamato ‘Fermo medievale e i suoi castelli’. Presentato poco più di un anno fa, si parlava di mettere in rete tutte le rievocazioni storiche per una promozione comune in cerca di quella immagine, di quell'idea di quel turismo che il territorio avrebbe bisogno di agganciare. Tanti soldi investiti dal Gal in questo progetto rimasto un incontro alla Sala dei Ritratti e poco più. Soldi spesi obbligatoriamente, scadevano tempi, e poi non trasformati in realtà.

Unione fallata anche quella che coinvolge la politica sui tavoli dell'associazionismo, attorno a quello della Provincia, svuotata delle sue funzioni ma ancora in teoria esistente, attorno alla scrivania di Marca Fermana, che è viva ma non è viva e che qualcuno vorrebbe affondare senza capire che tra i tanti carrozzoni è l'unico su cui investire perché progetto in cui si legava pubblico e privato, ma soprattutto si parlava di turismo. Che è l'ultima frontiera di rilancio di un territorio ferito, con le aziende in crisi, con la cassa integrazione che cresce con il bisogno assoluto di dire non siamo solo scarpe. Perché purtroppo nessuno sta riuscendo a dare un calcio alla crisi.

Finte unioni quindi, ma adesso vedrete che ci penserà l'Europa con i suoi soldi: qualche altro progetto scenico, come quello messo in piedi con l'Ecomuseo, con pseudo percorsi ciclopedonali, pseudo relazioni storiche, pseudo itinerari gastronomici, promossa non si sa come se non un festival di cucina. E anche qui il fallimento, con un primo comune che è uscito dalla struttura e altri pronti ad andarsene perché insoddisfatti della gestione di oltre €100000 che la Regione ha stanziato per un qualcosa di intangibile che avrebbe dovuto tramite le parole, tramite il web trasformare il territorio fermano in un territorio del mondo. Peccato che andando sul sito gli eventi siano fermi a 2 anni.

Fine unioni, insomma, ma soldi veri spesi. E quasi sempre pubblici, quasi sempre con un ritorno finito nelle mani di pochi, ma purtroppo non sempre buoni.

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Tre arresti e un morto: la piccola provincia è davvero malata

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Tre arresti, un morto, un ecosistema modificato dal suo interno. Questo resta a Fermo dopo sei mesi di bombe, insulti razzisti e indagini. Difficile guardare avanti con serenità. Di certo non lo faranno gli inquirenti. Perché la partita non è finita. C’è un odio che cova all’interno del cuore della piccola provincia manifatturiera. Un odio che il buono e il sistema fatto di integrazione e condivisione della ricchezza, che cala ogni giorno, ha saputo bloccare. Ma come un vulcano, ogni tanto erutta. E in questo caso ha lasciato per terra il corpo di un giovane nigeriano e cinque portoni di chiese scheggiati da chiodi e polvere pirica.

Pensare che con la scoperta dei responsabili, presunti fino all’eventuale condanna, cancelli tutto con un colpo di spugna, sarebbe il grande errore. Chi è stato fermato, prima Mancini, poi Paniconi e Bordoni, non sono considerati così colti da avere una idea politica che possa far pensare alle classiche categorie di fascismo e anarchia. Ma sono stati abbastanza determinati da agire, chi con parole e mani, chi con le bombe.

Sono figli di un sistema malato? Chi ha il ‘potere’ deve dare una risposta a questa domanda e deve trovare la soluzione in modo che il nome di Fermo si riabiliti con fatti concreti, progetti culturali e di integrazione, momenti di confronto tra il tifo e la società civile, tra la chiesa e chi la circonda, di ascolto, ben vengano gli incontri nelle scuole, e di analisi del problema, a cominciare dall’impatto economico della povertà e dell’emarginazione sulla vita quotidiana. Questo sarà affrontare tre arresti e un morto in pochi mesi, frutto di violenza e di folli propositi. Magari legati all’ignoranza più che alla consapevolezza del gesto. 

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Solo gli stolti non cambiano idea

Da Emmanuel ad Amedeo passando per don Vinicio: il Fermano prova a ricostruire l'immagine.

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Sarebbe bello se bastasse un colpo di pennello, magari di Trotti o Rubens, protagonisti delle mostre estive, a cambiare il quadro disegnato attorno a Fermo.

Sarebbe bello se bastassero i tamburi della Cavalcata a coprire le parole dette da Amedeo Mancini a Emmanuel. Parole diventate scontro mortale.

Sarebbe bello se il belvedere mostrasse un Fermano compatto e accogliente e non il suo lato oscuro fatto di ‘non sono razzista, ma…’.

Sarebbe bello che nessuno mettesse in discussione l’incipit di una tragedia per cercare di trasformare l’insulto razzista in un normale epiteto da bar.

Sarebbe bello che la ricostruzione giudiziaria fosse fatta in tribunale e non in indiscrezioni da interrogatori confermati e smentiti in base alla testata giornalistica che scrive.

Sarebbe bello che non si trasformasse quello che da 50 anni è simbolo di diritti, di valori, di battaglie sociali, ovvero don Vinicio, in un uomo nero da estirpare.

Sarebbe bello che don Vinicio, dopo avere svegliato la città con le sue dure parole, passasse alla preghiera, che ha nel suo Dna il perdono ma anche la giustizia togliendo così a chi critica la leggenda del ‘don contro il vescovo’.

Sarebbe bello che il Fermano per cambiare il quadro che ha aiutato a disegnare non prendesse una tela nuova, ma con pazienza disegnasse fiori e oggetti colorati. Simbolo di tolleranza, simbolo di diversità, simbolo di Capodarco, quella comunità che qualcuno attaccando don Vinicio vuole coprire con una pennellata di nero.

Sarebbe bello, ma non sarà. Perché il Fermano nel giorno di lutto ha scelto la musica al silenzio, ha scelto la polemica politica alla riflessione sociologica, ha scelto la denigrazione, come si faceva con don Puglisi, all’analisi dei fatti, ha scelto la giustizia di piazza a quella del tribunale. Ma siccome solo gli stolti non cambiano idea…c’è speranza.

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Bianco e nero, Dio e Stato, condanna e perdono

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“I disperati non sono loro, ma noi”. “Dio è in chi è in difficoltà, anche nel migrante che tutti vogliono cacciare”. “Non si chiama una persona con il nome di bestia”. Tre frasi, tre figure diverse della stessa Chiesa: l’arcivescovo Luigi Conti, Papa Francesco e don Vinicio Albanesi.

Parole che risuonano dopo il funerale di Emmanuel. Una cerimonia lunga in cui chi doveva esserci c’era. C’era tutta la curia di Fermo, ferita da mesi di bombe. C’era la politica, quella che non può che condannare un episodio partito da un insulto razzista e che deve fare il mea culpa per il proprio linguaggio. C’era, meno di quanto attesa, Fermo.

È divisa la città. “E divisi si muore” ha ricordato Conti. Divisa da quanto accaduto perché la battaglia per la giustizia è stata annebbiata dall’odio reciproco. Quello di chi si definisce antifascista e vede in Mancini il male assoluto. Quello di chi si definisce italiano ed è stanco di ospitare immigrati.

Il funerale monsignor Conti lo immaginava diverso, lo voleva sereno, pieno di dolore, ma carico di speranza. Don Vinicio invece lo ha voluto carico di contenuti, di parole, di urla e applausi. In mezzo c’è Chinyere, vedova inconsolabile. In mezzo resta Amedeo Mancini, l’innominato durante il funerale. Non una parola di perdono, tranne un veloce “è vittima anche lui”, quasi che Gesù, più volte nominato, dalla croce non avesse chiesto perdono per chi lo circondava.

Forse è questo che divide Fermo dalla sua Chiesa che sta guidando una battaglia di civiltà che, visto lo spiegamento di forze, dovrebbe spettare in primis alla politica. Alfano, Boldrini, Boschi, Kyenge sono gli alfieri dell’antirazzismo, del no alla violenza, del controllo del corretto iter giudiziario. La Chiesa invece deve decidere la sua linea: se è quella dell’arcivescovo, che unisce e prova a placare gli animi, o quella di don Vinicio, che non abbassa i toni perché teme che chi dovrebbe non farà il suo dovere.

Poi, per fortuna, ci sono gli altri profughi che durante il funerale hanno dato una lezione a tutti. Ma proprio tutti. Ricordando, dentro una chiesa, che è Dio a decidere della vita di ognuno. E a Dio bisogna affidarsi, per chi ha fede. Alla Giustizia per chi crede nello Stato civile. Alla politica per chi vuole una cultura diversa, che magari eviti ad altri giovani di crescere con principi sbagliati, in luoghi divisori e non di integrazione.

E comunque: no al razzismo, no a chi insulta l’altro per il colore della sua pelle, no a chi vuole sminuire, no a chi ha già fatto il processo. Forse basterebbe dire questo. Tutti.

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La retorica della piccola provincia razzista

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Avviso ai naviganti della rete e ai visitatori per lavoro del Girfalco: Fermo non è un borgo stantio, non è un paesino perso in mezzo al campo di grano, non è un angolo tra sassi e capre e non è neppure il luogo dove la sera si gioca a briscola bevendo grappa e parlando solo di Segreto o del Mein Kampf. Ecco, questa che viene descritta e che state leggendo, anche in molto articoli, non è la vera Fermo.

Le parole hanno un peso, come le immagini che si costruiscono attorno a un luogo. Fermo non è una città razzista e neppure con una destra strutturata. Ha qualche frangia di Casa Pound, ma poco altro. Non ci sono leghisti duri e puri, come dimostra la rappresentante più alta in grado, la consigliera Marzia Malaigia maestra e paladina dell’integrazione. Non ha neppure gli antagonisti, quelli che organizzano manifestazioni armati di molotov e bastoni. Fermo è un capoluogo di provincia, eh sì, ha voluto esserlo e c’è diventata con la forza dei numeri e di un Pil che fino alla frenata Russa cresceva molto più che nel resto d’Italia, con chicche architettoniche che nelle metropoli si sognano, con scrittori e pittori di primo piano, addirittura con filosofi.

Questa è Fermo, non l’angolo dimenticato dove cresce il razzismo. Fermo è una città, come tante altre, che ha cittadini intelligenti e cittadini delinquenti. Ma se c’è una cosa che Fermo sta cercando di superare è proprio il suo essere piccola che l’ha reclusa in un angolo per la miopia di alcuni media, che neppure sanno che mister Tod’s è fermano. Quelli che oggi la tacciano di provincia malata di localismo, quando invece è solo uno dei tanti luoghi splendidi che vengono alla ribalta solo per il negativo e non per quel ‘saper fare’ che mezzo mondo le invidia. Perché è questo che serve per far vendere un giornale o per attaccare un cittadino al televisore. Serve il sangue, non la Cavalcata dell’Assunta che rappresenta l’Italia di fronte al mondo della cultura a Milano o l’adorazione dei pastori del Rubens, dipinto a Fermo perché a Fermo Rubens aveva trovato tutto. Nel bene e nel male.

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La tragica lezione di Emmanuel

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Chissà chi riceverà uno dei cinque organi di Emmanuel, il giovane nigeriano barbaramente ucciso dopo un pestaggio a due passi da piazza del Popolo a Fermo. Magari lo riceverà un ariano puro, di quelli che credono che ci sia ancora la superiorità della razza. Magari un cinese, giallo e con gli occhi a mandorla che lavora in un sottoscala. Magari un africano, più nero ancora di lui, che ha superato la violenza del suo paese. Magari un italiano, di quelli che portano i vestiti alla Caritas. Magari, semplicemente, una persona.

Non lo saprà nessuno di loro chi gli ha donato un organo, ma lo saprà Emmanuel, che guarda già tutti dall’alto, e lo saprà sua moglie che ha dato l’ok assieme a don Vinicio all’espianto di organi. Il suo corpo, maciullato in un pomeriggio di luglio, è diventato prezioso. Improvvisamente anche chi vedeva in lui un nero da gettare in mare, una ‘scimmia’ da sbeffeggiare fino a ucciderla, ora avrà di fronte il suo sorriso, quello che da vivo riservava alla sua compagna, alla donna con cui, spinti dal reciproco amore, ha superato violenze, stupri, botte e onde del mare.

Sorriderà Emmanuel pensando a noi, quaggiù, schiacciati dalla colpa di non aver capito che la violenza cova dietro l’angolo, sotto una tribuna, seduta su una panchina, di certo tra i tasti dei social network. Sorriderà, ma nessuno lo vedrà. Perché Emmanuel lo abbiamo ammazzato. Tutti. Da chi blocca le procedure di accoglienza, da chi pensa che fargli pulire una strada gratis sia rubare il lavoro a un italiano, da chi racconta che un profugo prende 35 euro al giorno, da chi li chiama scimmie, da chi li compatisce, da chi accetta le frange violente, da chi si fa bello sui giornali con paroloni, da chi semplicemente accetta silente per 364 giorni all’anno, parlando solo di fronte alla morte, proprio quando dovrebbe stare zitto.

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Tanti piccoli Colosseo per voi

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Certo, restaurare il Colosseo ha il suo incredibile e irripetibile fascino, ma nel piccolo c’è tanto da fare per un imprenditore anche in provincia. Non esistono solo Pompei e piazza di Spagna, ma anche San Filippo Neri, La Cuma di Monte Rinaldo, il teatro di Monte San Pietrangeli o il cimitero antico di Porto San Giorgio, per citarne alcuni.

Esempi di siti tra l’archeologico e lo storico che hanno tutti un problema comune: sono incompleti. Mancano le risorse e anche dove il pubblico tanto ha fatto, vedi San Filippo Neri a Fermo, non è bastato.

Ci si appella all’Art Bonus, a quel 65% di possibilità di detrarre quanto donato, al fatto che chi può ridia al territorio. Investire in un paese di tremila anime non darà il risalto mediatico ottenuto da Della Valle con il Colosseo, ma l’orgoglio di entrare dentro un teatro e sedersi guardando una commedia con a fianco la targhetta con scritto il proprio nome e poche parole di ringraziamento, vale di gran lunga l’investimento.

Guardatevi intorno cari imprenditori e scoprirete che nel Fermano, nelle Marche, si è pieni di piccoli Colosseo che attendono solo i vostri soldi in cambio di un posto nella storia del monumento e della comunità

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Scarpe insanguinate

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* Si può morire dopo aver toccato un pezzo di cielo con un dito? Si può arrivare a togliersi la vita, a smettere di lottare dopo essere stati un punto di riferimento non solo per la propria famiglia ma per una città? si può passare dalla ricchezza alla difficoltà senza riuscire a controllare il passaggio? Si può restare impigliati nelle maglie della crisi, incapaci di reagire quando invece tutti ti credevano un grande imprenditore?

Domande che devono essere passate nella mente degli imprenditori che hanno deciso di dire basta con questo mondo che tanto gli aveva dato e che in poco tempo gli ha tolto tutto, trasformando le mura solide delle ville costruite con il lavoro in improvvisi luoghi di dolore, di sofferenza.

Perché quelle mura sono sembrate grandi, pesanti, invalicabili e opprimenti. Perché quelle mura, che fossero di casa o dell’azienda, erano la fotografia di quello che era stato, di quanto raggiunto e costruito e ora, pian piano, picconato dal basso.

Gli imprenditori sono considerati uomini felici, perché ricchi, spesso con macchinoni e ville, ma son pur sempre uomini. E come ogni uomo, deboli. Addirittura, rispetto a chi li guarda dal basso, gli imprenditori di successo sono soli e soli affrontano le difficoltà. Perché chiedere è difficile, figuriamoci quando hai l’acqua che ti sta raggiungendo la bocca.

E la solitudine ti uccide o ti fa uccidere. È qui che lo Stato è colpevole, è qui che le associazioni di categoria sono assenti: non comprendono il momento, non sanno leggere la difficoltà, non offrono il supporto necessario. Perché quell’uomo che fino a due anni fa finanziava tutto e tutti, quello a cui si aprivano castelletti e fidi, quello che era considerato un riferimento, non può diventare in pochi attimi l’incapace che non sa leggere il futuro.

E se anche fosse, il sistema non può annientare tutto in un amen. Le colpe non possono ricadere solo sul singolo, non funziona così lo Stato, non funziona così una associazione, non dovrebbe funzionare così la vita sociale. Forse, quando si parla della non importanza della crisi russa, del peso delle sanzioni, che tolgono fiducia se non commesse, della difficoltà di diversificare mercati per chi è nato dentro un Paese, bisogna ripartire dalla cronaca: fredda, impietosa, ma vera.

L’imprenditore è un uomo. Anche se ricco, anche se ben vestito, anche se sorridente. E come ogni uomo è debole. Forse di più. Perché il suo fallimento è il fallimento di altre persone, altre famiglie, altre vite. Pesa tutto ciò. Ma a chi lo dice l’imprenditore? Al commercialista? Al suo avvocato? Alla moglie che invece vuole far vivere serena? No, lo dice a se stesso, allo specchio. Poi, se dall’altra parte trova un ghigno o un abbraccio, purtroppo, lo si scopre solo di fronte alla tragedia.

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Fiamme e bombe, questa non è percezione

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* Sono passati pochi giorni dal primo Comitato per l’ordine e la sicurezza del prefetto Mara Di Lullo. Un tavolo che ha certificato il calo dei reati a fronte di una invariata percezione di insicurezza. Quel giorno, poche ore prima, era andata in fumo, distrutta da un incendio doloso, la barca di Basilio Ciaffardoni, pescatore di cozze sangiorgesi. Fiamme seguite a mesi di bombe contro le chiese dei preti di strada di Fermo.

Passano un paio di giorni e un camion pieno di scarpe viene rubato e fatto sparire nel nulla mentre un’altra azienda, l’ennesima, veniva ripulita di 500 paia di costose calzature. Servono telecamere e sistemi di sicurezza anche privati, avevano detto all’unisono Prefetto e Questore.

Ma non bastano dentro le aziende, non bastano dentro gli chalet. Perché a sette gironi di distanza in fumo va un intero chalet, il più strutturato, quello più ‘costoso’ e ambito: il Moyto. Odore di benzina, certezza che la mano dell’uomo si è mossa rapida noncurante di ogni sistema di sicurezza. Perché il Moyto ha allarme e telecamere, addirittura aveva un ragazzo che dormiva dentro. E per fortuna è uscito in tempo.

Questa non è più percezione di insicurezza, questa è certezza di illegalità. Questa è presenza di malavita, non più dozzinale, fatta di ladruncoli che rompono un vetro e rubano le collanine, il tipico furto che fa crescere la paura, ma di delinquenti organizzati e violenti.

Questo è il Fermano oggi, ma sarebbe meglio dire le Marche perché nel giro di poche settimane in fumo sono andate strutture dall’anconetano al maceratese passando per Fermano e Piceno, coinvolto solo un anno fa nei roghi. Parlare di reati in calo è importante, ma forse anche affrontare con chiarezza, anche dialettica, questa escalation di criminalità è necessario. Per il Prefetto, per il Questore, per ogni sindaco.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Marcafermana. Come le formiche, anche i piccoli Comuni prima o poi si...

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E’ quasi surreale la polemica che sta montando attorno all’elezione di Stefano Pompozzi alla guida di Marcafermana. L’associazione che coniuga pubblico e privato, che ha prodotto debiti pesantissimi che hanno raggiunto i duecentomila euro, improvvisamente faceva gola a tutti. Perché una poltrona è una poltrona, soprattutto questa che, anche se al momento piena di buchi e toppe, dà la possibilità di muoversi nel campo più importante l’economia provinciale, ma i Comuni non l’hanno ancora capito, ovvero il turismo.

Pompozzi è stato scelto, ed eletto, dai piccoli Comuni e da quasi tutti i soggetti privati. È questa la rivoluzione ed è questo che ha dato fastidio, perché per una volta a dare le carte non sono stati Fermo o Porto Sant’Elpidio, con Porto San Giorgio a proporre una candidatura diversa, forse più per stimolare il voto degli altri soci a Pompozzi che per far eleggere davvero Fermani.

Pro e contro questa situazione. Perché Marcafermana, ad analisi lucida, dovrebbe in primis puntare a promuovere il territorio nella sua interezza dando voce e spazio a chi non ha le risorse per farlo. E quindi ai piccoli Comuni del territorio. Che sono tanti, la maggioranza, e che spesso sono costretti a indire una conferenza stampa in Provincia, e quindi a Fermo, pur di avere uno spazio degno. Ma senza i grandi, Marcafermana nasce zoppa. Per questione di immagine soprattutto e per potenzialità, visto che per andare a bussare in Regione e per partecipare a bandi europei per i grandi Comuni si dovrà passare.

Capolavoro dei piccoli l’elezione di Pompozzi, che paradossalmente come esponente Pd, consigliere provinale ed ex braccio destro di Petrini sarebbe dovuto essere simbolo dei forti. Ma da quando è stato eletto consigliere, il tecnico cresciuto a Servigliano si è mosso molto bene, dando un senso al ruolo e all’ente. Così facendo ha fatto rete e ha saputo dimostrare ai piccoli, dalla montagna, con Marinangeli di Amandola grande elettore, al calzaturiero, passando per la costa del sud, che si può contare se non ci si fa la guerra.

E i grandi? Non devono avere letto il vecchio best seller di Gino&Michele e così hanno imparato a proprie spese che anche i piccoli nel loro piccolo si inc***…e soprattutto si organizzano. Ora, però, tornino davvero a fare i grandi e lavorino con il gruppo, non dando spazio a infelici e poco lusinghieri retroscena: Marcafermana è agonizzante e senza ogni pezzo non avrà chance di sopravvivenza.

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Sgarbi è come Porto Sant'Elpidio: diversamente bello

 

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Certo, sentire la parola ‘schifo’ abbinata al nome della propria città non fa piacere. Ma, perché il ma è d’obbligo, bisogna considerare tutte le ‘attenuanti’.

Partiamo dal protagonista, Vittorio Sgarbi. Critico d’arte, politico improvvisato, collezionista straordinario, ospite tv quando e dove serve mettere pepe. Perché questo fa Sgarbi, fa del mondo il suo giardino. Lo sa fare, è tra i pochi in grado di farlo, perché spesso parla di cose che altri conoscono poco, l’arte, l’architettura, il paesaggio, e in altri casi invece urla, usando al meglio le peggiori tecniche comunicative. Nona accetta compromessi Sgarbi, perché il mondo è il suo giardino.

Partendo da questa premessa, non può stupire il suo show a porto Sant’Elpidio. Anzi, dovrebbe, come ha scritto dopo ore di riflessione il sindaco Nazareno Franchellucci, essere “stimolo per rende tutti la nostra città ancora un po' più bella”. Come si abbellisce una città nata nell’era del cemento? Come si abbellisce un luogo che di storico ha ben poco? Lo si fa con la visione del futuro, lo si fa, come iniziato vent’anni fa, valorizzando quello che magari non ha la meravigliosa Urbino, il mare, o quello che altri vorrebbero avere e invece hanno perso, un tessuto imprenditoriale che merita zone di sviluppo e di vetrina.

La storia, come sa bene Sgarbi, non la si inventa. O ce l’hai, o non ce l’hai. Facile innamorarsi di Santa Croce, facile perdersi tra le poltrone del teatro dell’Aquila, ma serve la mente libera da pregiudizi per sedersi su una panchina e dire: ma chi ce l’ha un lungomare così? Lungo, ampio, curato, pedonale, ciclabile e carrabile, attrezzato con giochi per bambini e campi da basket oltre che ristoranti di qualità. Siamo certi che Porto Sant’Elpidio, presa oggi come esempio, sia così brutta? Forse, meglio dire diversamente bella, un po’ come Sgarbi, non certo un adone, ma da tante donne, bellissime, amato. Ci troveranno qualcosa di unico, di certo la mente geniale, un po’ come succede alle migliaia di turisti che arrivano ogni anno a Porto Sant’Elpidio.

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Aiutateci a scacciare il Leopardi che è in noi

Siamo nati per raccontare il bello di una zona economicamente importante, distretto calzaturiero e agroalimentare, oltre a quello meccanico che si sviluppa a cavallo tra Fermano e Piceno, e bella paesaggisticamente.

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* La Toscana sarà anche inflazionata, ma è sempre al centro dei desideri di mezzo mondo. Poi, ci sono Venezia, Roma, la meravigliosa e caotica capitale, per non parlare di Firenze, anche se essere inghiottiti mentre si passeggia verso il Ponte vecchio non stimola molti. E le Marche? I Monti Azzurri, la baia di Portonovo, il lungomare con le palme di San Benedetto, i torricini di Urbino, le cisterne romane di Fermo? Ci sono anche quelle, ma stanno dietro un pertugio e si fanno guardare. “Sindrome di Leopardi” la definiscono i colti, a cominciare dal filoso fermano doc Cesare Catà.

Una immagine che calza a pennello a questa piccola provincia incapace di raccontarsi a più livelli. Quando come quotidiano online siamo nati, dopo una fortunata ma troppo breve parentesi cartacea mensile, avevamo un sogno: raccontare il bello di una zona economicamente importante, distretto calzaturiero e agroalimentare, oltre a quello meccanico che si sviluppa a cavallo tra Fermano e Piceno, e bella paesaggisticamente.

Non solo chiusure di aziende, incidenti, problemi strutturali e carenze, volevamo e cercavamo di dare un senso a una terra che era diventata provincia per meriti e non per pressioni politiche. Ma non è facile. Ha ragione Catà a ribadirlo anche al tavolo della Giornata dell’Economica, con chi con i numeri ci mangia ogni giorno: “Non sappiamo comunicare la nostra identità. Siamo restii di dire quello che sappiamo fare. Abbiamo una infinita potenzialità senza averlo mai detto a nessuno. C’è un 80% di territorio sommerso, perché mai lo abbiamo raccontato e reso pubblico”.

Del resto, Leopardi parlava ‘a Silvia’ non ‘con Silvia’. E quindi, aiutateci a raccontare il bello che c’è. Perché dietro il bello, molto spesso, ci sono notizie. E se ci sono notizie, c’è la ragione di scrivere del giornalista. E se c’è il giornalista, c’è la comunicazione. E se c’è la comunicazione, c’è quello che piace tanto agli esperti di marketing: lo story telling.

Essere bravi e non dirlo a nessuno è a prima colpa di un territorio che come simbolo non ha uno struzzo, testa sotto terra e attesa del futuro, ma un criceto in gabbia: produce ma nessuno lo sa. Liberatevi, raccontatevi e, per una volta, aiutateci a raccontarvi (mail, social, telefono). Senza dimenticare che poi, quello che non va, continueremo a scriverlo.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Il ritorno alla normalità dei luoghi comuni

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*  Sta accadendo in varie zone del Fermano, come se la primavera, finta da un punto di vista climatico, fosse scoppiata nel mondo dei lavori pubblici e della gestione degli spazi dei Comuni.

Fermo è l’emblema, perché in pochi mesi ha visto tornare alla città uno spazio fondamentale come l’ex Cops, una immensa area sportiva in cui sono entrati in azione anche i primi profughi. A dimostrazione che collaborare e integrare si può. Un’area chiave anche per il futuro sportivo della città, visto che la Fermana, e chi vuole investirci, ha bisogno di quei campi per costruire il futuro canarino. Dopo la Cops è arrivato il Tirassegno, un luogo cruciale per un quartiere, tenuto in condizioni al limite del dignitoso. Piace il progetto socio-sportivo, piaceva il lavoro avviato da chi c’era prima di Calcinaro, piace a tutti la conclusione. Il Demanio che cede a un euro al giorno l’uso degli spazi permettendo così al Comune di intervenirci.

Spostandosi di pochi chilometri si arriva a Montegiorgio, dove un lavoro pianificato, avviato e finanziato era bloccato da cavilli burocratici. Un po’ come i milioni per l’ospedale, che c’erano ma non arrivavano. E alla fine spunta la solita mano, che è quella dell’avvocato Cesetti, che tocca il tasto giusto. E così una scuola eccellente, l’Agraria, avrà le sue aule.

Salendo verso la montagna ci si ferma ad Amandola, che tra piccoli e grandi lavori avvia la messa in sicurezza del campo sportivo eliminando i resti di una frana che da troppo tempo simboleggiava l’impotenza della politica. E se poi guardando verso il mare ci si ferma a Porto Sant’Elpidio, è qui che va in scena il rilancio maggiore, seppur contestato. Accordi, intese, ruspe: piazza Garibaldi ha preso una strada definita. Per ora piena di buche, che il Comune tappa a singhiozzo, ma di certo dritta.

Primavera politica che si spera non si fermi ai fiori, i primi cantieri, ma diventi prato con alberi in tempi umani in attesa che a fiorire sia anche il porto sangiorgese strozzato nei suoi angusti spazi e in attesa di un piano di sviluppo che non c’è.

* Raffaele Vitali, direttore www.laprovinciadifermo.com, presidente Cronisti marchigiani (Gcm-Unci) - @raffaelevitali - raffaele.vitali@laprovinciadifermo.com 


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Terremoto, un anno dopo ho i corpi davanti agli occhi

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