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Quando l'ottimo è nemico del meglio

raffondinosorriso

Quanto sarebbe bello se il mondo tendesse all’ottimizzazione. Di tutto. Di ogni cosa, di ogni passaggio, di ogni politica. Ma spesso basta il meglio.

Sarebbe bello che le scuole in centro a Fermo fossero ottime, invece dobbiamo accontentarci che siano migliori di prima.

Sarebbe bello che il Natale organizzato nel nostro comune fosse ottimo, invece dobbiamo accontentarci di quel che si può fare.

Sarebbe bello che la sanità fosse ottima con spazi e tempi certi, invece dobbiamo esultare perché a un reparto danno due stanze in più e una fondazione regala un macchinario.

Sarebbe bello che la nostra squadra segnasse gol o canestri a ripetizione mostrando un ottimo gioco, ma poi c’è il risultato da raggiungere, c’è il catenaccio, c’è la difesa, c’è il fallo sistematico per raggiungere la miglior posizione.

Sarebbe bello che tutti fossero d’accordo su una riforma o una legge, che sarebbe davvero ottima, ma siccome questo non è possibile forse ha ragione il sindaco Paolo Calcinaro: troppo spesso l’ottimo è nemico del meglio.

Vale in tanti campi, vale anche in economia, dove quando ci si siede a tavolino si ragiona sull’obiettivo più ambizioso, ma poi si fanno calcoli, si studiano tempi, si analizzano procedure e si studia una strategia. Che è fatta di step, di grandi o piccoli passi, ma sempre avanti per tendere al meglio, guardando all’irraggiungibile ottimo.

Lo status quo non è mai la soluzione, soprattutto quando non piace a nessuno, soprattutto se provoca caos. Perché chi spesso chiede di non cambiare è chi sa di poter poi sguazzare nel caos regnante. Quindi, non sempre il meglio è la soluzione. In sanità, nello sport, in politica. Nella vita. Lo sanno bene i sindaci che con il meglio combattono ogni giorno, come le famiglie, alle prese con i conti, come le imprese, che stanno capendo il senso della parola logistica e dell’uso del web. Tutti vogliamo l’ottimo, ma spesso basta il meglio. Sempre se tale lo consideriamo.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


Donne che parlano di donne tra donne

raffondinosorriso

* Giornata contro la violenza sulle donne. Un giorno, un solo lunghissimo giorno che dovrebbe servire per riflettere. Ma forse anche per cercare soluzioni. L’Onu ha richiamato l’Italia, perché troppo poco si sta facendo per fermare un fenomeno che causa 100 morti l’anno e che, secondo il report delle Nazioni Unite, a livello di violenza subita coinvolge una donna su tre. Numeri inquietanti che l’Onu giustifica sostenendo che più di un terzo non denuncia, finendo per non sporcare le statistiche.

Si riflette quindi, ma ci si deve porre anche qualche domanda a livello di azioni. Può essere sempre e solo una donna a condurre la battaglia in favore delle donne? Può essere che le Commissioni pari opportunità siano fatte di donne? Può essere che nel giorno della giornata contro la violenza sulle donne, per stare al Fermano, se non fosse per l’assessore Milena Sebastiani di Porto Sant’Elpidio, neppure una riga sarebbe uscita sui giornali? Può essere che agli incontri organizzati si ritrovino solo donne che parlano di donne tra donne?

L’uomo è nel 90% dei casi il protagonista cattivo, il violento. E allora sull’uomo bisogna agire. Un conto sono le terapie di gruppo al femminile, un conto devono essere le campagne pubbliche contro la violenza. Qui le donne, più forti della violenza, devono riuscire a coinvolgere gli uomini. Non ci sarà fine della violenza, finché ci sarà vita per il germe del non rispetto dell’altra figura.

Serve un cambio di passo, serve che non parlino a livello nazionale solo Boldrini, Boschi o Annibali, neo inserita nel pool delle Pari Opportunità. Serve che sui giornali vadano gli uomini. E non da soli al posto delle donne, ma al fianco delle donne per parlare di donne tra uomini veri, quelli che le donne le amano, le proteggono, le rispettano e le difendono, estirpando per primi il germe che è in noi. Va tolta all’uomo quell’orrida frase “ma parlano sempre delle stesse cose” e reso protagonista, coinvolgendo chi forse ascolterebbe con piacere.

Per cui, ben venga almeno la Sebastiani. Ma non basta. Speriamo lo capiscano tutte le altre assessore e presidentesse che sulla comunicazione fanno poco affidamento. La battaglia culturale è lunga, per quella giudiziaria pene certe e reati mirati, come lo stalking, stanno almeno rendendo meno sicuro il futuro del violento.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Turismo, terremoto, parole e paura

raffondinosorriso

* Il turismo non lo si rilancia con le parole. Non basta dire al mondo che siamo belli, che abbiamo colline meravigliose e che dalla spiaggia si vedono le cime innevate. Non basta più. Questo ce l’hanno anche gli altri. Al turista serve un motivo per venire. Lo devono capire i fermani, lo deve capire questo territorio ferito. Bisogna vincere la paura e avere il coraggio di fare una comunicazione anche positiva, senza temere che poi il Governo non manda soldi. Per quello ci sono le schede da compilare e la burocrazia.

Perché un turista dovrebbe venire in centro a Fermo quando i primi ad averne paura sono gli stessi residenti del capoluogo fermano? Perché un turista dovrebbe arrivare ad Amandola se i primi, comprensibilmente nell'emergenza del momento, ad annullare gli eventi come Diamanti a tavola sono gli stessi amandolesi. E così dicendo per Montegranaro che rinuncia al suo presepe vivente per un rischio ipotetico e irrazionale.

Sia chiaro, comprensibili i timori dei sindaci, che devono tutelare i cittadini e anche loro stessi visto che sono gli unici a rispondere personalmente di fatti legati alla sicurezza, ma per protestare con forza contro la Regione Marche che vergognosamente ha detto al mondo di andare a visitare la zona pesarese perché sicura e lontana dal terremoto, servono più che parole. Serve dimostrare che la vita è ripartita, che i mercatini di natale si faranno che i negozietti ci sono che un piatto di polenta in montagna si può mangiare, magari in un tendone come sta pensando di fare Amandola, che il tartufo profuma, che i formaggi, a anche se le mucche sono spaventate ci sono e che i musei riaprono, come le chiese. Perché altrimenti il turista, che non sa ma legge, avrà sempre più paura di noi che qui stiamo.

I centri storici, quelli sani, devono vivere e devono farlo nelle menti dei fermani prima ancora che di quelle confuse della Regione e di quelle libere da pregiudizi del turista milanese o belga.

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L'ansia sta vincendo, ma...fluctuat nec mergitur

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Houston abbiamo un problema. L’ansia sta vincendo. La preoccupazione che diventa ansia, in termini psicologici, è legata a qualcosa di concreto e definito. In questo caso il terremoto. Può avere anche un lato positivo, perché porta a prevenire qualcosa che non vorremmo riaccadesse. Ed è questo l’aspetto su cui bisogna lavorare con forza in questa fase di post terremoto, soprattutto a livello di azioni politiche.

Il problema, però, è che l’ansia sta diventando fobia, che è uno stato d’ansia eccessivo e incontrollabile. Che non è più legata a un evento specifico. Visto che la logica dovrebbe dirci che il terremoto è stato, la sicurezza è garantita e quindi non dovrebbe esserci più problema, l’ansia dovrebbe scemare.

Da qui la preoccupazione iniziale che è diventata ansia, facendo crescere l’attenzione, giustamente, su quello che viviamo. Ora, il punto è come fermare la fobia. Nel caso delle scuole è un compito improbo che stanno affrontando sindaci e Provincia. Perché nulla accentua di più le paure che il sentire insicuri i propri cari, in questo caso i figli.

E allora, ben vengano forme di terapie civiche, come il far partecipare un paio di genitori ai sopralluoghi, alla stesura delle schede, agli atti concreti che vengono fatti e che fanno dire a un sindaco: “Non c’è problema”. È una strada per guardare avanti, per credere in chi si ha di fronte, come accaduto fino al 23 agosto.

Anche perché non possiamo immaginare di svuotare i centri storici, non possiamo fermare la vita per l’imponderabile che ci riserva la natura. Lo sanno i sindaci e non devono retrocedere, a costo di prendersi insulti che poi diventeranno, se ogni verifica sarà documenta e magari partecipata, pacche sulle spalle. Ogni città, come insegna Parigi, “Fluctuat nec mergitur”, è sbattuta dalle onde ma non affonda.

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Le faglie della solidarietà

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Popolo straordinario quello italiano. Popolo variopinto sia per carattere che per politica. Il terremoto che ha devastato il centro Italia ha messo in luce altri aspetti che come una faglia sono di rottura ma anche di lenta propagazione, per fortuna questa positiva.

La faglia di rottura è emersa nella reazione al dramma, nel concetto di solidarietà e accoglienza che non sono universali, ma sempre più personali. Il popolo italiano che si indigna, ormai in gran parte, per l’arrivo troppo numeroso dei migranti, che superano con coraggio le intemperie e il mar Mediterraneo e le guerre, si scopre accogliente verso decine di migliaia di persone che dai monti scendono verso la costa.

Ed è a questo punto che si aprono le faglie della solidarietà, quelle che quando si parla di migranti si fermano ormai a piccole nicchie di professionisti dell’accoglienza. Il terremoto ha fatto aprire campeggi, alberghi, case, ma soprattutto ha aperto il cuore dell’Italia.

Arrivano volontari da ogni angolo del Paese, le persone organizzano cene di beneficienza, i politici di destra e sinistra fanno a gara per ospitare nelle proprie strutture italiani, marocchini, rumeni, algerini che vivevano tra Ussita, Amandola, Monsampietro, Visso e Pieve Torina. Lo fanno senza sosta, senza sentire la fatica.

È la faglia della solidarietà, quella che Diego e Andrea Della Valle (leggi) portano a livelli più alti, alzando il livello di rilevazione dell’intensità. Ora, proprio come le faglie che sotto terra si passano energia evitando così esplosioni singole, l’imprenditore richiama altri imprenditori. In questo modo la sua fabbrica ad Arquata non sarà il frutto di un singolo evento, ma il pezzetto di un movimento, quello che vuole ‘Noi italiani’ impegnati nel sociale, nel ridare a chi ha meno. Che lo dice mister Tod’s, ma alla fine è un pensiero con un paio di migliaia di anni. Solo che in Italia ogni tanto lo scordiamo.

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Terremoto, questione di simboli

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* C’è un motivo se una delle priorità sono le chiese, i luoghi di culto, i monumenti artistici. Perché si vive di simboli, soprattutto in Italia. Il patrimonio culturale è la grande ricchezza di un Paese che deve puntare con forza sul turismo e che solo con il turismo potrà rilanciare le terre martoriate. E così, non deve stupire che ora tutti vogliano ricostruire la chiesa di San Benedetto a Norcia. Quella chiesa che è diventata un mucchio di macerie sotto la statua del santo.

Il punto è che non c’è solo San Benedetto. Perché, per incuria o per sfortuna, abbiamo perso una chiesa del 720, Santa Maria in Pantano. Sarebbe bastato metterla in sicurezza dopo la prima scossa. Ma non c’è stato tempo, ma soprattutto si è scelto altro, sbagliando. E di quella chiesa a Monte Gallo in mezzo ai monti Sibillini non resta più nulla.

crosteamandolaOra, abbiamo la Madonna dell’Ambro, incastonata in una gola, che è tra i santuari più frequentati del centro Italia. Siamo a Montefortino, comune devastato ma non spazzato via. Bisogna essere rapidi, altrimenti la perderemo. E ci sono le benedettine di Amandola. Qui non ci sono immagini sceniche di corse in piazza, ma il problema resta. E poi c’è il Duomo di Fermo, tra i più belli d’Italia, chiuso per crepe e volte rovinate. E che dire delle chiese di ogni paese, da quelle che contengono Crivelli come a Sant’Elpidio Morico o organi e pale di fronte a cui si fermano a pregare i cittadini.

Simboli che hanno bisogno di risorse e di velocità, perché loro non possono essere spostate in un container come le persone. Ma loro, diversamente dalle persone, se cadono non si rialzano più. E con loro il senso di comunità. Ben venga quindi l’attenzione su Norcia e San benedetto, ma il patrono d’Europa faccia il suo dovere e vigili anche su fratelli e sorelle minori. Ognuno ha il suo simbolo attorno a cui ritrovare fiducia.

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La scommessa dell'Italia: il ponte sullo stretto diventi il ponte sui Sibillini

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* Il premier Matteo Renzi ha in mano il futuro del Paese. E non è nel progetto del ponte sullo stretto che si giocherà il rilancio economico dell’Italia. Il vero ponte che va realizzato è quello sui Sibillini. Un ponte fatto di case, negozi, scuole, chiese e strade. Un ponte che significa ricostruzione rapida ed efficiente.

È qui che deve focalizzarsi ora l’Italia, che è di fronte a un bivio: chiudere la porta delle montagne del centro Italia, spostando definitivamente le comunità per paura di nuovi terremoti, o trasformare quell’insicuro pertugio in una uscita di sicurezza di ultima generazione.

Se il ponte sullo stretto, rispolverato nelle ultime settimane, è un’opera scenica e affascinante, anche da un punto di vista ingegneristico, il terremoto mette architetti, ingegneri e geologi di fronte a una sfida ancora più complessa. Perché ricreare quello che non c'è più e farlo in maniera che diventi sicuro è più stimolante di un ponte chilometrico.

Se il premier era convinto di avere le risorse, spalmate negli anni, per collegare Sicilia e Calabria, le dirotti ora dove l’Italia piange e crolla, dando così lavoro alle imprese del territorio. Non lo faccia però domani, lo faccia oggi. È impensabile che quanto avviato per i paesi colpiti dal terremoto del 24 agosto venga posticipato a causa di queste nuove scosse.

Non facciamo fare ad Arquata, Amatrice, Amandola e company la fine dei treni regionali che vengono fermati e fatti arrivare in ritardo per far recuperare l’Intercity che ha rotto il motore ed è stato aggiustato. I binari sono gli stessi, ma sono divisi. Altrimenti la paura delle scosse tornerà a essere sfiducia verso lo Stato e allora sì che le comunità si sfalderebbero.

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Tre livelli di giustizia

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* Colpevole, innocente, alla gogna, da santificare. Più il personaggio che finisce al centro di una indagine è potente, più si intrecciano i livelli di percezione e valutazione. Tre livelli di giustizia aleggiano sopra la testa del protagonista.

Il primo è quello della giustizia umana, la legge. Ha regole precise, tempi non certi, ma dinamiche che vanno dall’indagine alla denuncia fino al rinvio a giudizio e al processo o all’archiviazione. Un iter lungo, complesso, ma, è la speranza, equo e vero.

Il secondo è quello della giustizia social, fatta da improvvisati giudici popolari che normalmente sono mossi dall’invidia, dal desiderio democratico di vedere il potente al livello più basso previsto dall’uomo, quello del colpevole. Sono quelli che non si fermano davanti a nulla e che vivendo sui social perdono ogni inibizione, dimenticando magari che due giorni prima stavano seduti in una tribuna guardando una partita proprio con il presunto colpevole omaggiandolo con rispetto.

Infine, il terzo livello: la giustizia divina. È quella personale, quella intima, quella che non conosce avvocati ma solo la propria coscienza. Corre una propria partita, fatta di intima riflessione e consapevolezza.

Tre livelli che si intrecciano quando le notizie riguardano chi è più grande di noi, quello per cui dimentichiamo le garanzie, dimentichiamo i tempi della giustizia, dimentichiamo la presunzione d’innocenza. Di fronte a questi tre livelli c’è il giornalismo, c’è il fatto, ci sono i dati e le carte, ci sono le denunce. Il resto sono chiacchiere, sono privati giudizi di webeti socialmente inutili. Ma per questo, per il potente, ma in realtà per ogni cittadino finito al centro di una inchiesta, c’è un solo modo per affrontare il presente, il dantesco refrain ‘non ti curar di loro’. La giustizia arriverà.

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Andare oltre il titolo

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* Discutendo durante un convegno è emerso un concetto interessante: andate oltre l'immagine, fate vedere quello che davvero avete dentro, mostrate nella pratica le vostre capacità.

I relatori parlavano a un gruppo di ragazzi, ma in realtà parlavano anche a se stessi. Perché stavano ragionando su una parola chiave: capacità. Legandola poi, non secondario elemento, con possibilità di lavoro. Come se poi la capacità diventasse opportunità e l'opportunità diventasse riconoscimento di quello che siete, di quanto si vale. In un mondo perfetto, in un mondo che ha cominciato a capire che ha bisogno davvero di dare fiducia e spazio alla competenza.

Ecco che allora si arriva a un settore chiave, quello della Comunicazione. Ed è un invito il mio ai lettori di questo sito, ai lettori in generale. Quelli che sfogliano il giornale al bar, quelli che girano per i social, quelli che non hanno ancora compreso che oltre al titolo c'è di più. O forse verrebbe da dire sotto al titolo c'è di più. Bisogna che le persone, il cittadino, parola che racchiude in sé un concetto molto più ampio perché ci inserisce diritti-doveri-qualità-attenzione-impegno sociale, e sarebbe bello, leggesse, cominciasse a farsi un'idea reale, capisse cosa c'è dentro un articolo, capisse se il titolo è davvero quello che sembra, comprendesse le differenze. Capirebbe come non si sia tutti giornalisti, come non si è tutti imprenditori, non si è tutti operai.

Ci sono differenze in ogni settore che cambiano in maniera radicale la percezione del presente. E allora provateci, andate oltre il titolo. Siete in pochi a farlo, lo dicono i dati. In un mondo che vive di visualizzazioni, che vede passaggi rapidi sui social, che vede i commenti virtuali di persone che molto spesso scrivono chiedendo indispettiti elementi che sono già dentro gli articoli o persone che mandano messaggi avendo appena adocchiato una colonna di piombo di un quotidiano su una panchina: ecco andate oltre il titolo, entrate in profondità, cercate la differenza. E poi a quel punto scegliete.

Lo faranno, l'hanno promesso, gli imprenditori con i giovani che cercheranno un posto all'interno delle imprese del territorio senza scappare all'estero. Fatelo anche voi cittadini che già solo per il fatto che cercate informazioni partite avvantaggiati andando oltre quell’affascinante titolo, che come la bellezza potrebbe essere anche splendidamente vuoto.

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Filantropia batte politica: la chance perfetta di Della Valle

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* Diego Della Valle ha l’occasione d’oro per riprendere in mano il pallino del gioco. La visita alla Tod’s del premier Matteo Renzi è un rinsaldarsi di rapporti che potrebbe fare bene a entrambi. Per due motivi. Renzi, forte ma con un fianco scoperto, ha bisogno di tutto fuorché di un ‘nemico’ tra gli imprenditori. Della Valle, forte ma con il fianco scoperto da qualche colpo di troppo ricevuto negli ultimi mesi, vuole tornare a essere un player di primo piano su tutti i tavoli.

L’escalation di Cairo, l’amico cattivo che l’ha superato nella scalata al mondo dell’editoria italiana, vedi Corriere della Sera, l’ha privato di un canale cruciale di comunicazione, a cui si aggiunge La7 sempre di Cairo. Così come i non idilliaci rapporti con il premier ne hanno ridotto le presenze in Rai nei salotti buoni dei talkshow in Rai.

Ma Della Valle ha in mano un pezzo di futuro del Paese, che non deve annacquare nella politica: ‘Noi italiani’. L’associazione nasce con uno scopo: riunire la parte sana del mondo imprenditoriale dell’Italia, quella disposta a donare parte degli utili per far star meglio chi è meno fortunato. Un progetto di filantropia diffusa che mister Tod’s porta avanti da tempo, senza avere mai fatto il salto di livello o meglio di coinvolgimento.

E invece, di imprenditori pronti a seguire Della Valle ce ne sono, ma si sono fermati, esitanti, di fronte al ‘scendo o non scendo in politica’ di Ddv. L’incontro con Renzi, per quanto fugace, potrebbe avere ridato input al progetto iniziale, spinto anche dalle parole del premier, “servono altri Della Valle, servono azioni che uniscono pubblico e privato”. Un input decisivo per fare di Della Valle il fulcro di un piano di rilancio solidale del Paese, che va ben oltre il Colosseo, con il placet governativo.

Se ‘Noi italiani’ dopo questa giornata tornerà a parlare di 1% di utili, di unione di intenti, di gestione di risorse non per carità, ma per far star meglio costruendo un futuro dove non c’è, come ad Arquata, allora Della Valle avrà vinto. E in tv, a quel punto, ci andrà da mecenate e non più da amico nemico, da chi non si sa bene se vuole costruire o affondare, se vuole consigliare o correggere. E nel cambio di parole, come ha sperimentato lui stesso rinviando la presentazione ufficiale del progetto, passa tutta la differenza tra ‘Noi italiani’ e ‘Io e l’Italia’, tra una visione sociale e una di scalata politica.

Gli imprenditori attendono solo un cenno di mister Tod’s per giocare nella stessa squadra, il primo è Vitturini ‘Vega’. Ma l’obiettivo deve essere chiaro: non c’è un campionato da vincere, ma un sistema da migliorare. Con pazienza e senza fraintendimenti che poi costringono anche uno dei migliori, Della Valle, a rallentare togliendo così chiarezza a quanto di buono, di unico, sta facendo in ogni angolo d’Italia.

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Un terremoto di soldi

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* Il Fermano con le scosse ha perso case, palestre, chiese, imprese. Ma non la sua anima. Che è orgogliosa, tipica del piccolo che è convinto, e quindi determinato a dimostrarlo, di essere grande. Il problema è che l’orgoglio non basta quando di fronte c’è un mucchio di macerie. E così, la capacità ha bisogno di essere oliata e foraggiata.

Per questo c’è “San Cesetti”. L’assessore regionale al Bilancio, fermano doc, sta riuscendo in una grande impresa: riempire di soldi la provincia che ha contribuito a creare. In poche settimane una pioggia di milioni di euro è arrivata. Ha finanziato musei, ha finanziato ospedali, ha finanziato imprese (peccato che i lavori di ricostruzione non possano essere affidati direttamente alle aziende locali qualificate che avrebbero davvero ripreso a vivere), ha finanziato il turismo. Certo, in perfetta intesa con la Giunta Ceriscioli, ma le scelte hanno sempre un padre. Che non accontenta mai tutti, soprattutto quando sceglie, nessuno sa bene come, cosa e quanto finanziare, vedi il teatro di Grottazzolina scelto come luogo del contemporaneo, che ha fatto storcere il naso a tanti, da Sant’Elpidio a Montegranaro.

Ora, però, c’è il secondo step ed è quello del come verranno spese le risorse. Ci sono iniziative che richiedono comunione di intenti, ce ne sono altre che invece hanno solo bisogno di una attenta e locale regia. Il Fermano, in questo, dovrà provare a compattarsi, senza perdersi nelle sue gelosie.

Inutile lamentarsi se Amandola sta al centro dell’attenzione, perché se l’ospedale riapre in tempi brevi, conviene a tutti, non certo solo ai bar della cittadina. Se Amandola strappa soldi per le chiese, apre un fronte su cui potranno raccogliere anche Santa Vittoria e Falerone. Ma se Amandola non farà squadra con i vicini, poco lontano andrà nel campo del turismo e della promozione, voce che invece sarà la prossima a essere finanziata dalla regione, questa volta per volere di Ceriscioli. Che viene dal mare, ma che più di altri presidenti ha capito la potenzialità delle colline e dei monti, a tal punto dal cominciare a ragionare sul come migliorarne la viabilità.

Insomma, il terremoto ha fatto danni, tanti e dolorosi, ma il post potrebbe diventare il volano, sempre che si creda ancora in quei luoghi. Tassi zero nei prestiti, rinvii di pagamenti, agevolazioni fiscali e percorsi privilegiati per ricostruire. Nessuno regala nulla, non sarebbe giusto soprattutto se quanto crollato è anche per l’incuria dei proprietari. Alla forza della natura lo Stato risponde con la determinazione della programmazione, che però ha bisogno di attori, tanti e diversi. E soprattutto non egoisti.

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L'amore non si racconta, si vive. Ed è dentro uno storico Sì

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* Ci sono momenti che vanno vissuti, perché è impossibile descriverli. Del resto, ci hanno provato poeti, scrittori, commediografi, pittori e artisti di ogni livello a descrivere l’amore. Ma sempre qualcosa mancava. C’era quell’incompiuto dato dal vivere il momento. L’amore lo si vive, lo si prova. E dopo, quando è permesso, lo si condivide.

Ci sono giorni che entrano di diritto nella storia, quelli in cui accade qualcosa di unico e, per fortuna, non irripetibile. Francesco e William oggi hanno contribuito a cambiare Fermo e con Fermo il futuro di tante persone. Hanno detto Sì, il loro sì, frutto di amore, di scelte, di desiderio. Una unione civile che rende civile un Paese rimasto indietro. Una unione che nasce sui valori cardine di questo paese che ha faticato a capire che l’amore ha più facce, magari entrambe con la barba come Francesco e William. Famiglia è la parola usata più volte, perché la famiglia è stata il cardine attorno a cui hanno ruotato due vite che oggi hanno deciso di diventare una cosa sola.

Ecco, ci sono momenti in cui si comprende la bellezza della Politica. Quella che ha deciso di cambiare e dare un futuro a chi già lo viveva da tempo, ma segnato da un presente di diversità. Quella politica che Francesco e William hanno idealmente abbracciato dopo essersi scambiati gli anelli. Quella politica che guardando le immagini dei due novelli sposi e dei tanti che seguiranno potrà sorridere e non abbassare lo sguardo.

Un giorno importante, un giorno da raccontare semplicemente con due parole: amore e diritti. Niente più, il resto sono loro, due persone che si sono promesse amore eterno, di essere il bastone della vecchia uno dell’altro. Trovate voi la diversità dal matrimonio se ci riuscite, io vedo solo diritti e amore. E che sia solo l’inizio di un presente migliore in cui non mancheranno altre conquiste, altre sfide, altre lacrime. Ma non oggi, non domani: c’è posto solo per la gioia. E la gioia è serenità. Del resto, come dice Francesco, chi se ne frega.

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Dal Lego all'ego, l'involuzione della solidarietà post terremoto

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* Fiorello l'ha detto per tempo: il rischio dei grandi eventi è che servono più agli artisti che a chi dovrebbe incassare. Capiremo domani cosa resterà di questo Live Aid immaginato a Sant'Elpidio a Mare, e trasferito a Porto San Giorgio per paura di una pioggia che in pochi immaginano, ma che magari nella sfortuna arriverà davvero. Un concerto nato tra tanti proclami in una ricca e partecipata conferenza stampa in cui tutti seduti annunciavano l'arrivo dei grandi della musica. Poi un tam-tam sui social, prodotto non dalla stampa e dall'informazione ma dagli organizzatori con continui rilanci di nomi. Nomi che puntualmente dopo u giorno o al massimo 72 ore venivano rettificati o smentiti. Perché qualcosa improvvisamente impediva all'artista di arrivare allo stadio Montevidoni. Una struttura troppo grande, ma possibile averlo scoperto a due  ora a 24 ore dal concerto che costava coprire l’erb, e difficile da riempire senza la certezza di chi salirà sul palco.

Questo ha creato caos, confusione, dubbi che il presidente della Croce Azzurra, Robin Basso, si trova ora a fronteggiare da solo, nel silenzio di Pro Loco e organizzatori vari coadiuvati dal manager Convertino. Ora la Croce Azzurra parla di artisti che chiedono compensi e che per questo motivo non sono più stati chiamati. Certo dirlo a 24 ore dall’evento, con le persone che hanno comprato un biglietto, per fare beneficenza ma anche vedere gli artisti promessi, lascia attoniti.

Qualcosa non ha funzionato: o si è alzata troppo l’asticella, parlando di protagonisti prima e di averne firmato la presenza, o qualcuno ha fatto il furbo. E allora non resta che una soluzione dopo le parole di Robin Basso per non pensare a un eccesso di ego: dire con chiarezza chi ha chiesto soldi, dimostrarlo e far sì che davvero un concerto nato per essere un evento, e ora diventato una bella iniziativa, non venga offuscato dalla disorganizzazione. Perché in questa fase di post terremoto, in cui tutti hanno provato a dare il proprio contributo in una gara senza confini e limiti alla solidarietà, ci sono stati esempi positivi, come i mattoncini Lego regalati ai partecipanti di una iniziativa fatta con artisti locali rigorosamente saliti sul palco gratis, e discutibili come la smania di protagonismo con foto tra i terremotati di chi di fondo è nato proprio per portare assistenza.

Questo concertone è lo spartiacque, segnato ora dalle parole degli organizzatori che però vanno documentate. Vogliamo sapere chi specula, chiedendo compensi, sul dramma di chi ha perso tutto, altrimenti siamo solo di fronte all’ego non soddisfatto. Mentre a noi, e ai terremotati, piace il piccolo mattoncino Lego di chi ha voglia di costruire con umiltà.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Pali, impronte, curve di tifosi e le due certezze dimenticate

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* E ora come la mettiamo? Le prime indiscrezioni, e sarebbe auspicabile della chiarezza su un atto così importante in questa fase di indagini, sul referto del Ris riguardante il segnale stradale usato nello scontro tra Emmanuel e Amedeo Mancini a Fermo fanno discutere. Perché secondo quanto emerge, non ci sarebbero impronte digitali del nigeriano.

Si alza così il coro dalla tribuna est, quella dei compagni, degli integralisti dell’integrazione, quella di chi ama l’Africa e si affida alla giustizia divina: “Emmanuel non solo è morto, ma è stato addirittura colpito con il segnale, non come fino a oggi raccontato dai testimoni”. Ma dall’altro lato, riparte il coro della tribuna ovest con striscioni dei complottisti che pensano che all’immigrato sia tutto permesso, perché povero e sfortunato. Quelli che vedono in Amedeo Mancini una vittima della deriva giustizialista e assolutoria di un Paese che si sente in parte colpevole per la sua era colonialista e in parte vittima perché porta d’ingresso dell’Africa.

Difficile in questo modo superare una vicenda che sta trasformando Fermo in una specie di caso studio per l’Italia. Che si ricorda di questa cittadina solo quando escono indiscrezioni o carte. Vedi le prime sulle sentenze del Riesame, vedi quelle relative alle testimonianze, tra vere e improvvisate. Possibile, visto che anche il Riesame e il Gip avevano dato come punto fermo l’uso del segnale da parte di Emmanuel, che non ci siano impronte? Possibile che allora sia stato davvero tutto fatto da Amedeo Mancini? Possibile che la scarpa ballerina cinese di Chinyere diventi per i testimoni un tacco nove e contundente?

È tutto possibile, perché Fermo ha dimenticato di porsi l’unica domanda utile: ‘Perché nella nostra città qualcuno può anche solo pensare di urlare da una panchina, seduto sotto il sole, scimmia africana a uno che passeggia e neppure conosce?’. Su questo si doveva discutere in questi mesi, su questo si dovrebbe ragionare, su questo approfondire e magari agire con iniziative educative. E invece no, le curve sono alimentate da indiscrezioni e carte processuali e si lasciano andare ai facili entusiasmi che poi, domani, verranno sedati da un’altra indiscrezione, da una nuova testimonianza, da una intervista sconvolgente. Sempre dimenticando le uniche certezze, tra tante indiscrezioni: insulto e morte.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Il ritorno dell’odio

raffondinosorriso

“ Sfugge il senso della gestione mediatica della vicenda Mancini. Sfugge perché vive come una fisarmonica di violenza e di pace, di urla e di lunghi silenzi.

E dire che a Fermo, terra di Daniele Di Bonaventura, tra i migliori bandoneonisti italiani, dovrebbero sapere come si suona lo strumento per non steccare. Invece, don Vinicio Albanesi passa dall’andare a dialogare con Amedeo Mancini in carcere, dando l’idea di un riavvicinamento, a una intervista incendiaria su Repubblica. Gli avvocati di Mancini, Piattoni e De Minicis, passano dal contrattacco, versioni alternative tra i testimoni, al ringraziare il don per poi affondarlo con un ‘non sappiamo dove vuole condurre questa rinnovata campagna di odio e di bugie’.

Si ravvivano così le tifoserie. Quelle del ‘fermano razzista’ e quelle del ‘profugo aggressore’. E tutto mentre la Procura non ha ancora chiuso l’indagine e quindi si discute su una verità monca, come se il bandoneon suonasse uno spartito strappato dalle mani di un musicista incapace di improvvisare melodie.

E l’odio si riaccende, dimenticando le uniche certezze: l’insulto e la morte di Emmanuel. Il resto è nel processo che dovrebbe svolgersi nelle aule del tribunale e non tra uno scoop e l’altro. Ma Di Bonaventura suona e non dice messe o apre codici. Peccato, resta il rammarico per gli avvocati, il dolore per la vedova, la sete di giustizia, mista a rabbia per l’attacco subito dalla sua città, per il don. E qualche immancabile e inutile parola sui social.

In un mondo in cui il nemico è sempre dietro l’angolo, e se non c’è lo creiamo, nulla può più essere lasciato al caso. Perché c’è sempre il fenomeno da tastiera o il politico da copertina che è pronto a rovinare anche quanto fatto di buono da chi cerca davvero di fare del bene per gli altri.

L’apoteosi di questa rappresentazione della realtà la stiamo vivendo con il post terremoto. Dove tonnellate di aiuti hanno raggiunto Amatrice e Arquata, dove fiumi di parole sono state scritte, dove migliaia di foto sono state scattate. Dove si organizzano maxi eventi, ma serve chiarezza sui costi a cominciare da chi e come vengono pagati i gruppi, e si regalano incassi delle amichevoli, piccoli ma sinceri.

Paradossalmente, gli unici che avrebbero avuto bisogno di visibilità in un tempo di razzismo crescente, i profughi laboriosi, sono quelli che non l’hanno cercata. E così molti imprenditori che hanno scelto di dare il loro contributo, come tanti cittadini che hanno mandato un sms o aderito a una delle tante, anche troppe, raccolte promosse da associazioni di ogni tipo, senza mandare comunicati o scattare selfie.

Ma poi, c’è chi deve creare il caos, aiutato da chi dovrebbe sapere meglio di altri come funziona il mondo della comunicazione ed evitare foto con i doni che non ha raccolto lui, ma la città che rappresenta, o fare attacchi politici invece di sottolineare la generosità di un concittadino e il sudore di chi, in tuta gialla, ha spostato massi o ha organizzato collette. Webeti? Suona quasi dolce questa parola, ma accontentiamoci.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

I webeti del terremoto

raffondinosorriso

“ In un mondo in cui il nemico è sempre dietro l’angolo, e se non c’è lo creiamo, nulla può più essere lasciato al caso. Perché c’è sempre il fenomeno da tastiera o il politico da copertina che è pronto a rovinare anche quanto fatto di buono da chi cerca davvero di fare del bene per gli altri.

L’apoteosi di questa rappresentazione della realtà la stiamo vivendo con il post terremoto. Dove tonnellate di aiuti hanno raggiunto Amatrice e Arquata, dove fiumi di parole sono state scritte, dove migliaia di foto sono state scattate. Dove si organizzano maxi eventi, ma serve chiarezza sui costi a cominciare da chi e come vengono pagati i gruppi, e si regalano incassi delle amichevoli, piccoli ma sinceri.

Paradossalmente, gli unici che avrebbero avuto bisogno di visibilità in un tempo di razzismo crescente, i profughi laboriosi, sono quelli che non l’hanno cercata. E così molti imprenditori che hanno scelto di dare il loro contributo, come tanti cittadini che hanno mandato un sms o aderito a una delle tante, anche troppe, raccolte promosse da associazioni di ogni tipo, senza mandare comunicati o scattare selfie.

Ma poi, c’è chi deve creare il caos, aiutato da chi dovrebbe sapere meglio di altri come funziona il mondo della comunicazione ed evitare foto con i doni che non ha raccolto lui, ma la città che rappresenta, o fare attacchi politici invece di sottolineare la generosità di un concittadino e il sudore di chi, in tuta gialla, ha spostato massi o ha organizzato collette. Webeti? Suona quasi dolce questa parola, ma accontentiamoci.

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Si parla di visibilità e web, si vive con gli stand blindati

raffondinosorriso

Il doppio binario dei calzaturieri. Le griffe, o simili, chiudono all'osservatore, ma chi ha il prodotto forte apre e sceglie il vetro trasparente.

“ Tutti parlano di web, di massima visibilità, poi però blindano gli stand tra i padiglioni del Micam con sistemi di sorveglianza degni del caveau della Banca d’Italia.

Il mondo del calzaturiero deve decidere da che parte stare. I clienti calano, i buyer stanno si e no due giorni, il sistema è cambiato. Ma non cambia invece l’impostazione di chi pensa di avere un prodotto da celare allo sguardo dei curiosi. Eppure, chi vende, apre e dà a tutti il suo prodotto. Meno furbi, più ingenui? No, solo certi di avere la scarpa vincente. Facile dire Premiata, ma poi c’è Giano che fa lo stesso con i suoi marchi o il mondo dei portoghesi, per non parlare di negozi di nicchia e d’alta classe come Pomme D’Or.

L’esclusività la dà l’invalicabile porta di ingresso allo stand o il prodotto da vendere? Si continua a parlare di occhiali con telecamere stile James Bond sequestrati, ma poi i calzaturieri vip aprono le porte alle blogger che fotografano e rilanciano il tacco innovativo a centinaia di migliaia di persone.

E allora? Ci sono calzaturieri arrivati senza speranze che hanno firmato contratti perché passando davanti alla vetrina i buyers hanno visto un modello e sono entrati. Fortuna? Certo, ma anche consapevolezza di avere il pezzo giusto, quello che troppi grandi brand non vogliono mostrare e che finiscono per vendere ai soliti clienti, che tornano, premiando la qualità, ma ordinano sempre meno.  

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Micam: dal pessimismo alla realtà

raffondinosorriso

Credito, defiscalizzazione, crollo di vendite, speranze: quattro giorni per capire che fine farà un settore da 14miliardi di euro.

“ Quattro giorni possono decidere un anno di vita. Almeno per metà delle Marche. Si apre il Micam, la fiera di calzature più importante al mondo. Nei padiglioni della Fiera di Rho cerca di sopravvivere un settore che vale 14 miliardi di euro. Anche se in troppi sembrano dimenticarlo. Nessuna attenzione a livello europeo, vedi il mancato sblocco delle sanzioni alla Russia che non portano vantaggi politici ma enormi svantaggi economici, assenza di politiche mirate, se non fosse nelle Marche il tentativo della Regione con il bando per l’innovazione del settore moda con 6milioni di euro stanziati, povertà di idee e novità da chi solitamente sapeva come conquistare il mondo.

In questo contesto fino a martedì gli imprenditori proveranno a stupire ancora chiudendosi dentro gli stand in cerca di una firma, quella del buyer, dimenticando per un attimo tutto il negativo che li circonda. “Non pessimismo, è la realtà”. Per la prima volta i vertici di Assocalzaturifici da Fermo a Milano non nascondono il quadro congiunturale.

Cambio di comunicazione. Continuare a dire che tutto va bene, che il -10% è bene perché prima era -30  non pagava. Il Governo non aiuta chi sopravvie da solo. E allora, ecco che i numeri vengono messi sul campo: dal 2013 il settore italiano delle scarpe destinava il 10% del prodotto alla Russia, dato che nelle Marche superava il 20%. Oggi la quota è meno della metà. E nessuno, proprio nessuno, è ancora riuscito a trovare una alternativa.

Cambiare mercati costa, ma soprattutto chiede un cambio di mentalità non facile. Ancora più difficile se le banche non fanno le banche. “Neppure ci chiedono i prestiti gli imprenditori” commentavano i vertici di Carifermo durante la presentazione del Micam. E allargando l’analisi ai dati della Banca d’Italia, il dato diventa inquietante: gli impieghi bancari alle imprese sono diminuiti di 13,8 miliardi di euro. Cresce quindi il credit crunch: un quadro acuito, oltre che dagli effetti della crisi economica, dal deciso aumento delle sofferenze bancarie, che mantiene prudenti gli istituti nelle erogazioni.

E non solo: il 30% degli imprenditori dichiara di avere incontrato difficoltà nell'accesso al credito negli ultimi 6 mesi. Le motivazioni più frequenti sono la richiesta di eccessive garanzie (67%), il costo elevato in termini di tassi e condizioni (61%), nonché il fatto che la banca non abbia ritenuto la situazione economica/finanziaria aziendale adeguata (61%). 

Questa è l’Italia, questo è il settore calzaturiero, questo è un pezzo di Paese che rischia di finire pestato da un mocassino portoghese o brasiliano. A meno che, visto che per la prima volta dai padiglioni del Micam uscirà la verità, il Governo non apra gli occhi e porti a compimento almeno la battaglia che sta combattendo l’onorevole Petrini, relatore della legge sulla defiscalizzazione dei campionari. Un piccolo passo, in attesa del salto, la detassazione dei salari per favorire i consumi, ma pur sempre un passo. Da fare con scarpe rigorosamente made i Italy, almeno fino a quando il reshoring non verrà sostituito dal ‘good bye Italia’.  

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E adesso? #nonvilasceremosoli

raffondinosorriso

“ E adesso? Risuonerà a lungo questa domanda nella testa di tanti.

sedievuotePartiamo da chi c'era ed è sopravvissuto. Se non è la fede a rispondere alla domanda posta durante i funerali di Stato da monsignor D'Ercole è impossibile andare avanti, soprattutto se uno crede. Ma se uno non crede, la risposta la può trovare solamente in chi ha il potere, in chi decide. E adesso, cari Renzi, Mattarella, Boldrini e Grasso, ora che vi siete alzati da quelle seggiole in cui è rimasto il vostro nome per il posto riservato, che farete? Manterrete la promessa, garantirete rapidità ed efficienza? Domande che tornano alla domanda: e adesso?

Se lo sono chiesti tutti in tribuna durante il funerale. E se lo sono chiesti anche gli italiani davanti alla televisione. Perché adesso significa ora, significa giorni, non significa mesi. #nonvilasceremosoli è l’hastag lanciato dal premier, re dei social. Un'altra frase importante che impegna realmente quella prima fila schierata ai funerali. Perché se è vero che Renzi non lascerà soli i terremotati, è vero che la gente e la stampa non lasceranno soli i politici a crogiolarsi dopo le promesse. Chi la faccia l’ha messa in questo momento di dolore, ce la rimetterà se non completerà quanto promesso.

Per il resto, come dice monsignor D'Ercole, adesso serve ritrovare la forza del coraggio e tornare a credere: in Dio, in Mattarella, inteso come Stato, o nelle proprie forze. Ognuno troverà in sé la risposta giusta. In attesa che la prima fila si metta al lavoro.  

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Soli...darietà da terremoto

raffondinosorriso

Una famiglia, siamo una famiglia”. Sembra crederci Mattero Renzi. Ma in ogni famiglia c’è chi si sente solo e chi invece è una mela marcia. E mentre le case franano, la polvere toglie il respiro e i corpi escono esanimi da sotto le macerie, c’è chi prova a giocare una partita personale.

Ci sono gli sciacalli, quelli che poi hanno costretto centinaia di persone a dormire in auto, a pochi passi dalla casa semi crollata, perché temevano di trovarla oltre che rotta perfino svuotata.

Ci sono i figli che si sentono alternativi, quelli che devono dire qualcosa di diverso per far capire alla famiglia che esistono. Sono quelli che mentre migliaia di volontari si muovono, mentre i vigili del fuoco scavano e la protezione civile alza tende, tirano in ballo gli immigrati in un gioco sui livello di solidarietà.

Ci sono quelli che sugli immigrati provano a costruire una comunicazione al contrario, facendogli donare i 2,50 euro al giorno, dando così l’impressione che davvero non gli servono se possono privarsene. Meglio invece, come successo nel Fermano, portarli in mezzo alle macerie a scavare. Contributo vero e fisico.

E infine, ci sono loro, i terremotati, quelli che hanno perso tutto. Quelli che si sentono soli, nonostante attorno a loro ci sia solidarietà. Loro parlano spinti non dalla rabbia, che microfoni e taccuini colgono, ma dal dolore. Il problema è che la differenza la sanno loro e non chi li ascolta. Che poi, così, in pochi attimi si trasforma da parte della famiglia a sciacallo.  

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Banda larga? Cominciamo con due antenne

raffondinosorriso

Ma di che parliamo? Banda larga e connessione ultra veloce sono le parole che ricorrono sempre più spesso nei discorsi dei politici. Parole che riempiono di orgoglio i sindaci, che bramano i servizi per i cittadini. Che fanno entusiasmare gli imprenditori, che ancora, colpevolmente, viaggiano a fax. Che i cittadini, però, una volta ascoltate cancellano con un colpo di realtà.

Banda larga? Ma i politici hanno mai percorso la Valdaso? Hanno provato a viaggiare lungo l’Ete o il Tenna, quando incrociano le prime montagne? Ma sanno che ogni cento metri il segnale del cellulare scompare? In un Paese in cui Telecom-Tim non è più monopolista, esistono concorrenti, ma resta proprietario di molti tralicci, sembra incredibile ma accade.

È così che si accoglie il turista (What a hell....è la frase tipo che pronunicano fuori dalle tende) che arriva dall’estero che ha come primo mezzo di comunicazione le app social che hanno bisogno di internet. Ma se il turista per trovare un segnale deve girare come un rabdomante tra colline e montagne, secondo i politici fermani, e marchigiani, poi torna? E che dire dei residenti di comuni neppure piccoli, 2-3-5mila abitanti che sono obbligati a rinunciare alle offerte delle compagnie telefoniche perché se cambiano operatore non telefonano più?

La Regione ha uno dei primi social media team italiani, almeno stando ai numeri. Bene, presidente Ceriscioli gli dia una nuova funzione. Oltre a organizzare campagne marketing li mandi in giro per le province a testare la connessione, così comprenderanno se nei discorsi autunnali e di inizio 2017 sarà meglio parlare di banda larga o di semplici, invasivi, fondamentali ripetitori. Con buona pace degli ambientalisti che poi quando parlano usano Ipad e smartphone super veloci non certo alimentati dal sole. Sempre se hanno segnale.  

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Terremoto, un anno dopo ho i corpi davanti agli occhi

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