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Il ritorno di Marche Sud

raffondinocolori

* Altro che ‘rotolando verso sud’ come cantavano i Negrita. L’aria picena soffia forte nelle Marche e si espande spinta dal vento del lavoro, della correttezza, dei conti in ordine. Fossimo dentro un film, quanto accaduto ricorderebbe L'urlo di Chen.

Nel giro di pochi giorni due parole sono tornate a riecheggiare con forza: Marche Sud. In una regione al plurale, operazioni di palazzo stavano cercando di trasformare quello che per tutti è sempre stato un modello di funzionalità in un agglomerato privo di anima.

Ma il vento piceno ha ripreso forza. Saranno state le tombe ritrovate nel borgo gioiello di Torre di Palme, che hanno ricordato a territori diversi la matrice comune, ma l’unione del sud della regione è una cosa seria, una realtà che ora non s potrà più fermare.

La nascita di un polo omogeneo che raggruppa tre province è un esempio di buon amministrare, fatto di concreti passi e non di slogan. Vale per Confindustria, è già stato attuato dai bravi artigiani, varrà a breve per le camere di Commercio. Il tutto subito non funziona quando non esistono piani ben strutturati. Come invece hanno saputo fare gli industriali, che si sono tolti il nero da davanti agli occhi e hanno ritrovato una visione di intenti comune.

La Regione al plurale ora sa di poter contare su due teste, ugualmente capaci e, almeno per quanto riguarda quella del sud, pronte a lavorare per il bene di tutti. Ma partendo dai diritti comuni, on certo da quelli acquisiti di chi, dal nord, pensa di partire un metro avanti. Un errore, la formula 1 insegna. Perché poi, prima o dopo, ti beccano e torni al punto di partenza guardando qualcuno correre in serenità. E quel qualcuno passeggia in piazza del Popolo. Di Ascoli o Fermo? Poco importa, il nome, come la volontà e i progetti, è già lo stesso.

 * direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


Tutti ciclisti, ma i problemi restano

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* La morte di Scarponi, il campione della porta accanto, quello che ognuno sogna di poter diventare perché alla fine si era formato salendo e scendendo dalle colline marchigiane, che poi diventano montagne, ha riaperto un grande tema: il rapporto tra ciclisti e automobilisti.

Facile, purtroppo, parlarne dopo una tragedia, più complicato affrontare il tema in maniera lucida. Perché in meno di 24 ore dal Ministro al politico di turno, tutti hanno detto che risolveranno il problema, come se bastasse l’omicidio stradale. Il tema è più complesso. Lo dimostra, ad esempio, quello che è accaduto a Porto san Giorgio che ha un lungomare bello quanto insicuro perché stretto, a doppio senso e con auto parcheggiate. Il Comune installa dei dossi, di quelli morbidi, non di plastica che diventano uno scalino, per far rallentare le auto. E chi protesta? I ciclisti e gli organizzatori delle principali gare.

Difficile garantire la sicurezza comune se ognuno cerca il proprio vantaggio. Difficile garantire la sicurezza al ciclista se sulla statale Adriatica corre con altri 20 piazzandosi in fila per quattro. Difficile, perché poi l’automobilista frettoloso finisce per tentare il sorpasso e accade, è cronaca settimanale, che con lo specchietto tocca l’atleta che finisce a terra, per fortuna riportando solo delle lesioni.

E allora? Da ieri mattina, dopo il terribile schianto che ci ha tolto un modello di sport, tutti sono diventati pro ciclisti, dimenticando gli insulti che hanno speso fino a poche ore prima. Il legislatore, impegnato a inventarsi un sistema per dire che la strada è di tutti, sai che novità, forse potrebbe impegnarsi per una politica attiva di mobilità dolce. Favorendo davvero le piste ciclabili senza perdersi in promesse.

Tra un ponte che crolla e uno da controllare, ora siamo alla fobia da crepa, magari costruirne un paio per unire lungomare diversi creando alternative ai ciclisti sarebbe un inizio. Poi, per quel che riguarda le amate salite su cui sono cresciuti Pantani e Scarponi, oggi in tandem a pedalare tra le nuvole, c’è poco da fare: più senso civico e meno velocità. Per entrambi, certo, ma chi sta dentro un’auto non deve mai dimenticare che l’altro è su due ruote, protetto solo dalla propria pelle. E spesso non basta.

 * direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Candidati, uscite dal vostro social

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E per fortuna che si vota solo in un paio di Comuni. Ma quello che sta accadendo a Porto San Giorgio è una interessante lezione per tutti, anche in futuro. Una campagna elettorale per ora di basso livello, priva di contenuti, ma ricca di post su Facebook. È questa la politica che devono aspettarsi i cittadini, fatta di polemiche, di colpi bassi, di finte lettere di protesta, scritte da campanilisti ottocenteschi, che servono solo a ricordare a noi giornalisti che il nostro lavoro prevede in primis la verifica delle fonti, soprattutto in campagna elettorale, dove ognuno cerca di tirare l’acqua al suo mulino.

Ma quello che i politici per ora non hanno capito è che non si vince di solo social, perché se è vero che le piattaforme social sono in costante crescita, quello che passa al loro interno è solo un messaggio veloce, spesso non legato ai contenuti. Che invece dovrebbero essere la base di partenza per chi vuole guidare una città. Sono le parole, i confronti, le idee e la capacità di rispondere alle domande che dovrebbero differenziare i candidati. Che per ora preferiscono presentazioni monstre, in orari improponibili, ma del resto la loro attenzione per i media è ai minimi livelli, e finte conferenze stampa in cui ti ammorbano di parole tra il vuoto e il banale per evitare domande ulteriori e mettere in mostra la totale assenza di idee. Inconcepibile che a un mese dal voto si debba dire ‘il programma lo stiamo facendo’ ancora di più se vieni da 5 anni di Governo.

Non durerà questo sistema, giugno si avvicina e con lui la voglia della gente di sapere davvero cosa ci sia dietro ai candidati sindaco del terzo e quarto comune della provincia, ma anche di un piccolo luogo come Pedaso, dove al 17 di aprile non c’è ancora un candidato ufficiale, che sia il sindaco uscente, l’ex sindaco o un giovane rampante avvocato. Per ora tutti candidati sui social.

Che se poi, candidati sindaci e consiglieri, i social volete usare, almeno imparate da chi davvero ha capito come servirsene. Vi basta seguire i post del sindaco di Fermo. Semplici, magari a volte banali, ma con spunti, messaggi utili, parole motivazionali. Lo scontro su Facebook non paga, la ragione non la troverete mai, quindi, meglio autopromuoversi e quantomeno lasciare agli altri la fatica di confutare.

 * direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Che mostriamo ai turisti, i puntelli?

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Turismo, rilancio, ripresa. Quante belle parole. Ma la verità è racchiusa in semplici cartelli con scritto ‘chiuso’. Sono quelli appesi nei principali musei fermani, sono quelli appesi sulle porte delle chiese del capoluogo, di Amandola, dei paesini gioiello come Monsampietro Morico. Sono i cartelli che parlano e dicono molto di più di quel che sembri. Sono i cartelli che il sindaco Paolo Calcinaro appenderebbe volentieri sulla porta dell’Ufficio ricostruzione regionale. Quello da cui non partono gli interventi di recupero dei luoghi che, a parole, la Regione vorrebbe punti di riferimento turistici per rilanciare le Marche.

“Cosa devono venire a vedere i turisti nelle Marche? Le crepe, i puntelli nei musei. Ma scherziamo, ma chi portiamo in giro. Se ancora c’è la fase dell’emergenza almeno si abbia il buon gusto di essere onesti e parlare la stessa lingua”. È un portavoce il sindaco del capoluogo, è quello che ci mette la faccia, perché più grande, perché i piccoli temono che le critiche possano farli passare in quarta, quinta fila in vista degli interventi.

Ma la realtà è questa, i Crivelli, i Rubens e via dicendo per 'vivere' devono andare a Roma, MIlano, Osimo. Se le scuole sono una priorità in prospettiva, ma dei fantomatici nuovi plessi non si conoscono tempistiche, il presente si chiama turismo. I Comuni ci provano, pianificano iniziative, ma se i luoghi più belli sono chiusi, la meraviglia delle colline potrebbe non bastare per spingere il tedesco di turno a Smerillo piuttosto che nella sicura Senigallia.

Basta parole quindi, altrimenti quel cartello chiuso i sindaci lo andranno ad appendere non solo sulla porta dell’Ufficio ricostruzione, ma direttamente in Parlamento dove il terremoto è uscito dai tavoli principali, nonostante qualcuno, vedi il senatore Ceroni, ogni tanto riaccenda la luce su decreti incompleti e parole belle ma povere, quantomeno di soldi.

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Il cerino del primo cittadino

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* Non si tratta di fusioni, di unioni, di aggregazione. Qui siamo al basilare: chi fa i danni paga. E invece, ecco che a dover rimediare ai problemi sono sempre in pochi. Ci sono comuni che sono costretti ad aumentare tasse per un semplice motivo: si trovano alla fine dei fiumi. Ma i fiumi partono dalla montagna. E dalla montagna attraversano valli. E scendendo portano con sé di tutto. A volte sono semplici foglie, altre volte piccoli rami. E poi accade che dal fiume arrivano tronchi e rifiuti di ogni genere. Che in teoria dovrebbero finire in mare, ma la corrente li deposita dolcemente sulla spiaggia. Che fa parte di qualche Comune. E quel comune la deve pulire. E per pulirla paga. E pure tanto.

Giusto? A detta dei sindaci costieri no, ma questo è il sistema. Figuriamoci se Amandola, Grottazzolina o i comuni sul Chienti, pensando alla sfortunata Porto Sant’Elpidio che è addirittura fra due fiumi, decidono di contribuire. Servirebbe una gestione comune del problema, servirebbe una Regione che vigila, e sanziona, e norma. Servirebbe che la Regione prendesse posizione. Ma questo poi la costringerebbe ad assumersi anche le proprie responsabilità. Come quella del rimborso per spese straordinarie atteso da Porto San Giorgio, ma anche da Senigallia e tanti altri, che poi spinge un Comune ad alzare le tasse. Che sono peggio di un cerino, sono un fuoco acceso in mezzo a un bosco secco in cui il sindaco si sente ancora più solo.

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Risolvere, ricostruire, rilanciare. In una parola: FARE

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* E ora concretizzare. Ci son un sacco di file aperti sui pc di chi conta.

C’è il file ‘area di crisi’ che nata per il Piceno si è allargata a otto comuni del Fermano. Ma non a quelli del calzaturiero che invece ne avrebbero bisogno.

C’è il file terremoto. Con la ricostruzione che non decolla, ma almeno stanno arrivando le piazzole per le stalle. Anche se il Fermano, da questo punto di vista, è solo spettatore. Sarebbe meglio cominciare a portare via le macerie dai paesi in modo da dare una idea di vita che riparte. E invece nel Fermano si litiga tra vicini di casa.

C’è il file calzaturiero, con il caso Zeis come punta di diamante per una realtà che non sa come superare il drammatico passaggio da terra dorata a zona da reinventare per non franare. Si parla tanto, ma ora bisogna stringere. Si aspetta che la lettera del senatore Verducci ai colleghi produca effetti così come la promessa del Mise all’onorevole Ricciatti di aprire un tavolo.

C’è il file turismo. Quello che ancora si trascura e che si usa come una clava una volta per colpire le Marche del nord, ree di fare il proprio interesse promuovendo se stesse, una volta per autoflagellarsi puntando su progetti diversi e ugualmente costosi, su piani turistici mono e non di rete. Una situazione di stallo che sta spingendo sempre più albergatori a incassare il poco ma certo, oddio certo neppure tanto, contributo per ospitare gli sfollati.

E infine c’è il pc. Che è pieno di file, ma sembra spento o forse collegato a 56 k, come mezzo Fermano in attesa che arrivi una connessione degna, che si sviluppi una rete telefonica adeguata a un territorio che sogna in grande, ma che resta fatto di paesini, valli e colline e stazioni del treno che l’alta velocità la attendono come i treni a vapore negli anni ’50.

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Il ciclismo non è solo salite, Fermo lo capirà?

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* Il ciclismo per le Marche, per il Fermano, per questo piccolo territorio orgoglioso e ferito è una bella metafora. Nel ciclismo si fatica, si suda, si cerca di capire pedalata dopo pedalata se quello che si ha a fianco è un amico, un alleato, o un nemico.

E così, non deve stupire che Fermo abbia risposto alla grande alla tappa della Tirreno Adriatico. E lo ha fatto non riempiendo, come tutti si aspettavano, piazza del Popolo ma i punti più duri, quelli del sudore.

Il muro del Reputolo è la fotografia del capoluogo, luogo di per sé inaccessibile, con quel duomo inerpicato in cima al Girfalco ma una volta raggiunto luogo di soddisfazione. Perché poi, come è accaduto ai giornalisti e agli atleti, si resta a bocca aperta.

Il ciclismo è sudore e fatica, ma è anche passeggiata e punto di osservazione privilegiato, se solo ci fossero delle piste ciclabili degne di questo nome. Ma in questo il Fermano preferisce i muri, simbolo di muscoli e impegno, ma anche di inaccessibilità.

Sarebbe bello che questo successo ripreso dalle telecamere diventasse un momento di riflessione per uno sviluppo intelligente. Tutti ciclisti domenica pomeriggio, poi di nuovo in auto, pronti a rombare e suonare clacson, facendo di quel duomo scalato dai campioni un luogo di conquista anziché di facile accesso.

Sulle Dolomiti chi ha la Gran Risa ha anche costruito un anello per lo sci di fondo. Si chiamano opportunità, possibilità. Non basta guardare le cime rocciose del patrimonio immateriale dell’Unesco, serve di più. E se serve ai ricchi del nord, figuriamoci a chi deve risorgere dalle proprie macerie come un’araba fenice.

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Aggiungi un posto a tavola...ma a quale tavolo?

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 L’illusione di un momento. Quello durato nel ricevere la convocazione del primo tavolo per lo Sviluppo provinciale. Un tavolo che riuniva tutti i soggetti produttivi e i primi livelli istituzionali. Un tavolo monco, che avrebbe a breve aperto le porte ai politici nazionali, ma che faceva ben sperare. Il Fermano sembrava aver capito: doveva parlare con una voce sola.

Poi, ecco la prima campana che suona in maniera diversa. Il nuovo presidente dei calzaturieri, il settore leader della Regione Marche, lancia gli stati generali. Con chi e come non è chiaro, ma sarebbe un altro momento di confronto. Che si andrà ad aggiungere ad altri stati generali, quelli chiesti prima di tutti dal centro studi Carducci, che al tavolo per lo Sviluppo non è stato inviato. Ma siccome non bastavano tre tavoli, ecco il quarto, che viene convocato da Montegranaro sotto le spoglie di un consiglio comunale aperto. Ma non è che un modo per essere protagonisti non avendo la sedia ai tavoli precedenti.

E siamo a quattro. E in ognuno manca qualcosa. Perché nel primo non c’erano i politici, ma nell’ultimo non c’è stato il dialogo. Un po’ perché la formula scelta è stata quella istituzionale con onorevoli e company chiamati a dire la loro prima di aver ascoltato chi i problemi li vive, i lavoratori. Un po’ perché i lavoratori si sono alzati lasciando il tavolo con un buco, dimostrando ancora una volta che si preferisce battagliare piuttosto patteggiare una soluzione.

Alla fine, resta il Fermano con la sua voce frammentata che si spera colga il senso del buono dalle parole del senatore Verducci: “Uniamoci e facciamo della crisi del calzaturiero una vertenza nazionale”. Perché se si riesce a dare dignità a manovie e tacchifici, insieme hanno più dipendenti della Fiat, il resto verrà da sé. Inclusa la chiusura di tavoli doppi. Perché si può sempre aggiungere un posto a tavola, ma almeno bisogna sapere a quale tavolo. 

LA RISPOSTA DI MELCHIORRI, CONFINDUSTRIA

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Lacune, problemi e omissioni della non ricostruzione

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 Ci sono problemi e lacune evidenti, ma c’è anche la realtà. Due piani che è difficile tenere separati quando si affrontano tragedie come quella del terremoto.

I problemi e le lacune riguardano la ricostruzione mai partita. Perché le Marche non sono di fronte a un rallentamento o stallo, ma sono in blocco. Un po’ come la caldaia quando parte e la fiamma si alza per poi improvvisamente fermarsi. Il problema ulteriore è che non è chiaro chi sappia quale bottone spingere per ripartire. Forse lo sanno i sindaci, che vedono ogni momento davanti a loro i problemi e senza neppure riflettere pensano già a una soluzione. Ci sono voluti sei mesi, ma finalmente lo ha compreso anche il commissario Vasco Errani. E il potere ‘sembra’ tornare a chi tra le macerie non ci vuole stare.

La realtà è però un’altra: qui non siamo in Emilia Romagna, terra di pianura, e neppure a L’Aquila, conca piatta tra i monti. Quando si gira per i paesi devastati si vedono montagne e pendii, si vedono cumuli di macerie e non si vedono zone piatte pronte ad accoglierle. Giustificazione? No, fotografia di una realtà che è stata affrontata con gli stessi criteri del passato sottovalutando la differenza.

Sei mesi dopo, chi decide, chi ha il potere di spingere il bottone che riattiva la caldaia, lo ha capito. Ma ancora non ha spinto il tasto rosso. Perché vince sempre la paura che qualcuno possa approfittare della ricostruzione. Quando invece gli unici che stanno approfittando della situazione sono i critici, quelli che guardano da fuori e sentenziano animando scontri tra disperati.

I sindaci l’hanno capito e stanno smettendo di fare sparate contro il singolo soggetto o partito. Ma soprattutto stanno provando a fare rete. Che sia per il turismo, vedi 17 comuni fermani, o per la ricostruzione, aree in comune per paesi differenti. Quello che però manca è la progettazione unica che parta dalle scuole, insensato immaginarle in ogni paese, e prosegue con le fabbriche, dopo Della Valle nessuno si è fatto avanti nonostante i possibili sgravi. E questo anche perché il Governo ha paura di dare troppo, sgravi o area di crisi, non capendo che non siamo in Emilia e che quindi spostandosi di 30 chilometri tra i Sibillini si perde un’ora e non dieci minuti. E quindi chi può non si sposta, ma se ne va.

Problemi e realtà di una ricostruzione che sta fiaccando la gente ancora più del terremoto, perché le scosse passano, mentre la rinascita non arriva. 

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Scarpe, il Paradiso (non) può attendere

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*  Forse non è chiaro: se non riparte il settore calzaturiero, il Fermano è destinato a un lento declino. Il motivo è semplice. Il core business del territorio è legato alle scarpe. Lo è da un punto di vista di ricavi, ma lo è soprattutto da un punto di vista di posti di lavoro.

E allora, ecco che la scelta del nuovo Micam di affidarsi alla Divina Commedia non può lasciare indifferenti gli osservatori. Dante nella sua opera ripercorre il lento cammino di Virgilio che dall’Inferno, lussurioso e pieno di interessanti incontri, passa per il Purgatorio, che è la cantica più complessa, prima di arrivare al Paradiso. Tre step, lunghi, lui ci ha messo centinaia di pagine, che la presidente deli calzaturieri immagina sviluppati in un paio d’anni.

Insomma, tra tante parole una certezza: il paradiso può attendere. I segnali di ripresa questa volta a Milano ci sono stati. Erano innegabili, perché davanti agli occhi di tutti. C’erano i russi, c’erano i giapponesi, c’erano i grandi americani. Ma non c’erano gli italiani.

Agli incontri si continua a parlare delle stesse cose da anni, come il commercio elettronico. Si dimentica che in America la scarpa è l’oggetto più comprato online. Ma ancora, girando sui siti delle aziende, per chi ce l’ha, ci si trova di fronte a pagine ferme, a vetrine impolverate. L’altro refrain è la ricerca dei nuovi mercati. Dice bene il direttore Cancellara (leggi). L’associazione non trova mercati, aiuta i calzaturieri ad arrivarci. Il business lo costruisce l’azienda, il prodotto.

Fantasia, poca, tra gli stand. E anche la ricerca spasmodica della sneakers sembra in calo. Come sempre, la moda ha le sue regole. Non tutti possono fare tutto e soprattutto c’è un momento per farlo. Premiata l’ha capito e ha vinto, chi sta tentando ora la sfida con lo sportivo elegante si sta facendo male.

“Ma si riprende la scarpa classica” assicura il presidente degli industriali di Fermo Melchiorri. Ma non lo dice per far sognare un distretto che quello sa fare, ma parla con gli ordini. Quelli che ormai sono documentati e documentabili, perché il buyer conta anche il numero di laccetti prima di comprare.

Ecco, questo è l’inferno dei calzaturieri. Un inferno bello, “molte imprese vanno bene”, ma in salita e privo di fantasia. La Pilotti lo ha reso glamour, ma servono enormi risorse per non lasciare il padiglione 1 il solo abbellito, in attesa di illuminarlo con i raggi di sole del Paradiso. Ma serve di più. Serve un urlo, di quelli che non si fermano mai: “Abbassate il costo del lavoro, se no la manifattura, l’artigianato che vive di manodopera è destinata a lasciare l’Italia”. L’urlo deve essere costante, usando tuti i canali, dai grandi quotidiani alle tv, dalle manifestazioni - ma i calzaturieri che non prendono un pulmino insieme per andare in fiera possono ritrovarsi a Roma davanti al Parlamento con mastice e colla in mano? - alle analisi economiche affidate a chi capisce.

Perché è vero che il paradiso può attendere, ma ci sono molte imprese che potrebbero non arrivare neppure al purgatorio.

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Un tavolo, una voce, ma ancora poca convinzione

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*  È passata sotto tono la nascita del tavolo Competitività e Sviluppo del Fermano. Il motivo è semplice: la gente è stanca delle chiacchiere. Ma questa volta c'è qualcosa di diverso. A muovere sindacati, imprenditori e politici è  il desiderio di parlare con una voce sola. 

Le sfide che il Fermano ha di fronte sono enormi. La ricostruzione è una partita che nessun soggetto può giocare da solo. Se le imprese non si consorziano, il lavoro non arriverà. Sentir parlare di intese tra Cna e Confindustria fa ben sperare.

Uno dei problemi principali, a detta di Roma, è che da questo territorio arrivano troppi e differenti input.

Una voce unica, sognata da tempo dal Centro studi Carducci, che deve esserci anche per la battaglia per il Made in Italy. Porterà lavoro, ribadisce il neo presidente dei calzaturieri Enrico Ciccola. Ma solo se davvero si approverà. Per questo serve il supporto dei sindacati e degli artigiani. Un solo tavolo, un solo stimolo, un solo biglietto per Bruxelles.

La partita del turismo è enorme. La Regione stanzierà milioni di euro. Come usarli? Il tavolo si aprirà per questa discussione a Marcafermana, ma anche ai vertici delle Marche. E poi prenderà una strada, evitando la corsa allo spicciolo di Comuni e pseudo associazioni che vivono di rigetti finanziati e mai realizzati.

E c'è la partita politica, con la certezza che una richiesta di attenzione per una infrastruttura, in primis la Mare-monti e la Pedemontana, se avanzata da chi rappresenta migliaia di imprese e lavoratori avrà più peso.

Eppure, mentre tutti evocano il fare rete, nel giorno della nascita di un vero tavolo, il territorio resta freddo. Speriamo, invece, che sia di stimolo il disinteresse per smentire chi non crede che il Fermano possa davvero lavorare insieme.

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Politica ed economia, quando l'etichetta è sbagliata

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* Si parla tanto di etichettatura, come forma di garanzia del prodotto, della genuinità. Una etichetta che deve tutelare l’alimentare, ora arriva quella del latte, e una che invece si sogna possa tutelare chi lavora in Italia i prodotti, il famoso made in Italy che l’Europa avversa.

Poi, però, ci sono etichette che vengono attaccate addosso, spesso senza senso, di certo con il solo intento di danneggiare, denigrare o limitare chi si ha di fronte. In questi gironi se ne è fatto ampio uso, con un solo identico risultato: chiacchiere, polemiche e nessun obiettivo raggiunto.

Si è cominciato in politica, con l’etichetta da attaccare sopra i risultati raggiuti dall’amministrazione comunale di Fermo. Milioni per la cultura, merito del civico Calcinaro o del Pd Cesetti, fondi per le scuole, merito del civico Calcinaro o del Pd Errani, e via dicendo.

Si è proseguito, in maniera scomposta, in economia, con la principale associazione italiana, Confindustria, che a Fermo ha dato il meglio di sé. In primis ci fu l’etichetta dell’imprenditore tesserato PD attaccata alle spalle di Paniccià, ex candidato alla presidenza, e poi a quelle di Annarita Pilotti, che ormai non sa più come fare per spiegare ai denigratori che non ha tessere di partito e parla con chi è utile ai calzaturieri. Si è poi proseguito con l’uso dell’etichetta più infingarda, quella della massoneria. Che dice tutto e dice nulla, ma che nell’immaginario comune è sempre legata a sotterfugi e potentati irregolari.

Tutte parole ed etichette che hanno un unico comune denominatore: nessuna è dimostrata e quindi vera. Ma tant’è, se ne parla e parlandone se ne alimenta la veridicità. Un brutto sistema, una brutta settimana, un pessimo modo di iniziare il 2017, anno che, dopo il terribile 2016, dovrebbe avere attaccata una sola etichetta con scritto: gioco di squadra.

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Sos Provincia, il sistema emergenza è stato azzoppato

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Con le strade che tornano libere, la neve che inizia a sciogliersi, le scosse che si riducono, tornano anche le parole. Quelle del popolo che critica, quelle del politico che si difende, quelle del volontario che le risparmia perché affaticato.

Ha funzionato il sistema? Possibile che ci si ritrovi con due metri di neve prima che arrivino i rinforzi da fuori Regione? Cosa è mancato oppure tutto è andato come doveva? Una cosa è certa, la Protezione Civile sotto l’era Renzi ha subito tagli e riduzione di compiti con tanto di cogestione, Curcio ed Errani, del lavoro nel post terremoto.

A cascata questo ha comportato una serie di mancanze che poi, durante le emergenze, emergono finendo per incrinare l’immagine di chi, invece, dà anima e corpo in ogni intervento. Per cancellare l’era Bertolaso, la prima mossa è stata il taglio dei fondi, poi una riduzione dei compiti, con accentramento a livello ministeriale. A seguire è arrivata la ‘non riforma’ di Graziano Del Rio che voleva eliminare le Province, strozzandole economicamente, con conseguente passaggio di funzioni alle Regioni. Tra queste anche la Protezione Civile.

Ora ci si trova con un sistema che aveva la sua forza nella capillarità dei Comuni coordinati dalla Provincia e che invece finisce nelle mani di chi nulla sa della morfologia, dei problemi e delle potenzialità del territorio. Ecco che una nevicata diventa un problema. Mezzi vetusti, pochi cantonieri nei comuni, volontari che aspettano un segnale e una Regione Marche che nel giro di due anni ha cambiato tre capi della Protezione Civile una volta perso Oreficini.

Chi comanda nell’emergenza? Paradossali le telefonate ricevute dai sindaci da uffici della Regione Marche che chiedevano lumi sulle frazioni, sul dove si trovassero e via dicendo. Paradossale che carovane di aiuti spedite da generose Regioni limitrofe si siano trovate bloccate in mezzo ai boschi perché nessuno in piena notte dava le giuste indicazioni. Paradossale, ma accaduto, perché chi comanda, magari preso e messo alla Protezione Civile dalla Regione perché ereditato da qualche Provincia, non conosce il terreno.

Ora, tutto questo dovrà per forza cambiare. La Provincia deve tornare al suo compito originale, che è il coordinamento degli enti locali. Che così non potranno più dire “ci hanno lasciati soli” e dovranno assumersi le proprie responsabilità. Cominciando dal redigere piani d’emergenza completi e organizzando gruppi di protezione civile interni (ad esempio, Montefalcone era preparato?), che devono essere formati.

Questo significa niente sagre, ma più corsi e prove. Quello che si fa a Fermo, comune capoluogo che pur non avendo voce in capitolo in questi giorni di emergenza è diventato il faro grazie proprio al suo gruppo di Protezione Civile che potrebbe far crescere una Provincia che andrà per forza rinvigorita e arricchita. Il problema è che la Protezione Civile non vive solo durante le emergenze. Ma per tenerla oliata servono risorse e chiarezza. Quanto di più lontano dalla politica.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Il Fermano progetta, i milioni arrivano. E ora la partita turismo

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* Incredibile ma vero, le amministrazioni locali hanno ricominciato a programmare. Gli uffici hanno tolto la polvere dai cassetti e messo nero su bianco linee e conti per provare a vincere bandi, partecipare a gare, intercettare fondi. E così nel giro di poche settimane sono arrivati milioni di euro che significheranno rilancio, ricostruzione, speranza. Sedici milioni in una settimana a Fermo, prima per cambiare volto a Lido San Tommaso e Tre Archi, poi altri otto per le scuole. Altri milioni per le scuole in Valtenna e presto anche in Valdete.

Ma ci sono anche i progetti, quelli che ora provano a convincere il Governo: si pensi al piano viabilità che il sindaco di Amandola, Adolfo Marinangeli, ha messo nelle mani di Errani e Spuri. Ovvero le bretelle che collegano la costa ai monti. A questo sarebbe bene abbinare piani di mobilità dolce, puntando sulle ciclabili che la Regione vuole finanziarie. Realtà in cui il Fermano è deficitario. Ma si progetta, pensiamo al percorso attorno alla Basilica imperiale di Santa Croce che si può collegare via fiume a Porto Sant’Elpidio. Basta solo dare mandato agli uffici tecnici. E che le imprese locali si tengano pronte, quello che parte è un treno da non perdere.

E poi c’è la programmazione turistica, quella che invece deve essere rimessa nelle mani di soggetti capaci. Il Fermano, rispetto agli altri territori, ha un vantaggio, o almeno si spera che sia tale: Marcafermana. Mentre altrove si lotta comune contro comune per prendere fondi finalizzati alla promozione, il Fermano può giocare al tavolo della Regione con una voce unica che unsice anche associazioni e privati.

Saprà usarla? I prossimi giorni diranno di più, perché i milioni di euro ci sono e il presidente Ceriscioli li vuole usare per ridare linfa all’immagine di una Regione che vuole essere altro rispetto al terremoto. Che c’è e nessuno lo dimenticherà, ma attorno alle macerie va riportata la vita. Marcafermana ha una chance importante, progettare per il territorio e non per il singolo.

Un po’ quello che è accaduto con il nuovo ospedale, che nasce a Fermo, ma in realtà porterà milioni a tutta la provincia, un po’ quello che è accaduto con NeroGiardini, l’imprenditore più bravo dei politici che ha investito i suoi soldi per fare business ma anche per ridare senso a una zona che stava deprimendo tutta un’area.

Progetti, idee, reti e collaborazioni: il Fermano il 2017 lo ha aperto bene. Avanti così, senza farsi prendere dalla frenesia, senza pensare che da soli si possa fare meglio e soprattutto ottenere di più.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Il nuovo anno in una parola: psicosi

raffondinocolori

* Quando vivi convinto che qualcosa è sempre peggio di quello che è, sei destinato a perdere la serenità. E questo sta accadendo a più livelli. La parola con cui il 2017 si è aperto è: psicosi.

Psicosi sanitaria. Ma non è che rischieremo di prenderci la meningite? Questa domanda è transitata nella maggior parte dei cervelli italiani e fermani. Perché non conoscendo la malattia, il dubbio ti assale. Anche se tutti i deputati a parlare, medici e direzioni sanitarie, ti spiegano che non c’è rischio e, soprattutto, non c’è emergenza. Ma ormai la psicosi è decollata, stimolata dai dibattiti social e dalle chat di whatsapp. Informare si può, ma poi tutto dipende da chi legge e ascolta.

Psicosi da neve. Arrivano i primi bollettini meteo e cresce l’apprensione. Il problema è che questa cresce a due livelli: tra i cittadini e tra gli amministratori. E una alimenta l’altra. Come se il gelo e i fiocchi non fossero mai esistiti prima di Facebook. Per i secondi la risposta, più che sui social, è nell’azione, con i mezzi pronti, i sacchi di sale preparati e una corretta informazione. Ma il problema resta tra i primi, i cittadini, che si fanno domande su ogni aspetto della vita, quasi che il polo nord si fosse trasferito tra costa e monti fermani. E così il sindaco scrive e il cittadino è contento, ma poi ricomincia ad aver paura e il circolo riparte, perdendo la mini certezza acquisita.

Psicosi da sicurezza. Ed è forse la più fondata. Perché iniziare l’anno con un paio di pesanti furti in aziende, rapine, spaccio di droga e qualche incendio di troppo di attività non fa ben sperare. E questo nonostante l’impegno incessante delle forze dell’ordine de dei vigili del fuoco. Sono tutti sotto organico e così è difficile prevenire, ma per fortuna le abilità spesso portano a punire. Come accaduto per alcuni reati compiuti nelle ultime ore. Per vincere quest’ultima psicosi il pallino è nelle mani del Governo. Ha promesso una questura e quindi uomini dopo l’omicidio di Emmanuel. Ma nulla più si è saputo. Chissà che la ‘sopravvivenza’ della Provincia, dopo il fallimento del referendum non ridia speranze al piccolo e ricco, ma non così paradisiaco, territorio fermano.

Psicosi, parola chiave da mettere quanto prima in un cassetto. Perché se aiuta ad alzare il livello di attenzione, poi diventa un limite. Per tutti.

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"Less but better". Più click e più qualità per un 2017 migliore

raffondinosorriso

* E buon Natale sia. Del resto, se non si spera nel meglio il 25 dicembre, quando farlo? Anche il capodanno ormai ha smesso di portare speranze, schiacciati tra la realtà e il passato che spesso sembra migliore del futuro. E così, buon Natale.

Qualche regalo sul territorio è arrivato, di quelli a lunga scadenza. Ospedali, strade, nuove scuole, tutto legato a una tragedia che ha segnato questo Natale, lasciando dentro ognuno quel velato senso di tristezza e impotenza, che una donazione non riesce a cancellare.

Non resta che sognare, sperare, provare a fare meglio, magari costruendosi da soli un futuro migliore. Noi, alla provinciadifermo.com, ci stiamo provando. Non facile, un cammino in salita che però a ogni tappa ti lascia con quel sorriso sul volto per aver raggiunto il nuovo rifugio.

Una scalata che non si ferma, che ci sta portando in alto. La regola è ‘less but better’ cercando di andare sempre sopra il nostro livello precedente. Lo facciamo con scelte precise, cercando di dare la notizia, che a volte diventa anche semplice e banale informazione, al meglio.

E i lettori lo stanno capendo. Tanti sono i giovani che cliccano sul nostro sito, oltre il 55% sono under 35 secondo Google analytics. Ma poi c’è una fascia determinate, che è quella che costruisce il futuro da protagonista: tra i 35-54 anni siamo in costante crescita, frutto anche di scelte mirate, come quelle di taglio economico che ci vedono leader del settore.

Nel mondo del web contano i numeri, è vero, e su quello per essere sempre più competitivi, stando alle regole del click, dovremmo pubblicare tanto, ma tanto di più. O semplicemente dovremmo pubblicare tutto. Ma non è questo il compito che come giornale ci siamo dati.

Lo avete capito, almeno così dicono i numeri. La crescita è iniziata a maggio quando passo passo siamo passati da 100mila ai 153mila utenti unici quotidiani di novembre. Ma sono altri i numeri che abbiamo messo sotto l’albero, con la letterina a Babbo Natale: 1 milione e 169mila pagine viste a novembre con 18milioni di hits.

Nella letterina abbiamo chiesto una cosa semplice: che qualcuno, o magari tanti, ci aiutino a crescere. Sogniamo da sempre una automobile redazione, come quella della Stampa. È il futuro, inutile negarlo, anche se una luccicante sede renderebbe agli occhi del tradizionale lettore tutto più stabile. Ma per arrivarci servono risorse. Quelle che noi, la minuta e laboriosa redazione, mette ogni giorno. Quelle che il territorio e gli imprenditori devono cominciare a investire.

Il mondo ha allargato i confini e la rete li ha annullati. Abbiamo lettori, tanti, in Russia. Facile pensare che siano imprenditori in trasferta, possibile immaginare che siano anche buyers curiosi di leggere della terra dove i prodotti nascono. E abbiamo lettori sparsi per il mondo.

Siamo piccoli, siamo pochi, siamo volenterosi.  Non chiedeteci di fare i megafoni. Ma chiedeteci precisione, chiedeteci qualità, approfondimento, chiedeteci di fare i giornalisti. Noi risponderemo sempre sì, sempre sognando di diventare come Spotlight, un luogo dove approfondire e indagare. Non credete a chi parla di inchieste fatte in 24 o 48 ore. Quelli sono servizi, a volte ben fatti, a volte raffazzonati. Ma chiedetevi anche: come fanno a fare inchieste se devono produrre 100 notizie al giorno?

La qualità richiede capacità, ma la capacità per lavorare ha bisogno di tempo e lavoro. Noi ci proviamo, a Babbo Natale portarci i regali sperati. Di complimenti, e critiche, continueremo a fare il pieno. Dando sempre di più. Buon Natale e buon 2017.

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Elezioni provinciali, chi vince e chi perde

raffondinosorriso

* Restano vinti e vincitori al termine delle elezioni provinciali. Alcuni attesi, altri inaspettati.

Il sindaco di Fermo Paolo Calcinaro è 'IL' vincitore: ha piazzato i suoi due consiglieri, ha tenuto compatta la sua maggioranza e ha saputo blindarla su Moira Canigola non facendo disperdere voti. Prova di forza e di carisma.
Vincitore, nonostante tutto, è Paolo Nicolai, segretario provinciale del Pd. Si è trovato ad affrontare un’armata multicolore, composta da ogni partito e personaggio che non fosse legato al Pd. Alla fine ha preso 8000 voti in più e ha inserito i sui uomini di fiducia e i due frutto di accordi politici condotti in prima persona assieme al segretario elpidiense Alessandrini e all’assessore regionale Cesetti. 

Poi ci sono gli sconfitti. Quelli che stupiscono e si risvegliano schiaffeggiati. Il primo è il mondo del Pd di Porto Sant’Elpidio, con il suo sindaco. Hanno schierato il civico Daniele Malavolta, avevano 11 voti a disposizione, una enormità. Tutto facile, tutto a posto. Peccato che due non l’abbiano votato e uno sia, quasi certamente, un tesserato Pd. Poi c’è Porto San Giorgio. E qui il quadro è più pesante. Dimostra la fragilità di questa maggioranza, chiamata al voto tra pochi mesi. Sette voti per l’uscente Silvestrini, ma soprattutto un voto in meno dal Pd e altri alleati a briglia sciolta con il rafforzamento dell’opposizione.

Infine, due sconfitti pur vincenti. Il primo è la coppia Ceroni-Marcozzi. I litigiosi leader di Forza Italia hanno inserito Palmucci, Petrini e, allargando il tiro al mondo di Putzu, Famiglini. Ma fuori è rimasta la Moreschini, fuori altre figure di primo piano, neppure candidate, perché tra i due non c’è dialogo. E invece, dicono i numeri, il centrodestra unito in questa provincia potrebbe e sarebbe vincente.

Il secondo sconfitto è il mondo dei piccoli comuni. Si sottovalutano gli under 3mila abitanti. Ma in questa elezione con il voto ponderato contavano e pure tanto. Alla fine, dentro Palmucci e basta. Per il resto hanno scelto di affidarsi ai grandi, in primis a Pompozzi, vincitore assoluto di queste elezioni, e a chi si muove come un grande ma di cui hanno dimostrato con i voti di non riconsocersi, Amandola con Marinangeli. Bastava poco di più e la Valdaso avrebbe avuto una voce, se non addirittura due, con l’elezione mancata del vicesindaco di Monterubbiano.

Infine, ma si sapeva, vincitrice è lei, Moira Canigola: miss ‘parlo poco ma lavoro’ ha saputo dialogare con la maggior parte degli amministratori in poche settimane di campagna elettorale. Non una parola fuori posto, non una sparata, non una promessa inutile, ma una certezza: “Sarò la presidente di tutti, a prescindere”. Che poi questo significhi dare almeno una delega pesante agli uomini di Calcinaro, e quindi alla lista del centrodestra, era una certezza ancor prima di aprire le urne. Ma non tutto il male vien per nuocere: ricompatterà così i parlamentari fermani sulla sua amministrazione, dando più forza alle mancanze della piccola Provincia.

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Piazze piene e portafogli vuoti

raffondinosorriso

Cosa può fare il piccolo amministratore locale per migliorare la vita del proprio cittadino in vista delle vacanze di Natale, in attesa che si chiuda questo terribile anno bisesto? Le mosse non sono poi tante. Può agire a livello di tasse comunali, ritoccando l’odiosa Tari, cercando di modulare al meglio le fasce e le esenzioni. Ma di certo non può eliminarla. Può decidere di ridurre la pressione cambiando il sistema dei parcheggi a pagamento, come ha fatto Ascoli che ha tagliato il pagamento fino a Natale pur di convincere le persone a uscire di casa.

Ma soprattutto può dare un motivo ai cittadini per vivere le piazze, le strade, i locali. E per riuscirci le amministrazioni hanno fatto i salti mortali, trovando tra le cosiddette pieghe di bilancio risorse. Le inutili frasi “ma non era meglio spendere per i poveri” continuano a riempire i portici delle piazze, dimenticando due fattori: il primo è che i soldi non si spostano tipo domino da una parte all’altra del tavolo, ma fanno parte di settori non sempre contigui, il secondo è che se la gente non vive la città, l’economia non gira e ancor meno si può fare per chi è in difficoltà.

Ben vengano allora piazze e centri commerciali pieni. Anche se, ma questo le statistiche hanno difficoltà a dimostrarlo, in pochi poi tornano a casa con buste piene di acquisti. Si gira per vivere un momento collettivo di innaturale serenità. Una specie di droga di gruppo fatta di luci e musica natalizia che cerca di conciliare anche la spesa con quel ricco patrimonio che l’italiano medio ha in banca. Spese che, in questa fase di iper solidarietà alle imprese terremotate che hanno canali web strutturati di vendita, non devono dimenticare negozianti e produttori di ogni comune. Perché innescare l’ennesima guerra tra poveri sarebbe letale per un sistema che con le piazze piene e le tasche vuote rischia il collasso.

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Dubbi glocal del Pd: smacchiare di nuovo i giaguari o rischiare di perdere

raffondinosorriso

La domanda che ora si stanno ponendo a Porto San Giorgio è: ma questa marea che ha votato No ha bocciato solo Renzi, e la riforma costituzionale di cui nessuno parla già più, o tutto il Pd? Una domanda pressante in vista delle elezioni di maggio in uno dei Comuni più importanti della Provincia (58,67% di NO). Una domanda che per avere risposta ora necessita di giorni di attesa. Quelli che faranno capire se Renzi resterà alla guida del partito o lascerà anche quell’incarico a qualcuno che si sente più bravo.

Di certo, il sindaco Nicola Loira è caratterialmente quanto di più lontano dal premier, che diventerà ex tra poche ore. Pacato, silenzioso, schivo, Loira ama stare dietro alla scrivania e lavorare. Renzi lavorava ma poi stava sempre davanti alla telecamera. Ma dello stesso partito sono. E così quella che sembrava una elezione già vinta si riempie di incognite. Come ha dimostrato nel suo piccolo la costruzione delle liste provinciali dove il sindaco ha perso uno dei suoi consiglieri, la Capeci è candidata nella lista contro il Pd, e dove il suo avversario reale, Andrea Agostini, trova linfa nella candidatura dell’avvocatessa con cui condivide l’ufficio. A dimostrazione che si sta organizzando e che, soprattutto, a Porto San Giorgio non c’è alternativa al Pd senza l’ex primo cittadino, con buona pace di chi si è presentato come nuovo centrodestra deagostinizzato. Sempre che la sua candidata non arrivi nona su dieci.

Non basta più fare, non basta posizionare qualche + nelle voci chiave del Paese, vedi crescita e occupazione, non basta avere voce credibile in Europa, come dimostra il SI convinto degli italiani all’estero, non basta se poi stai ‘socialmente’ antipatico, se prometti troppo tutti i giorni e se con il tuo fare riesci perfino a unire l’acqua e l’olio. Sarano in molti i sindaci Pd che oggi si porranno le domande, a cominciare dalla grande Porto Sant’Elpidio targata Nazareno Franchellucci (59,23% di No) fino alla piccola Pedaso, che voterà a maggio partendo da un 60% di NO mentre la Giunta era per il sì.

Il timore, per l'intelletto, è che nel giro di poche ore in tanti torneranno a parlare di ‘smacchiare i giaguari’ per riconquistare la simpatia perduta, quantomeno dentro il proprio partito ma perdendo in toto la credibilità verso quel 40% che ha creduto nel progetto riformatore. Sarebbe l’ultimo errore di un Partito Distrutto che non convince più neppure le città in cui ha vinto con il 60%, vedi Pesaro.

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Quando l'ottimo è nemico del meglio

raffondinosorriso

Quanto sarebbe bello se il mondo tendesse all’ottimizzazione. Di tutto. Di ogni cosa, di ogni passaggio, di ogni politica. Ma spesso basta il meglio.

Sarebbe bello che le scuole in centro a Fermo fossero ottime, invece dobbiamo accontentarci che siano migliori di prima.

Sarebbe bello che il Natale organizzato nel nostro comune fosse ottimo, invece dobbiamo accontentarci di quel che si può fare.

Sarebbe bello che la sanità fosse ottima con spazi e tempi certi, invece dobbiamo esultare perché a un reparto danno due stanze in più e una fondazione regala un macchinario.

Sarebbe bello che la nostra squadra segnasse gol o canestri a ripetizione mostrando un ottimo gioco, ma poi c’è il risultato da raggiungere, c’è il catenaccio, c’è la difesa, c’è il fallo sistematico per raggiungere la miglior posizione.

Sarebbe bello che tutti fossero d’accordo su una riforma o una legge, che sarebbe davvero ottima, ma siccome questo non è possibile forse ha ragione il sindaco Paolo Calcinaro: troppo spesso l’ottimo è nemico del meglio.

Vale in tanti campi, vale anche in economia, dove quando ci si siede a tavolino si ragiona sull’obiettivo più ambizioso, ma poi si fanno calcoli, si studiano tempi, si analizzano procedure e si studia una strategia. Che è fatta di step, di grandi o piccoli passi, ma sempre avanti per tendere al meglio, guardando all’irraggiungibile ottimo.

Lo status quo non è mai la soluzione, soprattutto quando non piace a nessuno, soprattutto se provoca caos. Perché chi spesso chiede di non cambiare è chi sa di poter poi sguazzare nel caos regnante. Quindi, non sempre il meglio è la soluzione. In sanità, nello sport, in politica. Nella vita. Lo sanno bene i sindaci che con il meglio combattono ogni giorno, come le famiglie, alle prese con i conti, come le imprese, che stanno capendo il senso della parola logistica e dell’uso del web. Tutti vogliamo l’ottimo, ma spesso basta il meglio. Sempre se tale lo consideriamo.

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Donne che parlano di donne tra donne

raffondinosorriso

* Giornata contro la violenza sulle donne. Un giorno, un solo lunghissimo giorno che dovrebbe servire per riflettere. Ma forse anche per cercare soluzioni. L’Onu ha richiamato l’Italia, perché troppo poco si sta facendo per fermare un fenomeno che causa 100 morti l’anno e che, secondo il report delle Nazioni Unite, a livello di violenza subita coinvolge una donna su tre. Numeri inquietanti che l’Onu giustifica sostenendo che più di un terzo non denuncia, finendo per non sporcare le statistiche.

Si riflette quindi, ma ci si deve porre anche qualche domanda a livello di azioni. Può essere sempre e solo una donna a condurre la battaglia in favore delle donne? Può essere che le Commissioni pari opportunità siano fatte di donne? Può essere che nel giorno della giornata contro la violenza sulle donne, per stare al Fermano, se non fosse per l’assessore Milena Sebastiani di Porto Sant’Elpidio, neppure una riga sarebbe uscita sui giornali? Può essere che agli incontri organizzati si ritrovino solo donne che parlano di donne tra donne?

L’uomo è nel 90% dei casi il protagonista cattivo, il violento. E allora sull’uomo bisogna agire. Un conto sono le terapie di gruppo al femminile, un conto devono essere le campagne pubbliche contro la violenza. Qui le donne, più forti della violenza, devono riuscire a coinvolgere gli uomini. Non ci sarà fine della violenza, finché ci sarà vita per il germe del non rispetto dell’altra figura.

Serve un cambio di passo, serve che non parlino a livello nazionale solo Boldrini, Boschi o Annibali, neo inserita nel pool delle Pari Opportunità. Serve che sui giornali vadano gli uomini. E non da soli al posto delle donne, ma al fianco delle donne per parlare di donne tra uomini veri, quelli che le donne le amano, le proteggono, le rispettano e le difendono, estirpando per primi il germe che è in noi. Va tolta all’uomo quell’orrida frase “ma parlano sempre delle stesse cose” e reso protagonista, coinvolgendo chi forse ascolterebbe con piacere.

Per cui, ben venga almeno la Sebastiani. Ma non basta. Speriamo lo capiscano tutte le altre assessore e presidentesse che sulla comunicazione fanno poco affidamento. La battaglia culturale è lunga, per quella giudiziaria pene certe e reati mirati, come lo stalking, stanno almeno rendendo meno sicuro il futuro del violento.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


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Terremoto, un anno dopo ho i corpi davanti agli occhi

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