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Lacune, problemi e omissioni della non ricostruzione

raffondinocolori

 Ci sono problemi e lacune evidenti, ma c’è anche la realtà. Due piani che è difficile tenere separati quando si affrontano tragedie come quella del terremoto.

I problemi e le lacune riguardano la ricostruzione mai partita. Perché le Marche non sono di fronte a un rallentamento o stallo, ma sono in blocco. Un po’ come la caldaia quando parte e la fiamma si alza per poi improvvisamente fermarsi. Il problema ulteriore è che non è chiaro chi sappia quale bottone spingere per ripartire. Forse lo sanno i sindaci, che vedono ogni momento davanti a loro i problemi e senza neppure riflettere pensano già a una soluzione. Ci sono voluti sei mesi, ma finalmente lo ha compreso anche il commissario Vasco Errani. E il potere ‘sembra’ tornare a chi tra le macerie non ci vuole stare.

La realtà è però un’altra: qui non siamo in Emilia Romagna, terra di pianura, e neppure a L’Aquila, conca piatta tra i monti. Quando si gira per i paesi devastati si vedono montagne e pendii, si vedono cumuli di macerie e non si vedono zone piatte pronte ad accoglierle. Giustificazione? No, fotografia di una realtà che è stata affrontata con gli stessi criteri del passato sottovalutando la differenza.

Sei mesi dopo, chi decide, chi ha il potere di spingere il bottone che riattiva la caldaia, lo ha capito. Ma ancora non ha spinto il tasto rosso. Perché vince sempre la paura che qualcuno possa approfittare della ricostruzione. Quando invece gli unici che stanno approfittando della situazione sono i critici, quelli che guardano da fuori e sentenziano animando scontri tra disperati.

I sindaci l’hanno capito e stanno smettendo di fare sparate contro il singolo soggetto o partito. Ma soprattutto stanno provando a fare rete. Che sia per il turismo, vedi 17 comuni fermani, o per la ricostruzione, aree in comune per paesi differenti. Quello che però manca è la progettazione unica che parta dalle scuole, insensato immaginarle in ogni paese, e prosegue con le fabbriche, dopo Della Valle nessuno si è fatto avanti nonostante i possibili sgravi. E questo anche perché il Governo ha paura di dare troppo, sgravi o area di crisi, non capendo che non siamo in Emilia e che quindi spostandosi di 30 chilometri tra i Sibillini si perde un’ora e non dieci minuti. E quindi chi può non si sposta, ma se ne va.

Problemi e realtà di una ricostruzione che sta fiaccando la gente ancora più del terremoto, perché le scosse passano, mentre la rinascita non arriva. 

 * direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


Scarpe, il Paradiso (non) può attendere

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*  Forse non è chiaro: se non riparte il settore calzaturiero, il Fermano è destinato a un lento declino. Il motivo è semplice. Il core business del territorio è legato alle scarpe. Lo è da un punto di vista di ricavi, ma lo è soprattutto da un punto di vista di posti di lavoro.

E allora, ecco che la scelta del nuovo Micam di affidarsi alla Divina Commedia non può lasciare indifferenti gli osservatori. Dante nella sua opera ripercorre il lento cammino di Virgilio che dall’Inferno, lussurioso e pieno di interessanti incontri, passa per il Purgatorio, che è la cantica più complessa, prima di arrivare al Paradiso. Tre step, lunghi, lui ci ha messo centinaia di pagine, che la presidente deli calzaturieri immagina sviluppati in un paio d’anni.

Insomma, tra tante parole una certezza: il paradiso può attendere. I segnali di ripresa questa volta a Milano ci sono stati. Erano innegabili, perché davanti agli occhi di tutti. C’erano i russi, c’erano i giapponesi, c’erano i grandi americani. Ma non c’erano gli italiani.

Agli incontri si continua a parlare delle stesse cose da anni, come il commercio elettronico. Si dimentica che in America la scarpa è l’oggetto più comprato online. Ma ancora, girando sui siti delle aziende, per chi ce l’ha, ci si trova di fronte a pagine ferme, a vetrine impolverate. L’altro refrain è la ricerca dei nuovi mercati. Dice bene il direttore Cancellara (leggi). L’associazione non trova mercati, aiuta i calzaturieri ad arrivarci. Il business lo costruisce l’azienda, il prodotto.

Fantasia, poca, tra gli stand. E anche la ricerca spasmodica della sneakers sembra in calo. Come sempre, la moda ha le sue regole. Non tutti possono fare tutto e soprattutto c’è un momento per farlo. Premiata l’ha capito e ha vinto, chi sta tentando ora la sfida con lo sportivo elegante si sta facendo male.

“Ma si riprende la scarpa classica” assicura il presidente degli industriali di Fermo Melchiorri. Ma non lo dice per far sognare un distretto che quello sa fare, ma parla con gli ordini. Quelli che ormai sono documentati e documentabili, perché il buyer conta anche il numero di laccetti prima di comprare.

Ecco, questo è l’inferno dei calzaturieri. Un inferno bello, “molte imprese vanno bene”, ma in salita e privo di fantasia. La Pilotti lo ha reso glamour, ma servono enormi risorse per non lasciare il padiglione 1 il solo abbellito, in attesa di illuminarlo con i raggi di sole del Paradiso. Ma serve di più. Serve un urlo, di quelli che non si fermano mai: “Abbassate il costo del lavoro, se no la manifattura, l’artigianato che vive di manodopera è destinata a lasciare l’Italia”. L’urlo deve essere costante, usando tuti i canali, dai grandi quotidiani alle tv, dalle manifestazioni - ma i calzaturieri che non prendono un pulmino insieme per andare in fiera possono ritrovarsi a Roma davanti al Parlamento con mastice e colla in mano? - alle analisi economiche affidate a chi capisce.

Perché è vero che il paradiso può attendere, ma ci sono molte imprese che potrebbero non arrivare neppure al purgatorio.

 * direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Un tavolo, una voce, ma ancora poca convinzione

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*  È passata sotto tono la nascita del tavolo Competitività e Sviluppo del Fermano. Il motivo è semplice: la gente è stanca delle chiacchiere. Ma questa volta c'è qualcosa di diverso. A muovere sindacati, imprenditori e politici è  il desiderio di parlare con una voce sola. 

Le sfide che il Fermano ha di fronte sono enormi. La ricostruzione è una partita che nessun soggetto può giocare da solo. Se le imprese non si consorziano, il lavoro non arriverà. Sentir parlare di intese tra Cna e Confindustria fa ben sperare.

Uno dei problemi principali, a detta di Roma, è che da questo territorio arrivano troppi e differenti input.

Una voce unica, sognata da tempo dal Centro studi Carducci, che deve esserci anche per la battaglia per il Made in Italy. Porterà lavoro, ribadisce il neo presidente dei calzaturieri Enrico Ciccola. Ma solo se davvero si approverà. Per questo serve il supporto dei sindacati e degli artigiani. Un solo tavolo, un solo stimolo, un solo biglietto per Bruxelles.

La partita del turismo è enorme. La Regione stanzierà milioni di euro. Come usarli? Il tavolo si aprirà per questa discussione a Marcafermana, ma anche ai vertici delle Marche. E poi prenderà una strada, evitando la corsa allo spicciolo di Comuni e pseudo associazioni che vivono di rigetti finanziati e mai realizzati.

E c'è la partita politica, con la certezza che una richiesta di attenzione per una infrastruttura, in primis la Mare-monti e la Pedemontana, se avanzata da chi rappresenta migliaia di imprese e lavoratori avrà più peso.

Eppure, mentre tutti evocano il fare rete, nel giorno della nascita di un vero tavolo, il territorio resta freddo. Speriamo, invece, che sia di stimolo il disinteresse per smentire chi non crede che il Fermano possa davvero lavorare insieme.

 * direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Politica ed economia, quando l'etichetta è sbagliata

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* Si parla tanto di etichettatura, come forma di garanzia del prodotto, della genuinità. Una etichetta che deve tutelare l’alimentare, ora arriva quella del latte, e una che invece si sogna possa tutelare chi lavora in Italia i prodotti, il famoso made in Italy che l’Europa avversa.

Poi, però, ci sono etichette che vengono attaccate addosso, spesso senza senso, di certo con il solo intento di danneggiare, denigrare o limitare chi si ha di fronte. In questi gironi se ne è fatto ampio uso, con un solo identico risultato: chiacchiere, polemiche e nessun obiettivo raggiunto.

Si è cominciato in politica, con l’etichetta da attaccare sopra i risultati raggiuti dall’amministrazione comunale di Fermo. Milioni per la cultura, merito del civico Calcinaro o del Pd Cesetti, fondi per le scuole, merito del civico Calcinaro o del Pd Errani, e via dicendo.

Si è proseguito, in maniera scomposta, in economia, con la principale associazione italiana, Confindustria, che a Fermo ha dato il meglio di sé. In primis ci fu l’etichetta dell’imprenditore tesserato PD attaccata alle spalle di Paniccià, ex candidato alla presidenza, e poi a quelle di Annarita Pilotti, che ormai non sa più come fare per spiegare ai denigratori che non ha tessere di partito e parla con chi è utile ai calzaturieri. Si è poi proseguito con l’uso dell’etichetta più infingarda, quella della massoneria. Che dice tutto e dice nulla, ma che nell’immaginario comune è sempre legata a sotterfugi e potentati irregolari.

Tutte parole ed etichette che hanno un unico comune denominatore: nessuna è dimostrata e quindi vera. Ma tant’è, se ne parla e parlandone se ne alimenta la veridicità. Un brutto sistema, una brutta settimana, un pessimo modo di iniziare il 2017, anno che, dopo il terribile 2016, dovrebbe avere attaccata una sola etichetta con scritto: gioco di squadra.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Sos Provincia, il sistema emergenza è stato azzoppato

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Con le strade che tornano libere, la neve che inizia a sciogliersi, le scosse che si riducono, tornano anche le parole. Quelle del popolo che critica, quelle del politico che si difende, quelle del volontario che le risparmia perché affaticato.

Ha funzionato il sistema? Possibile che ci si ritrovi con due metri di neve prima che arrivino i rinforzi da fuori Regione? Cosa è mancato oppure tutto è andato come doveva? Una cosa è certa, la Protezione Civile sotto l’era Renzi ha subito tagli e riduzione di compiti con tanto di cogestione, Curcio ed Errani, del lavoro nel post terremoto.

A cascata questo ha comportato una serie di mancanze che poi, durante le emergenze, emergono finendo per incrinare l’immagine di chi, invece, dà anima e corpo in ogni intervento. Per cancellare l’era Bertolaso, la prima mossa è stata il taglio dei fondi, poi una riduzione dei compiti, con accentramento a livello ministeriale. A seguire è arrivata la ‘non riforma’ di Graziano Del Rio che voleva eliminare le Province, strozzandole economicamente, con conseguente passaggio di funzioni alle Regioni. Tra queste anche la Protezione Civile.

Ora ci si trova con un sistema che aveva la sua forza nella capillarità dei Comuni coordinati dalla Provincia e che invece finisce nelle mani di chi nulla sa della morfologia, dei problemi e delle potenzialità del territorio. Ecco che una nevicata diventa un problema. Mezzi vetusti, pochi cantonieri nei comuni, volontari che aspettano un segnale e una Regione Marche che nel giro di due anni ha cambiato tre capi della Protezione Civile una volta perso Oreficini.

Chi comanda nell’emergenza? Paradossali le telefonate ricevute dai sindaci da uffici della Regione Marche che chiedevano lumi sulle frazioni, sul dove si trovassero e via dicendo. Paradossale che carovane di aiuti spedite da generose Regioni limitrofe si siano trovate bloccate in mezzo ai boschi perché nessuno in piena notte dava le giuste indicazioni. Paradossale, ma accaduto, perché chi comanda, magari preso e messo alla Protezione Civile dalla Regione perché ereditato da qualche Provincia, non conosce il terreno.

Ora, tutto questo dovrà per forza cambiare. La Provincia deve tornare al suo compito originale, che è il coordinamento degli enti locali. Che così non potranno più dire “ci hanno lasciati soli” e dovranno assumersi le proprie responsabilità. Cominciando dal redigere piani d’emergenza completi e organizzando gruppi di protezione civile interni (ad esempio, Montefalcone era preparato?), che devono essere formati.

Questo significa niente sagre, ma più corsi e prove. Quello che si fa a Fermo, comune capoluogo che pur non avendo voce in capitolo in questi giorni di emergenza è diventato il faro grazie proprio al suo gruppo di Protezione Civile che potrebbe far crescere una Provincia che andrà per forza rinvigorita e arricchita. Il problema è che la Protezione Civile non vive solo durante le emergenze. Ma per tenerla oliata servono risorse e chiarezza. Quanto di più lontano dalla politica.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Il Fermano progetta, i milioni arrivano. E ora la partita turismo

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* Incredibile ma vero, le amministrazioni locali hanno ricominciato a programmare. Gli uffici hanno tolto la polvere dai cassetti e messo nero su bianco linee e conti per provare a vincere bandi, partecipare a gare, intercettare fondi. E così nel giro di poche settimane sono arrivati milioni di euro che significheranno rilancio, ricostruzione, speranza. Sedici milioni in una settimana a Fermo, prima per cambiare volto a Lido San Tommaso e Tre Archi, poi altri otto per le scuole. Altri milioni per le scuole in Valtenna e presto anche in Valdete.

Ma ci sono anche i progetti, quelli che ora provano a convincere il Governo: si pensi al piano viabilità che il sindaco di Amandola, Adolfo Marinangeli, ha messo nelle mani di Errani e Spuri. Ovvero le bretelle che collegano la costa ai monti. A questo sarebbe bene abbinare piani di mobilità dolce, puntando sulle ciclabili che la Regione vuole finanziarie. Realtà in cui il Fermano è deficitario. Ma si progetta, pensiamo al percorso attorno alla Basilica imperiale di Santa Croce che si può collegare via fiume a Porto Sant’Elpidio. Basta solo dare mandato agli uffici tecnici. E che le imprese locali si tengano pronte, quello che parte è un treno da non perdere.

E poi c’è la programmazione turistica, quella che invece deve essere rimessa nelle mani di soggetti capaci. Il Fermano, rispetto agli altri territori, ha un vantaggio, o almeno si spera che sia tale: Marcafermana. Mentre altrove si lotta comune contro comune per prendere fondi finalizzati alla promozione, il Fermano può giocare al tavolo della Regione con una voce unica che unsice anche associazioni e privati.

Saprà usarla? I prossimi giorni diranno di più, perché i milioni di euro ci sono e il presidente Ceriscioli li vuole usare per ridare linfa all’immagine di una Regione che vuole essere altro rispetto al terremoto. Che c’è e nessuno lo dimenticherà, ma attorno alle macerie va riportata la vita. Marcafermana ha una chance importante, progettare per il territorio e non per il singolo.

Un po’ quello che è accaduto con il nuovo ospedale, che nasce a Fermo, ma in realtà porterà milioni a tutta la provincia, un po’ quello che è accaduto con NeroGiardini, l’imprenditore più bravo dei politici che ha investito i suoi soldi per fare business ma anche per ridare senso a una zona che stava deprimendo tutta un’area.

Progetti, idee, reti e collaborazioni: il Fermano il 2017 lo ha aperto bene. Avanti così, senza farsi prendere dalla frenesia, senza pensare che da soli si possa fare meglio e soprattutto ottenere di più.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Il nuovo anno in una parola: psicosi

raffondinocolori

* Quando vivi convinto che qualcosa è sempre peggio di quello che è, sei destinato a perdere la serenità. E questo sta accadendo a più livelli. La parola con cui il 2017 si è aperto è: psicosi.

Psicosi sanitaria. Ma non è che rischieremo di prenderci la meningite? Questa domanda è transitata nella maggior parte dei cervelli italiani e fermani. Perché non conoscendo la malattia, il dubbio ti assale. Anche se tutti i deputati a parlare, medici e direzioni sanitarie, ti spiegano che non c’è rischio e, soprattutto, non c’è emergenza. Ma ormai la psicosi è decollata, stimolata dai dibattiti social e dalle chat di whatsapp. Informare si può, ma poi tutto dipende da chi legge e ascolta.

Psicosi da neve. Arrivano i primi bollettini meteo e cresce l’apprensione. Il problema è che questa cresce a due livelli: tra i cittadini e tra gli amministratori. E una alimenta l’altra. Come se il gelo e i fiocchi non fossero mai esistiti prima di Facebook. Per i secondi la risposta, più che sui social, è nell’azione, con i mezzi pronti, i sacchi di sale preparati e una corretta informazione. Ma il problema resta tra i primi, i cittadini, che si fanno domande su ogni aspetto della vita, quasi che il polo nord si fosse trasferito tra costa e monti fermani. E così il sindaco scrive e il cittadino è contento, ma poi ricomincia ad aver paura e il circolo riparte, perdendo la mini certezza acquisita.

Psicosi da sicurezza. Ed è forse la più fondata. Perché iniziare l’anno con un paio di pesanti furti in aziende, rapine, spaccio di droga e qualche incendio di troppo di attività non fa ben sperare. E questo nonostante l’impegno incessante delle forze dell’ordine de dei vigili del fuoco. Sono tutti sotto organico e così è difficile prevenire, ma per fortuna le abilità spesso portano a punire. Come accaduto per alcuni reati compiuti nelle ultime ore. Per vincere quest’ultima psicosi il pallino è nelle mani del Governo. Ha promesso una questura e quindi uomini dopo l’omicidio di Emmanuel. Ma nulla più si è saputo. Chissà che la ‘sopravvivenza’ della Provincia, dopo il fallimento del referendum non ridia speranze al piccolo e ricco, ma non così paradisiaco, territorio fermano.

Psicosi, parola chiave da mettere quanto prima in un cassetto. Perché se aiuta ad alzare il livello di attenzione, poi diventa un limite. Per tutti.

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"Less but better". Più click e più qualità per un 2017 migliore

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* E buon Natale sia. Del resto, se non si spera nel meglio il 25 dicembre, quando farlo? Anche il capodanno ormai ha smesso di portare speranze, schiacciati tra la realtà e il passato che spesso sembra migliore del futuro. E così, buon Natale.

Qualche regalo sul territorio è arrivato, di quelli a lunga scadenza. Ospedali, strade, nuove scuole, tutto legato a una tragedia che ha segnato questo Natale, lasciando dentro ognuno quel velato senso di tristezza e impotenza, che una donazione non riesce a cancellare.

Non resta che sognare, sperare, provare a fare meglio, magari costruendosi da soli un futuro migliore. Noi, alla provinciadifermo.com, ci stiamo provando. Non facile, un cammino in salita che però a ogni tappa ti lascia con quel sorriso sul volto per aver raggiunto il nuovo rifugio.

Una scalata che non si ferma, che ci sta portando in alto. La regola è ‘less but better’ cercando di andare sempre sopra il nostro livello precedente. Lo facciamo con scelte precise, cercando di dare la notizia, che a volte diventa anche semplice e banale informazione, al meglio.

E i lettori lo stanno capendo. Tanti sono i giovani che cliccano sul nostro sito, oltre il 55% sono under 35 secondo Google analytics. Ma poi c’è una fascia determinate, che è quella che costruisce il futuro da protagonista: tra i 35-54 anni siamo in costante crescita, frutto anche di scelte mirate, come quelle di taglio economico che ci vedono leader del settore.

Nel mondo del web contano i numeri, è vero, e su quello per essere sempre più competitivi, stando alle regole del click, dovremmo pubblicare tanto, ma tanto di più. O semplicemente dovremmo pubblicare tutto. Ma non è questo il compito che come giornale ci siamo dati.

Lo avete capito, almeno così dicono i numeri. La crescita è iniziata a maggio quando passo passo siamo passati da 100mila ai 153mila utenti unici quotidiani di novembre. Ma sono altri i numeri che abbiamo messo sotto l’albero, con la letterina a Babbo Natale: 1 milione e 169mila pagine viste a novembre con 18milioni di hits.

Nella letterina abbiamo chiesto una cosa semplice: che qualcuno, o magari tanti, ci aiutino a crescere. Sogniamo da sempre una automobile redazione, come quella della Stampa. È il futuro, inutile negarlo, anche se una luccicante sede renderebbe agli occhi del tradizionale lettore tutto più stabile. Ma per arrivarci servono risorse. Quelle che noi, la minuta e laboriosa redazione, mette ogni giorno. Quelle che il territorio e gli imprenditori devono cominciare a investire.

Il mondo ha allargato i confini e la rete li ha annullati. Abbiamo lettori, tanti, in Russia. Facile pensare che siano imprenditori in trasferta, possibile immaginare che siano anche buyers curiosi di leggere della terra dove i prodotti nascono. E abbiamo lettori sparsi per il mondo.

Siamo piccoli, siamo pochi, siamo volenterosi.  Non chiedeteci di fare i megafoni. Ma chiedeteci precisione, chiedeteci qualità, approfondimento, chiedeteci di fare i giornalisti. Noi risponderemo sempre sì, sempre sognando di diventare come Spotlight, un luogo dove approfondire e indagare. Non credete a chi parla di inchieste fatte in 24 o 48 ore. Quelli sono servizi, a volte ben fatti, a volte raffazzonati. Ma chiedetevi anche: come fanno a fare inchieste se devono produrre 100 notizie al giorno?

La qualità richiede capacità, ma la capacità per lavorare ha bisogno di tempo e lavoro. Noi ci proviamo, a Babbo Natale portarci i regali sperati. Di complimenti, e critiche, continueremo a fare il pieno. Dando sempre di più. Buon Natale e buon 2017.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Elezioni provinciali, chi vince e chi perde

raffondinosorriso

* Restano vinti e vincitori al termine delle elezioni provinciali. Alcuni attesi, altri inaspettati.

Il sindaco di Fermo Paolo Calcinaro è 'IL' vincitore: ha piazzato i suoi due consiglieri, ha tenuto compatta la sua maggioranza e ha saputo blindarla su Moira Canigola non facendo disperdere voti. Prova di forza e di carisma.
Vincitore, nonostante tutto, è Paolo Nicolai, segretario provinciale del Pd. Si è trovato ad affrontare un’armata multicolore, composta da ogni partito e personaggio che non fosse legato al Pd. Alla fine ha preso 8000 voti in più e ha inserito i sui uomini di fiducia e i due frutto di accordi politici condotti in prima persona assieme al segretario elpidiense Alessandrini e all’assessore regionale Cesetti. 

Poi ci sono gli sconfitti. Quelli che stupiscono e si risvegliano schiaffeggiati. Il primo è il mondo del Pd di Porto Sant’Elpidio, con il suo sindaco. Hanno schierato il civico Daniele Malavolta, avevano 11 voti a disposizione, una enormità. Tutto facile, tutto a posto. Peccato che due non l’abbiano votato e uno sia, quasi certamente, un tesserato Pd. Poi c’è Porto San Giorgio. E qui il quadro è più pesante. Dimostra la fragilità di questa maggioranza, chiamata al voto tra pochi mesi. Sette voti per l’uscente Silvestrini, ma soprattutto un voto in meno dal Pd e altri alleati a briglia sciolta con il rafforzamento dell’opposizione.

Infine, due sconfitti pur vincenti. Il primo è la coppia Ceroni-Marcozzi. I litigiosi leader di Forza Italia hanno inserito Palmucci, Petrini e, allargando il tiro al mondo di Putzu, Famiglini. Ma fuori è rimasta la Moreschini, fuori altre figure di primo piano, neppure candidate, perché tra i due non c’è dialogo. E invece, dicono i numeri, il centrodestra unito in questa provincia potrebbe e sarebbe vincente.

Il secondo sconfitto è il mondo dei piccoli comuni. Si sottovalutano gli under 3mila abitanti. Ma in questa elezione con il voto ponderato contavano e pure tanto. Alla fine, dentro Palmucci e basta. Per il resto hanno scelto di affidarsi ai grandi, in primis a Pompozzi, vincitore assoluto di queste elezioni, e a chi si muove come un grande ma di cui hanno dimostrato con i voti di non riconsocersi, Amandola con Marinangeli. Bastava poco di più e la Valdaso avrebbe avuto una voce, se non addirittura due, con l’elezione mancata del vicesindaco di Monterubbiano.

Infine, ma si sapeva, vincitrice è lei, Moira Canigola: miss ‘parlo poco ma lavoro’ ha saputo dialogare con la maggior parte degli amministratori in poche settimane di campagna elettorale. Non una parola fuori posto, non una sparata, non una promessa inutile, ma una certezza: “Sarò la presidente di tutti, a prescindere”. Che poi questo significhi dare almeno una delega pesante agli uomini di Calcinaro, e quindi alla lista del centrodestra, era una certezza ancor prima di aprire le urne. Ma non tutto il male vien per nuocere: ricompatterà così i parlamentari fermani sulla sua amministrazione, dando più forza alle mancanze della piccola Provincia.

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Piazze piene e portafogli vuoti

raffondinosorriso

Cosa può fare il piccolo amministratore locale per migliorare la vita del proprio cittadino in vista delle vacanze di Natale, in attesa che si chiuda questo terribile anno bisesto? Le mosse non sono poi tante. Può agire a livello di tasse comunali, ritoccando l’odiosa Tari, cercando di modulare al meglio le fasce e le esenzioni. Ma di certo non può eliminarla. Può decidere di ridurre la pressione cambiando il sistema dei parcheggi a pagamento, come ha fatto Ascoli che ha tagliato il pagamento fino a Natale pur di convincere le persone a uscire di casa.

Ma soprattutto può dare un motivo ai cittadini per vivere le piazze, le strade, i locali. E per riuscirci le amministrazioni hanno fatto i salti mortali, trovando tra le cosiddette pieghe di bilancio risorse. Le inutili frasi “ma non era meglio spendere per i poveri” continuano a riempire i portici delle piazze, dimenticando due fattori: il primo è che i soldi non si spostano tipo domino da una parte all’altra del tavolo, ma fanno parte di settori non sempre contigui, il secondo è che se la gente non vive la città, l’economia non gira e ancor meno si può fare per chi è in difficoltà.

Ben vengano allora piazze e centri commerciali pieni. Anche se, ma questo le statistiche hanno difficoltà a dimostrarlo, in pochi poi tornano a casa con buste piene di acquisti. Si gira per vivere un momento collettivo di innaturale serenità. Una specie di droga di gruppo fatta di luci e musica natalizia che cerca di conciliare anche la spesa con quel ricco patrimonio che l’italiano medio ha in banca. Spese che, in questa fase di iper solidarietà alle imprese terremotate che hanno canali web strutturati di vendita, non devono dimenticare negozianti e produttori di ogni comune. Perché innescare l’ennesima guerra tra poveri sarebbe letale per un sistema che con le piazze piene e le tasche vuote rischia il collasso.

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Dubbi glocal del Pd: smacchiare di nuovo i giaguari o rischiare di perdere

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La domanda che ora si stanno ponendo a Porto San Giorgio è: ma questa marea che ha votato No ha bocciato solo Renzi, e la riforma costituzionale di cui nessuno parla già più, o tutto il Pd? Una domanda pressante in vista delle elezioni di maggio in uno dei Comuni più importanti della Provincia (58,67% di NO). Una domanda che per avere risposta ora necessita di giorni di attesa. Quelli che faranno capire se Renzi resterà alla guida del partito o lascerà anche quell’incarico a qualcuno che si sente più bravo.

Di certo, il sindaco Nicola Loira è caratterialmente quanto di più lontano dal premier, che diventerà ex tra poche ore. Pacato, silenzioso, schivo, Loira ama stare dietro alla scrivania e lavorare. Renzi lavorava ma poi stava sempre davanti alla telecamera. Ma dello stesso partito sono. E così quella che sembrava una elezione già vinta si riempie di incognite. Come ha dimostrato nel suo piccolo la costruzione delle liste provinciali dove il sindaco ha perso uno dei suoi consiglieri, la Capeci è candidata nella lista contro il Pd, e dove il suo avversario reale, Andrea Agostini, trova linfa nella candidatura dell’avvocatessa con cui condivide l’ufficio. A dimostrazione che si sta organizzando e che, soprattutto, a Porto San Giorgio non c’è alternativa al Pd senza l’ex primo cittadino, con buona pace di chi si è presentato come nuovo centrodestra deagostinizzato. Sempre che la sua candidata non arrivi nona su dieci.

Non basta più fare, non basta posizionare qualche + nelle voci chiave del Paese, vedi crescita e occupazione, non basta avere voce credibile in Europa, come dimostra il SI convinto degli italiani all’estero, non basta se poi stai ‘socialmente’ antipatico, se prometti troppo tutti i giorni e se con il tuo fare riesci perfino a unire l’acqua e l’olio. Sarano in molti i sindaci Pd che oggi si porranno le domande, a cominciare dalla grande Porto Sant’Elpidio targata Nazareno Franchellucci (59,23% di No) fino alla piccola Pedaso, che voterà a maggio partendo da un 60% di NO mentre la Giunta era per il sì.

Il timore, per l'intelletto, è che nel giro di poche ore in tanti torneranno a parlare di ‘smacchiare i giaguari’ per riconquistare la simpatia perduta, quantomeno dentro il proprio partito ma perdendo in toto la credibilità verso quel 40% che ha creduto nel progetto riformatore. Sarebbe l’ultimo errore di un Partito Distrutto che non convince più neppure le città in cui ha vinto con il 60%, vedi Pesaro.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Quando l'ottimo è nemico del meglio

raffondinosorriso

Quanto sarebbe bello se il mondo tendesse all’ottimizzazione. Di tutto. Di ogni cosa, di ogni passaggio, di ogni politica. Ma spesso basta il meglio.

Sarebbe bello che le scuole in centro a Fermo fossero ottime, invece dobbiamo accontentarci che siano migliori di prima.

Sarebbe bello che il Natale organizzato nel nostro comune fosse ottimo, invece dobbiamo accontentarci di quel che si può fare.

Sarebbe bello che la sanità fosse ottima con spazi e tempi certi, invece dobbiamo esultare perché a un reparto danno due stanze in più e una fondazione regala un macchinario.

Sarebbe bello che la nostra squadra segnasse gol o canestri a ripetizione mostrando un ottimo gioco, ma poi c’è il risultato da raggiungere, c’è il catenaccio, c’è la difesa, c’è il fallo sistematico per raggiungere la miglior posizione.

Sarebbe bello che tutti fossero d’accordo su una riforma o una legge, che sarebbe davvero ottima, ma siccome questo non è possibile forse ha ragione il sindaco Paolo Calcinaro: troppo spesso l’ottimo è nemico del meglio.

Vale in tanti campi, vale anche in economia, dove quando ci si siede a tavolino si ragiona sull’obiettivo più ambizioso, ma poi si fanno calcoli, si studiano tempi, si analizzano procedure e si studia una strategia. Che è fatta di step, di grandi o piccoli passi, ma sempre avanti per tendere al meglio, guardando all’irraggiungibile ottimo.

Lo status quo non è mai la soluzione, soprattutto quando non piace a nessuno, soprattutto se provoca caos. Perché chi spesso chiede di non cambiare è chi sa di poter poi sguazzare nel caos regnante. Quindi, non sempre il meglio è la soluzione. In sanità, nello sport, in politica. Nella vita. Lo sanno bene i sindaci che con il meglio combattono ogni giorno, come le famiglie, alle prese con i conti, come le imprese, che stanno capendo il senso della parola logistica e dell’uso del web. Tutti vogliamo l’ottimo, ma spesso basta il meglio. Sempre se tale lo consideriamo.

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Donne che parlano di donne tra donne

raffondinosorriso

* Giornata contro la violenza sulle donne. Un giorno, un solo lunghissimo giorno che dovrebbe servire per riflettere. Ma forse anche per cercare soluzioni. L’Onu ha richiamato l’Italia, perché troppo poco si sta facendo per fermare un fenomeno che causa 100 morti l’anno e che, secondo il report delle Nazioni Unite, a livello di violenza subita coinvolge una donna su tre. Numeri inquietanti che l’Onu giustifica sostenendo che più di un terzo non denuncia, finendo per non sporcare le statistiche.

Si riflette quindi, ma ci si deve porre anche qualche domanda a livello di azioni. Può essere sempre e solo una donna a condurre la battaglia in favore delle donne? Può essere che le Commissioni pari opportunità siano fatte di donne? Può essere che nel giorno della giornata contro la violenza sulle donne, per stare al Fermano, se non fosse per l’assessore Milena Sebastiani di Porto Sant’Elpidio, neppure una riga sarebbe uscita sui giornali? Può essere che agli incontri organizzati si ritrovino solo donne che parlano di donne tra donne?

L’uomo è nel 90% dei casi il protagonista cattivo, il violento. E allora sull’uomo bisogna agire. Un conto sono le terapie di gruppo al femminile, un conto devono essere le campagne pubbliche contro la violenza. Qui le donne, più forti della violenza, devono riuscire a coinvolgere gli uomini. Non ci sarà fine della violenza, finché ci sarà vita per il germe del non rispetto dell’altra figura.

Serve un cambio di passo, serve che non parlino a livello nazionale solo Boldrini, Boschi o Annibali, neo inserita nel pool delle Pari Opportunità. Serve che sui giornali vadano gli uomini. E non da soli al posto delle donne, ma al fianco delle donne per parlare di donne tra uomini veri, quelli che le donne le amano, le proteggono, le rispettano e le difendono, estirpando per primi il germe che è in noi. Va tolta all’uomo quell’orrida frase “ma parlano sempre delle stesse cose” e reso protagonista, coinvolgendo chi forse ascolterebbe con piacere.

Per cui, ben venga almeno la Sebastiani. Ma non basta. Speriamo lo capiscano tutte le altre assessore e presidentesse che sulla comunicazione fanno poco affidamento. La battaglia culturale è lunga, per quella giudiziaria pene certe e reati mirati, come lo stalking, stanno almeno rendendo meno sicuro il futuro del violento.

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Turismo, terremoto, parole e paura

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* Il turismo non lo si rilancia con le parole. Non basta dire al mondo che siamo belli, che abbiamo colline meravigliose e che dalla spiaggia si vedono le cime innevate. Non basta più. Questo ce l’hanno anche gli altri. Al turista serve un motivo per venire. Lo devono capire i fermani, lo deve capire questo territorio ferito. Bisogna vincere la paura e avere il coraggio di fare una comunicazione anche positiva, senza temere che poi il Governo non manda soldi. Per quello ci sono le schede da compilare e la burocrazia.

Perché un turista dovrebbe venire in centro a Fermo quando i primi ad averne paura sono gli stessi residenti del capoluogo fermano? Perché un turista dovrebbe arrivare ad Amandola se i primi, comprensibilmente nell'emergenza del momento, ad annullare gli eventi come Diamanti a tavola sono gli stessi amandolesi. E così dicendo per Montegranaro che rinuncia al suo presepe vivente per un rischio ipotetico e irrazionale.

Sia chiaro, comprensibili i timori dei sindaci, che devono tutelare i cittadini e anche loro stessi visto che sono gli unici a rispondere personalmente di fatti legati alla sicurezza, ma per protestare con forza contro la Regione Marche che vergognosamente ha detto al mondo di andare a visitare la zona pesarese perché sicura e lontana dal terremoto, servono più che parole. Serve dimostrare che la vita è ripartita, che i mercatini di natale si faranno che i negozietti ci sono che un piatto di polenta in montagna si può mangiare, magari in un tendone come sta pensando di fare Amandola, che il tartufo profuma, che i formaggi, a anche se le mucche sono spaventate ci sono e che i musei riaprono, come le chiese. Perché altrimenti il turista, che non sa ma legge, avrà sempre più paura di noi che qui stiamo.

I centri storici, quelli sani, devono vivere e devono farlo nelle menti dei fermani prima ancora che di quelle confuse della Regione e di quelle libere da pregiudizi del turista milanese o belga.

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L'ansia sta vincendo, ma...fluctuat nec mergitur

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Houston abbiamo un problema. L’ansia sta vincendo. La preoccupazione che diventa ansia, in termini psicologici, è legata a qualcosa di concreto e definito. In questo caso il terremoto. Può avere anche un lato positivo, perché porta a prevenire qualcosa che non vorremmo riaccadesse. Ed è questo l’aspetto su cui bisogna lavorare con forza in questa fase di post terremoto, soprattutto a livello di azioni politiche.

Il problema, però, è che l’ansia sta diventando fobia, che è uno stato d’ansia eccessivo e incontrollabile. Che non è più legata a un evento specifico. Visto che la logica dovrebbe dirci che il terremoto è stato, la sicurezza è garantita e quindi non dovrebbe esserci più problema, l’ansia dovrebbe scemare.

Da qui la preoccupazione iniziale che è diventata ansia, facendo crescere l’attenzione, giustamente, su quello che viviamo. Ora, il punto è come fermare la fobia. Nel caso delle scuole è un compito improbo che stanno affrontando sindaci e Provincia. Perché nulla accentua di più le paure che il sentire insicuri i propri cari, in questo caso i figli.

E allora, ben vengano forme di terapie civiche, come il far partecipare un paio di genitori ai sopralluoghi, alla stesura delle schede, agli atti concreti che vengono fatti e che fanno dire a un sindaco: “Non c’è problema”. È una strada per guardare avanti, per credere in chi si ha di fronte, come accaduto fino al 23 agosto.

Anche perché non possiamo immaginare di svuotare i centri storici, non possiamo fermare la vita per l’imponderabile che ci riserva la natura. Lo sanno i sindaci e non devono retrocedere, a costo di prendersi insulti che poi diventeranno, se ogni verifica sarà documenta e magari partecipata, pacche sulle spalle. Ogni città, come insegna Parigi, “Fluctuat nec mergitur”, è sbattuta dalle onde ma non affonda.

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Le faglie della solidarietà

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Popolo straordinario quello italiano. Popolo variopinto sia per carattere che per politica. Il terremoto che ha devastato il centro Italia ha messo in luce altri aspetti che come una faglia sono di rottura ma anche di lenta propagazione, per fortuna questa positiva.

La faglia di rottura è emersa nella reazione al dramma, nel concetto di solidarietà e accoglienza che non sono universali, ma sempre più personali. Il popolo italiano che si indigna, ormai in gran parte, per l’arrivo troppo numeroso dei migranti, che superano con coraggio le intemperie e il mar Mediterraneo e le guerre, si scopre accogliente verso decine di migliaia di persone che dai monti scendono verso la costa.

Ed è a questo punto che si aprono le faglie della solidarietà, quelle che quando si parla di migranti si fermano ormai a piccole nicchie di professionisti dell’accoglienza. Il terremoto ha fatto aprire campeggi, alberghi, case, ma soprattutto ha aperto il cuore dell’Italia.

Arrivano volontari da ogni angolo del Paese, le persone organizzano cene di beneficienza, i politici di destra e sinistra fanno a gara per ospitare nelle proprie strutture italiani, marocchini, rumeni, algerini che vivevano tra Ussita, Amandola, Monsampietro, Visso e Pieve Torina. Lo fanno senza sosta, senza sentire la fatica.

È la faglia della solidarietà, quella che Diego e Andrea Della Valle (leggi) portano a livelli più alti, alzando il livello di rilevazione dell’intensità. Ora, proprio come le faglie che sotto terra si passano energia evitando così esplosioni singole, l’imprenditore richiama altri imprenditori. In questo modo la sua fabbrica ad Arquata non sarà il frutto di un singolo evento, ma il pezzetto di un movimento, quello che vuole ‘Noi italiani’ impegnati nel sociale, nel ridare a chi ha meno. Che lo dice mister Tod’s, ma alla fine è un pensiero con un paio di migliaia di anni. Solo che in Italia ogni tanto lo scordiamo.

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Terremoto, questione di simboli

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* C’è un motivo se una delle priorità sono le chiese, i luoghi di culto, i monumenti artistici. Perché si vive di simboli, soprattutto in Italia. Il patrimonio culturale è la grande ricchezza di un Paese che deve puntare con forza sul turismo e che solo con il turismo potrà rilanciare le terre martoriate. E così, non deve stupire che ora tutti vogliano ricostruire la chiesa di San Benedetto a Norcia. Quella chiesa che è diventata un mucchio di macerie sotto la statua del santo.

Il punto è che non c’è solo San Benedetto. Perché, per incuria o per sfortuna, abbiamo perso una chiesa del 720, Santa Maria in Pantano. Sarebbe bastato metterla in sicurezza dopo la prima scossa. Ma non c’è stato tempo, ma soprattutto si è scelto altro, sbagliando. E di quella chiesa a Monte Gallo in mezzo ai monti Sibillini non resta più nulla.

crosteamandolaOra, abbiamo la Madonna dell’Ambro, incastonata in una gola, che è tra i santuari più frequentati del centro Italia. Siamo a Montefortino, comune devastato ma non spazzato via. Bisogna essere rapidi, altrimenti la perderemo. E ci sono le benedettine di Amandola. Qui non ci sono immagini sceniche di corse in piazza, ma il problema resta. E poi c’è il Duomo di Fermo, tra i più belli d’Italia, chiuso per crepe e volte rovinate. E che dire delle chiese di ogni paese, da quelle che contengono Crivelli come a Sant’Elpidio Morico o organi e pale di fronte a cui si fermano a pregare i cittadini.

Simboli che hanno bisogno di risorse e di velocità, perché loro non possono essere spostate in un container come le persone. Ma loro, diversamente dalle persone, se cadono non si rialzano più. E con loro il senso di comunità. Ben venga quindi l’attenzione su Norcia e San benedetto, ma il patrono d’Europa faccia il suo dovere e vigili anche su fratelli e sorelle minori. Ognuno ha il suo simbolo attorno a cui ritrovare fiducia.

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La scommessa dell'Italia: il ponte sullo stretto diventi il ponte sui Sibillini

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* Il premier Matteo Renzi ha in mano il futuro del Paese. E non è nel progetto del ponte sullo stretto che si giocherà il rilancio economico dell’Italia. Il vero ponte che va realizzato è quello sui Sibillini. Un ponte fatto di case, negozi, scuole, chiese e strade. Un ponte che significa ricostruzione rapida ed efficiente.

È qui che deve focalizzarsi ora l’Italia, che è di fronte a un bivio: chiudere la porta delle montagne del centro Italia, spostando definitivamente le comunità per paura di nuovi terremoti, o trasformare quell’insicuro pertugio in una uscita di sicurezza di ultima generazione.

Se il ponte sullo stretto, rispolverato nelle ultime settimane, è un’opera scenica e affascinante, anche da un punto di vista ingegneristico, il terremoto mette architetti, ingegneri e geologi di fronte a una sfida ancora più complessa. Perché ricreare quello che non c'è più e farlo in maniera che diventi sicuro è più stimolante di un ponte chilometrico.

Se il premier era convinto di avere le risorse, spalmate negli anni, per collegare Sicilia e Calabria, le dirotti ora dove l’Italia piange e crolla, dando così lavoro alle imprese del territorio. Non lo faccia però domani, lo faccia oggi. È impensabile che quanto avviato per i paesi colpiti dal terremoto del 24 agosto venga posticipato a causa di queste nuove scosse.

Non facciamo fare ad Arquata, Amatrice, Amandola e company la fine dei treni regionali che vengono fermati e fatti arrivare in ritardo per far recuperare l’Intercity che ha rotto il motore ed è stato aggiustato. I binari sono gli stessi, ma sono divisi. Altrimenti la paura delle scosse tornerà a essere sfiducia verso lo Stato e allora sì che le comunità si sfalderebbero.

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Tre livelli di giustizia

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* Colpevole, innocente, alla gogna, da santificare. Più il personaggio che finisce al centro di una indagine è potente, più si intrecciano i livelli di percezione e valutazione. Tre livelli di giustizia aleggiano sopra la testa del protagonista.

Il primo è quello della giustizia umana, la legge. Ha regole precise, tempi non certi, ma dinamiche che vanno dall’indagine alla denuncia fino al rinvio a giudizio e al processo o all’archiviazione. Un iter lungo, complesso, ma, è la speranza, equo e vero.

Il secondo è quello della giustizia social, fatta da improvvisati giudici popolari che normalmente sono mossi dall’invidia, dal desiderio democratico di vedere il potente al livello più basso previsto dall’uomo, quello del colpevole. Sono quelli che non si fermano davanti a nulla e che vivendo sui social perdono ogni inibizione, dimenticando magari che due giorni prima stavano seduti in una tribuna guardando una partita proprio con il presunto colpevole omaggiandolo con rispetto.

Infine, il terzo livello: la giustizia divina. È quella personale, quella intima, quella che non conosce avvocati ma solo la propria coscienza. Corre una propria partita, fatta di intima riflessione e consapevolezza.

Tre livelli che si intrecciano quando le notizie riguardano chi è più grande di noi, quello per cui dimentichiamo le garanzie, dimentichiamo i tempi della giustizia, dimentichiamo la presunzione d’innocenza. Di fronte a questi tre livelli c’è il giornalismo, c’è il fatto, ci sono i dati e le carte, ci sono le denunce. Il resto sono chiacchiere, sono privati giudizi di webeti socialmente inutili. Ma per questo, per il potente, ma in realtà per ogni cittadino finito al centro di una inchiesta, c’è un solo modo per affrontare il presente, il dantesco refrain ‘non ti curar di loro’. La giustizia arriverà.

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Andare oltre il titolo

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* Discutendo durante un convegno è emerso un concetto interessante: andate oltre l'immagine, fate vedere quello che davvero avete dentro, mostrate nella pratica le vostre capacità.

I relatori parlavano a un gruppo di ragazzi, ma in realtà parlavano anche a se stessi. Perché stavano ragionando su una parola chiave: capacità. Legandola poi, non secondario elemento, con possibilità di lavoro. Come se poi la capacità diventasse opportunità e l'opportunità diventasse riconoscimento di quello che siete, di quanto si vale. In un mondo perfetto, in un mondo che ha cominciato a capire che ha bisogno davvero di dare fiducia e spazio alla competenza.

Ecco che allora si arriva a un settore chiave, quello della Comunicazione. Ed è un invito il mio ai lettori di questo sito, ai lettori in generale. Quelli che sfogliano il giornale al bar, quelli che girano per i social, quelli che non hanno ancora compreso che oltre al titolo c'è di più. O forse verrebbe da dire sotto al titolo c'è di più. Bisogna che le persone, il cittadino, parola che racchiude in sé un concetto molto più ampio perché ci inserisce diritti-doveri-qualità-attenzione-impegno sociale, e sarebbe bello, leggesse, cominciasse a farsi un'idea reale, capisse cosa c'è dentro un articolo, capisse se il titolo è davvero quello che sembra, comprendesse le differenze. Capirebbe come non si sia tutti giornalisti, come non si è tutti imprenditori, non si è tutti operai.

Ci sono differenze in ogni settore che cambiano in maniera radicale la percezione del presente. E allora provateci, andate oltre il titolo. Siete in pochi a farlo, lo dicono i dati. In un mondo che vive di visualizzazioni, che vede passaggi rapidi sui social, che vede i commenti virtuali di persone che molto spesso scrivono chiedendo indispettiti elementi che sono già dentro gli articoli o persone che mandano messaggi avendo appena adocchiato una colonna di piombo di un quotidiano su una panchina: ecco andate oltre il titolo, entrate in profondità, cercate la differenza. E poi a quel punto scegliete.

Lo faranno, l'hanno promesso, gli imprenditori con i giovani che cercheranno un posto all'interno delle imprese del territorio senza scappare all'estero. Fatelo anche voi cittadini che già solo per il fatto che cercate informazioni partite avvantaggiati andando oltre quell’affascinante titolo, che come la bellezza potrebbe essere anche splendidamente vuoto.

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Filantropia batte politica: la chance perfetta di Della Valle

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* Diego Della Valle ha l’occasione d’oro per riprendere in mano il pallino del gioco. La visita alla Tod’s del premier Matteo Renzi è un rinsaldarsi di rapporti che potrebbe fare bene a entrambi. Per due motivi. Renzi, forte ma con un fianco scoperto, ha bisogno di tutto fuorché di un ‘nemico’ tra gli imprenditori. Della Valle, forte ma con il fianco scoperto da qualche colpo di troppo ricevuto negli ultimi mesi, vuole tornare a essere un player di primo piano su tutti i tavoli.

L’escalation di Cairo, l’amico cattivo che l’ha superato nella scalata al mondo dell’editoria italiana, vedi Corriere della Sera, l’ha privato di un canale cruciale di comunicazione, a cui si aggiunge La7 sempre di Cairo. Così come i non idilliaci rapporti con il premier ne hanno ridotto le presenze in Rai nei salotti buoni dei talkshow in Rai.

Ma Della Valle ha in mano un pezzo di futuro del Paese, che non deve annacquare nella politica: ‘Noi italiani’. L’associazione nasce con uno scopo: riunire la parte sana del mondo imprenditoriale dell’Italia, quella disposta a donare parte degli utili per far star meglio chi è meno fortunato. Un progetto di filantropia diffusa che mister Tod’s porta avanti da tempo, senza avere mai fatto il salto di livello o meglio di coinvolgimento.

E invece, di imprenditori pronti a seguire Della Valle ce ne sono, ma si sono fermati, esitanti, di fronte al ‘scendo o non scendo in politica’ di Ddv. L’incontro con Renzi, per quanto fugace, potrebbe avere ridato input al progetto iniziale, spinto anche dalle parole del premier, “servono altri Della Valle, servono azioni che uniscono pubblico e privato”. Un input decisivo per fare di Della Valle il fulcro di un piano di rilancio solidale del Paese, che va ben oltre il Colosseo, con il placet governativo.

Se ‘Noi italiani’ dopo questa giornata tornerà a parlare di 1% di utili, di unione di intenti, di gestione di risorse non per carità, ma per far star meglio costruendo un futuro dove non c’è, come ad Arquata, allora Della Valle avrà vinto. E in tv, a quel punto, ci andrà da mecenate e non più da amico nemico, da chi non si sa bene se vuole costruire o affondare, se vuole consigliare o correggere. E nel cambio di parole, come ha sperimentato lui stesso rinviando la presentazione ufficiale del progetto, passa tutta la differenza tra ‘Noi italiani’ e ‘Io e l’Italia’, tra una visione sociale e una di scalata politica.

Gli imprenditori attendono solo un cenno di mister Tod’s per giocare nella stessa squadra, il primo è Vitturini ‘Vega’. Ma l’obiettivo deve essere chiaro: non c’è un campionato da vincere, ma un sistema da migliorare. Con pazienza e senza fraintendimenti che poi costringono anche uno dei migliori, Della Valle, a rallentare togliendo così chiarezza a quanto di buono, di unico, sta facendo in ogni angolo d’Italia.

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