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Tre livelli di giustizia

raffondinosorriso

* Colpevole, innocente, alla gogna, da santificare. Più il personaggio che finisce al centro di una indagine è potente, più si intrecciano i livelli di percezione e valutazione. Tre livelli di giustizia aleggiano sopra la testa del protagonista.

Il primo è quello della giustizia umana, la legge. Ha regole precise, tempi non certi, ma dinamiche che vanno dall’indagine alla denuncia fino al rinvio a giudizio e al processo o all’archiviazione. Un iter lungo, complesso, ma, è la speranza, equo e vero.

Il secondo è quello della giustizia social, fatta da improvvisati giudici popolari che normalmente sono mossi dall’invidia, dal desiderio democratico di vedere il potente al livello più basso previsto dall’uomo, quello del colpevole. Sono quelli che non si fermano davanti a nulla e che vivendo sui social perdono ogni inibizione, dimenticando magari che due giorni prima stavano seduti in una tribuna guardando una partita proprio con il presunto colpevole omaggiandolo con rispetto.

Infine, il terzo livello: la giustizia divina. È quella personale, quella intima, quella che non conosce avvocati ma solo la propria coscienza. Corre una propria partita, fatta di intima riflessione e consapevolezza.

Tre livelli che si intrecciano quando le notizie riguardano chi è più grande di noi, quello per cui dimentichiamo le garanzie, dimentichiamo i tempi della giustizia, dimentichiamo la presunzione d’innocenza. Di fronte a questi tre livelli c’è il giornalismo, c’è il fatto, ci sono i dati e le carte, ci sono le denunce. Il resto sono chiacchiere, sono privati giudizi di webeti socialmente inutili. Ma per questo, per il potente, ma in realtà per ogni cittadino finito al centro di una inchiesta, c’è un solo modo per affrontare il presente, il dantesco refrain ‘non ti curar di loro’. La giustizia arriverà.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


Andare oltre il titolo

raffondinosorriso

* Discutendo durante un convegno è emerso un concetto interessante: andate oltre l'immagine, fate vedere quello che davvero avete dentro, mostrate nella pratica le vostre capacità.

I relatori parlavano a un gruppo di ragazzi, ma in realtà parlavano anche a se stessi. Perché stavano ragionando su una parola chiave: capacità. Legandola poi, non secondario elemento, con possibilità di lavoro. Come se poi la capacità diventasse opportunità e l'opportunità diventasse riconoscimento di quello che siete, di quanto si vale. In un mondo perfetto, in un mondo che ha cominciato a capire che ha bisogno davvero di dare fiducia e spazio alla competenza.

Ecco che allora si arriva a un settore chiave, quello della Comunicazione. Ed è un invito il mio ai lettori di questo sito, ai lettori in generale. Quelli che sfogliano il giornale al bar, quelli che girano per i social, quelli che non hanno ancora compreso che oltre al titolo c'è di più. O forse verrebbe da dire sotto al titolo c'è di più. Bisogna che le persone, il cittadino, parola che racchiude in sé un concetto molto più ampio perché ci inserisce diritti-doveri-qualità-attenzione-impegno sociale, e sarebbe bello, leggesse, cominciasse a farsi un'idea reale, capisse cosa c'è dentro un articolo, capisse se il titolo è davvero quello che sembra, comprendesse le differenze. Capirebbe come non si sia tutti giornalisti, come non si è tutti imprenditori, non si è tutti operai.

Ci sono differenze in ogni settore che cambiano in maniera radicale la percezione del presente. E allora provateci, andate oltre il titolo. Siete in pochi a farlo, lo dicono i dati. In un mondo che vive di visualizzazioni, che vede passaggi rapidi sui social, che vede i commenti virtuali di persone che molto spesso scrivono chiedendo indispettiti elementi che sono già dentro gli articoli o persone che mandano messaggi avendo appena adocchiato una colonna di piombo di un quotidiano su una panchina: ecco andate oltre il titolo, entrate in profondità, cercate la differenza. E poi a quel punto scegliete.

Lo faranno, l'hanno promesso, gli imprenditori con i giovani che cercheranno un posto all'interno delle imprese del territorio senza scappare all'estero. Fatelo anche voi cittadini che già solo per il fatto che cercate informazioni partite avvantaggiati andando oltre quell’affascinante titolo, che come la bellezza potrebbe essere anche splendidamente vuoto.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Filantropia batte politica: la chance perfetta di Della Valle

raffondinosorriso

* Diego Della Valle ha l’occasione d’oro per riprendere in mano il pallino del gioco. La visita alla Tod’s del premier Matteo Renzi è un rinsaldarsi di rapporti che potrebbe fare bene a entrambi. Per due motivi. Renzi, forte ma con un fianco scoperto, ha bisogno di tutto fuorché di un ‘nemico’ tra gli imprenditori. Della Valle, forte ma con il fianco scoperto da qualche colpo di troppo ricevuto negli ultimi mesi, vuole tornare a essere un player di primo piano su tutti i tavoli.

L’escalation di Cairo, l’amico cattivo che l’ha superato nella scalata al mondo dell’editoria italiana, vedi Corriere della Sera, l’ha privato di un canale cruciale di comunicazione, a cui si aggiunge La7 sempre di Cairo. Così come i non idilliaci rapporti con il premier ne hanno ridotto le presenze in Rai nei salotti buoni dei talkshow in Rai.

Ma Della Valle ha in mano un pezzo di futuro del Paese, che non deve annacquare nella politica: ‘Noi italiani’. L’associazione nasce con uno scopo: riunire la parte sana del mondo imprenditoriale dell’Italia, quella disposta a donare parte degli utili per far star meglio chi è meno fortunato. Un progetto di filantropia diffusa che mister Tod’s porta avanti da tempo, senza avere mai fatto il salto di livello o meglio di coinvolgimento.

E invece, di imprenditori pronti a seguire Della Valle ce ne sono, ma si sono fermati, esitanti, di fronte al ‘scendo o non scendo in politica’ di Ddv. L’incontro con Renzi, per quanto fugace, potrebbe avere ridato input al progetto iniziale, spinto anche dalle parole del premier, “servono altri Della Valle, servono azioni che uniscono pubblico e privato”. Un input decisivo per fare di Della Valle il fulcro di un piano di rilancio solidale del Paese, che va ben oltre il Colosseo, con il placet governativo.

Se ‘Noi italiani’ dopo questa giornata tornerà a parlare di 1% di utili, di unione di intenti, di gestione di risorse non per carità, ma per far star meglio costruendo un futuro dove non c’è, come ad Arquata, allora Della Valle avrà vinto. E in tv, a quel punto, ci andrà da mecenate e non più da amico nemico, da chi non si sa bene se vuole costruire o affondare, se vuole consigliare o correggere. E nel cambio di parole, come ha sperimentato lui stesso rinviando la presentazione ufficiale del progetto, passa tutta la differenza tra ‘Noi italiani’ e ‘Io e l’Italia’, tra una visione sociale e una di scalata politica.

Gli imprenditori attendono solo un cenno di mister Tod’s per giocare nella stessa squadra, il primo è Vitturini ‘Vega’. Ma l’obiettivo deve essere chiaro: non c’è un campionato da vincere, ma un sistema da migliorare. Con pazienza e senza fraintendimenti che poi costringono anche uno dei migliori, Della Valle, a rallentare togliendo così chiarezza a quanto di buono, di unico, sta facendo in ogni angolo d’Italia.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Un terremoto di soldi

raffondinosorriso

* Il Fermano con le scosse ha perso case, palestre, chiese, imprese. Ma non la sua anima. Che è orgogliosa, tipica del piccolo che è convinto, e quindi determinato a dimostrarlo, di essere grande. Il problema è che l’orgoglio non basta quando di fronte c’è un mucchio di macerie. E così, la capacità ha bisogno di essere oliata e foraggiata.

Per questo c’è “San Cesetti”. L’assessore regionale al Bilancio, fermano doc, sta riuscendo in una grande impresa: riempire di soldi la provincia che ha contribuito a creare. In poche settimane una pioggia di milioni di euro è arrivata. Ha finanziato musei, ha finanziato ospedali, ha finanziato imprese (peccato che i lavori di ricostruzione non possano essere affidati direttamente alle aziende locali qualificate che avrebbero davvero ripreso a vivere), ha finanziato il turismo. Certo, in perfetta intesa con la Giunta Ceriscioli, ma le scelte hanno sempre un padre. Che non accontenta mai tutti, soprattutto quando sceglie, nessuno sa bene come, cosa e quanto finanziare, vedi il teatro di Grottazzolina scelto come luogo del contemporaneo, che ha fatto storcere il naso a tanti, da Sant’Elpidio a Montegranaro.

Ora, però, c’è il secondo step ed è quello del come verranno spese le risorse. Ci sono iniziative che richiedono comunione di intenti, ce ne sono altre che invece hanno solo bisogno di una attenta e locale regia. Il Fermano, in questo, dovrà provare a compattarsi, senza perdersi nelle sue gelosie.

Inutile lamentarsi se Amandola sta al centro dell’attenzione, perché se l’ospedale riapre in tempi brevi, conviene a tutti, non certo solo ai bar della cittadina. Se Amandola strappa soldi per le chiese, apre un fronte su cui potranno raccogliere anche Santa Vittoria e Falerone. Ma se Amandola non farà squadra con i vicini, poco lontano andrà nel campo del turismo e della promozione, voce che invece sarà la prossima a essere finanziata dalla regione, questa volta per volere di Ceriscioli. Che viene dal mare, ma che più di altri presidenti ha capito la potenzialità delle colline e dei monti, a tal punto dal cominciare a ragionare sul come migliorarne la viabilità.

Insomma, il terremoto ha fatto danni, tanti e dolorosi, ma il post potrebbe diventare il volano, sempre che si creda ancora in quei luoghi. Tassi zero nei prestiti, rinvii di pagamenti, agevolazioni fiscali e percorsi privilegiati per ricostruire. Nessuno regala nulla, non sarebbe giusto soprattutto se quanto crollato è anche per l’incuria dei proprietari. Alla forza della natura lo Stato risponde con la determinazione della programmazione, che però ha bisogno di attori, tanti e diversi. E soprattutto non egoisti.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

L'amore non si racconta, si vive. Ed è dentro uno storico Sì

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* Ci sono momenti che vanno vissuti, perché è impossibile descriverli. Del resto, ci hanno provato poeti, scrittori, commediografi, pittori e artisti di ogni livello a descrivere l’amore. Ma sempre qualcosa mancava. C’era quell’incompiuto dato dal vivere il momento. L’amore lo si vive, lo si prova. E dopo, quando è permesso, lo si condivide.

Ci sono giorni che entrano di diritto nella storia, quelli in cui accade qualcosa di unico e, per fortuna, non irripetibile. Francesco e William oggi hanno contribuito a cambiare Fermo e con Fermo il futuro di tante persone. Hanno detto Sì, il loro sì, frutto di amore, di scelte, di desiderio. Una unione civile che rende civile un Paese rimasto indietro. Una unione che nasce sui valori cardine di questo paese che ha faticato a capire che l’amore ha più facce, magari entrambe con la barba come Francesco e William. Famiglia è la parola usata più volte, perché la famiglia è stata il cardine attorno a cui hanno ruotato due vite che oggi hanno deciso di diventare una cosa sola.

Ecco, ci sono momenti in cui si comprende la bellezza della Politica. Quella che ha deciso di cambiare e dare un futuro a chi già lo viveva da tempo, ma segnato da un presente di diversità. Quella politica che Francesco e William hanno idealmente abbracciato dopo essersi scambiati gli anelli. Quella politica che guardando le immagini dei due novelli sposi e dei tanti che seguiranno potrà sorridere e non abbassare lo sguardo.

Un giorno importante, un giorno da raccontare semplicemente con due parole: amore e diritti. Niente più, il resto sono loro, due persone che si sono promesse amore eterno, di essere il bastone della vecchia uno dell’altro. Trovate voi la diversità dal matrimonio se ci riuscite, io vedo solo diritti e amore. E che sia solo l’inizio di un presente migliore in cui non mancheranno altre conquiste, altre sfide, altre lacrime. Ma non oggi, non domani: c’è posto solo per la gioia. E la gioia è serenità. Del resto, come dice Francesco, chi se ne frega.

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Dal Lego all'ego, l'involuzione della solidarietà post terremoto

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* Fiorello l'ha detto per tempo: il rischio dei grandi eventi è che servono più agli artisti che a chi dovrebbe incassare. Capiremo domani cosa resterà di questo Live Aid immaginato a Sant'Elpidio a Mare, e trasferito a Porto San Giorgio per paura di una pioggia che in pochi immaginano, ma che magari nella sfortuna arriverà davvero. Un concerto nato tra tanti proclami in una ricca e partecipata conferenza stampa in cui tutti seduti annunciavano l'arrivo dei grandi della musica. Poi un tam-tam sui social, prodotto non dalla stampa e dall'informazione ma dagli organizzatori con continui rilanci di nomi. Nomi che puntualmente dopo u giorno o al massimo 72 ore venivano rettificati o smentiti. Perché qualcosa improvvisamente impediva all'artista di arrivare allo stadio Montevidoni. Una struttura troppo grande, ma possibile averlo scoperto a due  ora a 24 ore dal concerto che costava coprire l’erb, e difficile da riempire senza la certezza di chi salirà sul palco.

Questo ha creato caos, confusione, dubbi che il presidente della Croce Azzurra, Robin Basso, si trova ora a fronteggiare da solo, nel silenzio di Pro Loco e organizzatori vari coadiuvati dal manager Convertino. Ora la Croce Azzurra parla di artisti che chiedono compensi e che per questo motivo non sono più stati chiamati. Certo dirlo a 24 ore dall’evento, con le persone che hanno comprato un biglietto, per fare beneficenza ma anche vedere gli artisti promessi, lascia attoniti.

Qualcosa non ha funzionato: o si è alzata troppo l’asticella, parlando di protagonisti prima e di averne firmato la presenza, o qualcuno ha fatto il furbo. E allora non resta che una soluzione dopo le parole di Robin Basso per non pensare a un eccesso di ego: dire con chiarezza chi ha chiesto soldi, dimostrarlo e far sì che davvero un concerto nato per essere un evento, e ora diventato una bella iniziativa, non venga offuscato dalla disorganizzazione. Perché in questa fase di post terremoto, in cui tutti hanno provato a dare il proprio contributo in una gara senza confini e limiti alla solidarietà, ci sono stati esempi positivi, come i mattoncini Lego regalati ai partecipanti di una iniziativa fatta con artisti locali rigorosamente saliti sul palco gratis, e discutibili come la smania di protagonismo con foto tra i terremotati di chi di fondo è nato proprio per portare assistenza.

Questo concertone è lo spartiacque, segnato ora dalle parole degli organizzatori che però vanno documentate. Vogliamo sapere chi specula, chiedendo compensi, sul dramma di chi ha perso tutto, altrimenti siamo solo di fronte all’ego non soddisfatto. Mentre a noi, e ai terremotati, piace il piccolo mattoncino Lego di chi ha voglia di costruire con umiltà.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Pali, impronte, curve di tifosi e le due certezze dimenticate

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* E ora come la mettiamo? Le prime indiscrezioni, e sarebbe auspicabile della chiarezza su un atto così importante in questa fase di indagini, sul referto del Ris riguardante il segnale stradale usato nello scontro tra Emmanuel e Amedeo Mancini a Fermo fanno discutere. Perché secondo quanto emerge, non ci sarebbero impronte digitali del nigeriano.

Si alza così il coro dalla tribuna est, quella dei compagni, degli integralisti dell’integrazione, quella di chi ama l’Africa e si affida alla giustizia divina: “Emmanuel non solo è morto, ma è stato addirittura colpito con il segnale, non come fino a oggi raccontato dai testimoni”. Ma dall’altro lato, riparte il coro della tribuna ovest con striscioni dei complottisti che pensano che all’immigrato sia tutto permesso, perché povero e sfortunato. Quelli che vedono in Amedeo Mancini una vittima della deriva giustizialista e assolutoria di un Paese che si sente in parte colpevole per la sua era colonialista e in parte vittima perché porta d’ingresso dell’Africa.

Difficile in questo modo superare una vicenda che sta trasformando Fermo in una specie di caso studio per l’Italia. Che si ricorda di questa cittadina solo quando escono indiscrezioni o carte. Vedi le prime sulle sentenze del Riesame, vedi quelle relative alle testimonianze, tra vere e improvvisate. Possibile, visto che anche il Riesame e il Gip avevano dato come punto fermo l’uso del segnale da parte di Emmanuel, che non ci siano impronte? Possibile che allora sia stato davvero tutto fatto da Amedeo Mancini? Possibile che la scarpa ballerina cinese di Chinyere diventi per i testimoni un tacco nove e contundente?

È tutto possibile, perché Fermo ha dimenticato di porsi l’unica domanda utile: ‘Perché nella nostra città qualcuno può anche solo pensare di urlare da una panchina, seduto sotto il sole, scimmia africana a uno che passeggia e neppure conosce?’. Su questo si doveva discutere in questi mesi, su questo si dovrebbe ragionare, su questo approfondire e magari agire con iniziative educative. E invece no, le curve sono alimentate da indiscrezioni e carte processuali e si lasciano andare ai facili entusiasmi che poi, domani, verranno sedati da un’altra indiscrezione, da una nuova testimonianza, da una intervista sconvolgente. Sempre dimenticando le uniche certezze, tra tante indiscrezioni: insulto e morte.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Il ritorno dell’odio

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“ Sfugge il senso della gestione mediatica della vicenda Mancini. Sfugge perché vive come una fisarmonica di violenza e di pace, di urla e di lunghi silenzi.

E dire che a Fermo, terra di Daniele Di Bonaventura, tra i migliori bandoneonisti italiani, dovrebbero sapere come si suona lo strumento per non steccare. Invece, don Vinicio Albanesi passa dall’andare a dialogare con Amedeo Mancini in carcere, dando l’idea di un riavvicinamento, a una intervista incendiaria su Repubblica. Gli avvocati di Mancini, Piattoni e De Minicis, passano dal contrattacco, versioni alternative tra i testimoni, al ringraziare il don per poi affondarlo con un ‘non sappiamo dove vuole condurre questa rinnovata campagna di odio e di bugie’.

Si ravvivano così le tifoserie. Quelle del ‘fermano razzista’ e quelle del ‘profugo aggressore’. E tutto mentre la Procura non ha ancora chiuso l’indagine e quindi si discute su una verità monca, come se il bandoneon suonasse uno spartito strappato dalle mani di un musicista incapace di improvvisare melodie.

E l’odio si riaccende, dimenticando le uniche certezze: l’insulto e la morte di Emmanuel. Il resto è nel processo che dovrebbe svolgersi nelle aule del tribunale e non tra uno scoop e l’altro. Ma Di Bonaventura suona e non dice messe o apre codici. Peccato, resta il rammarico per gli avvocati, il dolore per la vedova, la sete di giustizia, mista a rabbia per l’attacco subito dalla sua città, per il don. E qualche immancabile e inutile parola sui social.

In un mondo in cui il nemico è sempre dietro l’angolo, e se non c’è lo creiamo, nulla può più essere lasciato al caso. Perché c’è sempre il fenomeno da tastiera o il politico da copertina che è pronto a rovinare anche quanto fatto di buono da chi cerca davvero di fare del bene per gli altri.

L’apoteosi di questa rappresentazione della realtà la stiamo vivendo con il post terremoto. Dove tonnellate di aiuti hanno raggiunto Amatrice e Arquata, dove fiumi di parole sono state scritte, dove migliaia di foto sono state scattate. Dove si organizzano maxi eventi, ma serve chiarezza sui costi a cominciare da chi e come vengono pagati i gruppi, e si regalano incassi delle amichevoli, piccoli ma sinceri.

Paradossalmente, gli unici che avrebbero avuto bisogno di visibilità in un tempo di razzismo crescente, i profughi laboriosi, sono quelli che non l’hanno cercata. E così molti imprenditori che hanno scelto di dare il loro contributo, come tanti cittadini che hanno mandato un sms o aderito a una delle tante, anche troppe, raccolte promosse da associazioni di ogni tipo, senza mandare comunicati o scattare selfie.

Ma poi, c’è chi deve creare il caos, aiutato da chi dovrebbe sapere meglio di altri come funziona il mondo della comunicazione ed evitare foto con i doni che non ha raccolto lui, ma la città che rappresenta, o fare attacchi politici invece di sottolineare la generosità di un concittadino e il sudore di chi, in tuta gialla, ha spostato massi o ha organizzato collette. Webeti? Suona quasi dolce questa parola, ma accontentiamoci.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

I webeti del terremoto

raffondinosorriso

“ In un mondo in cui il nemico è sempre dietro l’angolo, e se non c’è lo creiamo, nulla può più essere lasciato al caso. Perché c’è sempre il fenomeno da tastiera o il politico da copertina che è pronto a rovinare anche quanto fatto di buono da chi cerca davvero di fare del bene per gli altri.

L’apoteosi di questa rappresentazione della realtà la stiamo vivendo con il post terremoto. Dove tonnellate di aiuti hanno raggiunto Amatrice e Arquata, dove fiumi di parole sono state scritte, dove migliaia di foto sono state scattate. Dove si organizzano maxi eventi, ma serve chiarezza sui costi a cominciare da chi e come vengono pagati i gruppi, e si regalano incassi delle amichevoli, piccoli ma sinceri.

Paradossalmente, gli unici che avrebbero avuto bisogno di visibilità in un tempo di razzismo crescente, i profughi laboriosi, sono quelli che non l’hanno cercata. E così molti imprenditori che hanno scelto di dare il loro contributo, come tanti cittadini che hanno mandato un sms o aderito a una delle tante, anche troppe, raccolte promosse da associazioni di ogni tipo, senza mandare comunicati o scattare selfie.

Ma poi, c’è chi deve creare il caos, aiutato da chi dovrebbe sapere meglio di altri come funziona il mondo della comunicazione ed evitare foto con i doni che non ha raccolto lui, ma la città che rappresenta, o fare attacchi politici invece di sottolineare la generosità di un concittadino e il sudore di chi, in tuta gialla, ha spostato massi o ha organizzato collette. Webeti? Suona quasi dolce questa parola, ma accontentiamoci.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Si parla di visibilità e web, si vive con gli stand blindati

raffondinosorriso

Il doppio binario dei calzaturieri. Le griffe, o simili, chiudono all'osservatore, ma chi ha il prodotto forte apre e sceglie il vetro trasparente.

“ Tutti parlano di web, di massima visibilità, poi però blindano gli stand tra i padiglioni del Micam con sistemi di sorveglianza degni del caveau della Banca d’Italia.

Il mondo del calzaturiero deve decidere da che parte stare. I clienti calano, i buyer stanno si e no due giorni, il sistema è cambiato. Ma non cambia invece l’impostazione di chi pensa di avere un prodotto da celare allo sguardo dei curiosi. Eppure, chi vende, apre e dà a tutti il suo prodotto. Meno furbi, più ingenui? No, solo certi di avere la scarpa vincente. Facile dire Premiata, ma poi c’è Giano che fa lo stesso con i suoi marchi o il mondo dei portoghesi, per non parlare di negozi di nicchia e d’alta classe come Pomme D’Or.

L’esclusività la dà l’invalicabile porta di ingresso allo stand o il prodotto da vendere? Si continua a parlare di occhiali con telecamere stile James Bond sequestrati, ma poi i calzaturieri vip aprono le porte alle blogger che fotografano e rilanciano il tacco innovativo a centinaia di migliaia di persone.

E allora? Ci sono calzaturieri arrivati senza speranze che hanno firmato contratti perché passando davanti alla vetrina i buyers hanno visto un modello e sono entrati. Fortuna? Certo, ma anche consapevolezza di avere il pezzo giusto, quello che troppi grandi brand non vogliono mostrare e che finiscono per vendere ai soliti clienti, che tornano, premiando la qualità, ma ordinano sempre meno.  

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Micam: dal pessimismo alla realtà

raffondinosorriso

Credito, defiscalizzazione, crollo di vendite, speranze: quattro giorni per capire che fine farà un settore da 14miliardi di euro.

“ Quattro giorni possono decidere un anno di vita. Almeno per metà delle Marche. Si apre il Micam, la fiera di calzature più importante al mondo. Nei padiglioni della Fiera di Rho cerca di sopravvivere un settore che vale 14 miliardi di euro. Anche se in troppi sembrano dimenticarlo. Nessuna attenzione a livello europeo, vedi il mancato sblocco delle sanzioni alla Russia che non portano vantaggi politici ma enormi svantaggi economici, assenza di politiche mirate, se non fosse nelle Marche il tentativo della Regione con il bando per l’innovazione del settore moda con 6milioni di euro stanziati, povertà di idee e novità da chi solitamente sapeva come conquistare il mondo.

In questo contesto fino a martedì gli imprenditori proveranno a stupire ancora chiudendosi dentro gli stand in cerca di una firma, quella del buyer, dimenticando per un attimo tutto il negativo che li circonda. “Non pessimismo, è la realtà”. Per la prima volta i vertici di Assocalzaturifici da Fermo a Milano non nascondono il quadro congiunturale.

Cambio di comunicazione. Continuare a dire che tutto va bene, che il -10% è bene perché prima era -30  non pagava. Il Governo non aiuta chi sopravvie da solo. E allora, ecco che i numeri vengono messi sul campo: dal 2013 il settore italiano delle scarpe destinava il 10% del prodotto alla Russia, dato che nelle Marche superava il 20%. Oggi la quota è meno della metà. E nessuno, proprio nessuno, è ancora riuscito a trovare una alternativa.

Cambiare mercati costa, ma soprattutto chiede un cambio di mentalità non facile. Ancora più difficile se le banche non fanno le banche. “Neppure ci chiedono i prestiti gli imprenditori” commentavano i vertici di Carifermo durante la presentazione del Micam. E allargando l’analisi ai dati della Banca d’Italia, il dato diventa inquietante: gli impieghi bancari alle imprese sono diminuiti di 13,8 miliardi di euro. Cresce quindi il credit crunch: un quadro acuito, oltre che dagli effetti della crisi economica, dal deciso aumento delle sofferenze bancarie, che mantiene prudenti gli istituti nelle erogazioni.

E non solo: il 30% degli imprenditori dichiara di avere incontrato difficoltà nell'accesso al credito negli ultimi 6 mesi. Le motivazioni più frequenti sono la richiesta di eccessive garanzie (67%), il costo elevato in termini di tassi e condizioni (61%), nonché il fatto che la banca non abbia ritenuto la situazione economica/finanziaria aziendale adeguata (61%). 

Questa è l’Italia, questo è il settore calzaturiero, questo è un pezzo di Paese che rischia di finire pestato da un mocassino portoghese o brasiliano. A meno che, visto che per la prima volta dai padiglioni del Micam uscirà la verità, il Governo non apra gli occhi e porti a compimento almeno la battaglia che sta combattendo l’onorevole Petrini, relatore della legge sulla defiscalizzazione dei campionari. Un piccolo passo, in attesa del salto, la detassazione dei salari per favorire i consumi, ma pur sempre un passo. Da fare con scarpe rigorosamente made i Italy, almeno fino a quando il reshoring non verrà sostituito dal ‘good bye Italia’.  

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E adesso? #nonvilasceremosoli

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“ E adesso? Risuonerà a lungo questa domanda nella testa di tanti.

sedievuotePartiamo da chi c'era ed è sopravvissuto. Se non è la fede a rispondere alla domanda posta durante i funerali di Stato da monsignor D'Ercole è impossibile andare avanti, soprattutto se uno crede. Ma se uno non crede, la risposta la può trovare solamente in chi ha il potere, in chi decide. E adesso, cari Renzi, Mattarella, Boldrini e Grasso, ora che vi siete alzati da quelle seggiole in cui è rimasto il vostro nome per il posto riservato, che farete? Manterrete la promessa, garantirete rapidità ed efficienza? Domande che tornano alla domanda: e adesso?

Se lo sono chiesti tutti in tribuna durante il funerale. E se lo sono chiesti anche gli italiani davanti alla televisione. Perché adesso significa ora, significa giorni, non significa mesi. #nonvilasceremosoli è l’hastag lanciato dal premier, re dei social. Un'altra frase importante che impegna realmente quella prima fila schierata ai funerali. Perché se è vero che Renzi non lascerà soli i terremotati, è vero che la gente e la stampa non lasceranno soli i politici a crogiolarsi dopo le promesse. Chi la faccia l’ha messa in questo momento di dolore, ce la rimetterà se non completerà quanto promesso.

Per il resto, come dice monsignor D'Ercole, adesso serve ritrovare la forza del coraggio e tornare a credere: in Dio, in Mattarella, inteso come Stato, o nelle proprie forze. Ognuno troverà in sé la risposta giusta. In attesa che la prima fila si metta al lavoro.  

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Soli...darietà da terremoto

raffondinosorriso

Una famiglia, siamo una famiglia”. Sembra crederci Mattero Renzi. Ma in ogni famiglia c’è chi si sente solo e chi invece è una mela marcia. E mentre le case franano, la polvere toglie il respiro e i corpi escono esanimi da sotto le macerie, c’è chi prova a giocare una partita personale.

Ci sono gli sciacalli, quelli che poi hanno costretto centinaia di persone a dormire in auto, a pochi passi dalla casa semi crollata, perché temevano di trovarla oltre che rotta perfino svuotata.

Ci sono i figli che si sentono alternativi, quelli che devono dire qualcosa di diverso per far capire alla famiglia che esistono. Sono quelli che mentre migliaia di volontari si muovono, mentre i vigili del fuoco scavano e la protezione civile alza tende, tirano in ballo gli immigrati in un gioco sui livello di solidarietà.

Ci sono quelli che sugli immigrati provano a costruire una comunicazione al contrario, facendogli donare i 2,50 euro al giorno, dando così l’impressione che davvero non gli servono se possono privarsene. Meglio invece, come successo nel Fermano, portarli in mezzo alle macerie a scavare. Contributo vero e fisico.

E infine, ci sono loro, i terremotati, quelli che hanno perso tutto. Quelli che si sentono soli, nonostante attorno a loro ci sia solidarietà. Loro parlano spinti non dalla rabbia, che microfoni e taccuini colgono, ma dal dolore. Il problema è che la differenza la sanno loro e non chi li ascolta. Che poi, così, in pochi attimi si trasforma da parte della famiglia a sciacallo.  

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Banda larga? Cominciamo con due antenne

raffondinosorriso

Ma di che parliamo? Banda larga e connessione ultra veloce sono le parole che ricorrono sempre più spesso nei discorsi dei politici. Parole che riempiono di orgoglio i sindaci, che bramano i servizi per i cittadini. Che fanno entusiasmare gli imprenditori, che ancora, colpevolmente, viaggiano a fax. Che i cittadini, però, una volta ascoltate cancellano con un colpo di realtà.

Banda larga? Ma i politici hanno mai percorso la Valdaso? Hanno provato a viaggiare lungo l’Ete o il Tenna, quando incrociano le prime montagne? Ma sanno che ogni cento metri il segnale del cellulare scompare? In un Paese in cui Telecom-Tim non è più monopolista, esistono concorrenti, ma resta proprietario di molti tralicci, sembra incredibile ma accade.

È così che si accoglie il turista (What a hell....è la frase tipo che pronunicano fuori dalle tende) che arriva dall’estero che ha come primo mezzo di comunicazione le app social che hanno bisogno di internet. Ma se il turista per trovare un segnale deve girare come un rabdomante tra colline e montagne, secondo i politici fermani, e marchigiani, poi torna? E che dire dei residenti di comuni neppure piccoli, 2-3-5mila abitanti che sono obbligati a rinunciare alle offerte delle compagnie telefoniche perché se cambiano operatore non telefonano più?

La Regione ha uno dei primi social media team italiani, almeno stando ai numeri. Bene, presidente Ceriscioli gli dia una nuova funzione. Oltre a organizzare campagne marketing li mandi in giro per le province a testare la connessione, così comprenderanno se nei discorsi autunnali e di inizio 2017 sarà meglio parlare di banda larga o di semplici, invasivi, fondamentali ripetitori. Con buona pace degli ambientalisti che poi quando parlano usano Ipad e smartphone super veloci non certo alimentati dal sole. Sempre se hanno segnale.  

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Sagre, il nome curioso non basterà più

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Cosa chiedere di meglio per passare una serata estiva che un piatto fumante e prelibato mangiato magari fronte mare o sulla terrazza naturale di un paesino gioiello? Magari chiedere che quel che si mangia abbia una qualche attinenza con il territorio. A questo sta lavorando la Regione Marche, a questo chiedono da tempo di lavorare i ristoratori, a questo, temono le Pro Loco (ma l'Unpli si dice d'accordo), si arriverà presto. Un regolamento, che in realtà già c’è, che vada a definire nel dettaglio le sagre.

Sono tante e sono diverse, sono curiose e sono sfiziose. Ma per essere sagre a queste qualità dovrebbero aggiungere caratteristiche locali e culturali. Chi ce le ha? Lo si capirà presto perché la Regione vuole certificare le sagre storiche e di valore per distinguerle dagli altri eventi e valorizzare il ruolo dell'associazionismo. Quello che con il proprio lavoro e impegno lega prodotti a marchio Dop, magari biologici a manifestazioni che valorizzino le realtà paesaggistiche, ambientali, naturalistiche e folkloristiche.

Il che, come accade in ogni angolo del Fermano, non significa portare il liscio e l’organetto o piazzare il banchetto con le brochure del comune o della provincia. Serviranno convegni, momenti di approfondimento, vero coinvolgimento delle Pro Loco e delle associazioni che deve andare oltre allo stare ai fornelli.

La Regione, poi, creerà un calendario regionale. Occasione quindi importante per chi si sente già grande, di certo per età, ma può crescere: maccheroncini di Campofilone (pensiamo a seminari sula pasta, a corsi si cucina, a lezioni di sfoglia), vino cotto a Lapedona, cozze a Pedaso, vongole a Marina Palmense (portare qui Vongolopolis, che a P.S.Giorgio è manifestazione per pochi?). Quattro esempi di sagre vere, per longevità, ma da potenziare in quanto a collegamento con folklore e cultura. Le potenzialità ci sono, da tempo. Chissà che “l’obbligo” regionale non sia la miccia che riaccenda lo sviluppo e freni l’espansione di arrosticini e salsicce grigliati al posto delle triglie.

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Finte unioni, ma soldi (pubblici) spesi veri

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* Siamo nell'epoca in cui il povero D'Artagnan si sarebbe probabilmente comperato un iPod, si sarebbe messo le cuffie e tanti saluti al mondo esterno. Perché il suo “tutti per uno, uno per tutti” mai come oggi viene violentato dalla realtà.

Finte Unioni, come quella della Valdaso, dove finiti i soldi è finito l'amore: si è cominciato rinunciando alla polizia municipale comune, si prosegue in altri settori, con la Ragioneria mai decollata. Per non parlare della totale incapacità di fare promozione unica.

Altro aspetto, targato Fermo, è il roboante progetto promozionale chiamato ‘Fermo medievale e i suoi castelli’. Presentato poco più di un anno fa, si parlava di mettere in rete tutte le rievocazioni storiche per una promozione comune in cerca di quella immagine, di quell'idea di quel turismo che il territorio avrebbe bisogno di agganciare. Tanti soldi investiti dal Gal in questo progetto rimasto un incontro alla Sala dei Ritratti e poco più. Soldi spesi obbligatoriamente, scadevano tempi, e poi non trasformati in realtà.

Unione fallata anche quella che coinvolge la politica sui tavoli dell'associazionismo, attorno a quello della Provincia, svuotata delle sue funzioni ma ancora in teoria esistente, attorno alla scrivania di Marca Fermana, che è viva ma non è viva e che qualcuno vorrebbe affondare senza capire che tra i tanti carrozzoni è l'unico su cui investire perché progetto in cui si legava pubblico e privato, ma soprattutto si parlava di turismo. Che è l'ultima frontiera di rilancio di un territorio ferito, con le aziende in crisi, con la cassa integrazione che cresce con il bisogno assoluto di dire non siamo solo scarpe. Perché purtroppo nessuno sta riuscendo a dare un calcio alla crisi.

Finte unioni quindi, ma adesso vedrete che ci penserà l'Europa con i suoi soldi: qualche altro progetto scenico, come quello messo in piedi con l'Ecomuseo, con pseudo percorsi ciclopedonali, pseudo relazioni storiche, pseudo itinerari gastronomici, promossa non si sa come se non un festival di cucina. E anche qui il fallimento, con un primo comune che è uscito dalla struttura e altri pronti ad andarsene perché insoddisfatti della gestione di oltre €100000 che la Regione ha stanziato per un qualcosa di intangibile che avrebbe dovuto tramite le parole, tramite il web trasformare il territorio fermano in un territorio del mondo. Peccato che andando sul sito gli eventi siano fermi a 2 anni.

Fine unioni, insomma, ma soldi veri spesi. E quasi sempre pubblici, quasi sempre con un ritorno finito nelle mani di pochi, ma purtroppo non sempre buoni.

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Tre arresti e un morto: la piccola provincia è davvero malata

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Tre arresti, un morto, un ecosistema modificato dal suo interno. Questo resta a Fermo dopo sei mesi di bombe, insulti razzisti e indagini. Difficile guardare avanti con serenità. Di certo non lo faranno gli inquirenti. Perché la partita non è finita. C’è un odio che cova all’interno del cuore della piccola provincia manifatturiera. Un odio che il buono e il sistema fatto di integrazione e condivisione della ricchezza, che cala ogni giorno, ha saputo bloccare. Ma come un vulcano, ogni tanto erutta. E in questo caso ha lasciato per terra il corpo di un giovane nigeriano e cinque portoni di chiese scheggiati da chiodi e polvere pirica.

Pensare che con la scoperta dei responsabili, presunti fino all’eventuale condanna, cancelli tutto con un colpo di spugna, sarebbe il grande errore. Chi è stato fermato, prima Mancini, poi Paniconi e Bordoni, non sono considerati così colti da avere una idea politica che possa far pensare alle classiche categorie di fascismo e anarchia. Ma sono stati abbastanza determinati da agire, chi con parole e mani, chi con le bombe.

Sono figli di un sistema malato? Chi ha il ‘potere’ deve dare una risposta a questa domanda e deve trovare la soluzione in modo che il nome di Fermo si riabiliti con fatti concreti, progetti culturali e di integrazione, momenti di confronto tra il tifo e la società civile, tra la chiesa e chi la circonda, di ascolto, ben vengano gli incontri nelle scuole, e di analisi del problema, a cominciare dall’impatto economico della povertà e dell’emarginazione sulla vita quotidiana. Questo sarà affrontare tre arresti e un morto in pochi mesi, frutto di violenza e di folli propositi. Magari legati all’ignoranza più che alla consapevolezza del gesto. 

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Solo gli stolti non cambiano idea

Da Emmanuel ad Amedeo passando per don Vinicio: il Fermano prova a ricostruire l'immagine.

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Sarebbe bello se bastasse un colpo di pennello, magari di Trotti o Rubens, protagonisti delle mostre estive, a cambiare il quadro disegnato attorno a Fermo.

Sarebbe bello se bastassero i tamburi della Cavalcata a coprire le parole dette da Amedeo Mancini a Emmanuel. Parole diventate scontro mortale.

Sarebbe bello se il belvedere mostrasse un Fermano compatto e accogliente e non il suo lato oscuro fatto di ‘non sono razzista, ma…’.

Sarebbe bello che nessuno mettesse in discussione l’incipit di una tragedia per cercare di trasformare l’insulto razzista in un normale epiteto da bar.

Sarebbe bello che la ricostruzione giudiziaria fosse fatta in tribunale e non in indiscrezioni da interrogatori confermati e smentiti in base alla testata giornalistica che scrive.

Sarebbe bello che non si trasformasse quello che da 50 anni è simbolo di diritti, di valori, di battaglie sociali, ovvero don Vinicio, in un uomo nero da estirpare.

Sarebbe bello che don Vinicio, dopo avere svegliato la città con le sue dure parole, passasse alla preghiera, che ha nel suo Dna il perdono ma anche la giustizia togliendo così a chi critica la leggenda del ‘don contro il vescovo’.

Sarebbe bello che il Fermano per cambiare il quadro che ha aiutato a disegnare non prendesse una tela nuova, ma con pazienza disegnasse fiori e oggetti colorati. Simbolo di tolleranza, simbolo di diversità, simbolo di Capodarco, quella comunità che qualcuno attaccando don Vinicio vuole coprire con una pennellata di nero.

Sarebbe bello, ma non sarà. Perché il Fermano nel giorno di lutto ha scelto la musica al silenzio, ha scelto la polemica politica alla riflessione sociologica, ha scelto la denigrazione, come si faceva con don Puglisi, all’analisi dei fatti, ha scelto la giustizia di piazza a quella del tribunale. Ma siccome solo gli stolti non cambiano idea…c’è speranza.

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Bianco e nero, Dio e Stato, condanna e perdono

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“I disperati non sono loro, ma noi”. “Dio è in chi è in difficoltà, anche nel migrante che tutti vogliono cacciare”. “Non si chiama una persona con il nome di bestia”. Tre frasi, tre figure diverse della stessa Chiesa: l’arcivescovo Luigi Conti, Papa Francesco e don Vinicio Albanesi.

Parole che risuonano dopo il funerale di Emmanuel. Una cerimonia lunga in cui chi doveva esserci c’era. C’era tutta la curia di Fermo, ferita da mesi di bombe. C’era la politica, quella che non può che condannare un episodio partito da un insulto razzista e che deve fare il mea culpa per il proprio linguaggio. C’era, meno di quanto attesa, Fermo.

È divisa la città. “E divisi si muore” ha ricordato Conti. Divisa da quanto accaduto perché la battaglia per la giustizia è stata annebbiata dall’odio reciproco. Quello di chi si definisce antifascista e vede in Mancini il male assoluto. Quello di chi si definisce italiano ed è stanco di ospitare immigrati.

Il funerale monsignor Conti lo immaginava diverso, lo voleva sereno, pieno di dolore, ma carico di speranza. Don Vinicio invece lo ha voluto carico di contenuti, di parole, di urla e applausi. In mezzo c’è Chinyere, vedova inconsolabile. In mezzo resta Amedeo Mancini, l’innominato durante il funerale. Non una parola di perdono, tranne un veloce “è vittima anche lui”, quasi che Gesù, più volte nominato, dalla croce non avesse chiesto perdono per chi lo circondava.

Forse è questo che divide Fermo dalla sua Chiesa che sta guidando una battaglia di civiltà che, visto lo spiegamento di forze, dovrebbe spettare in primis alla politica. Alfano, Boldrini, Boschi, Kyenge sono gli alfieri dell’antirazzismo, del no alla violenza, del controllo del corretto iter giudiziario. La Chiesa invece deve decidere la sua linea: se è quella dell’arcivescovo, che unisce e prova a placare gli animi, o quella di don Vinicio, che non abbassa i toni perché teme che chi dovrebbe non farà il suo dovere.

Poi, per fortuna, ci sono gli altri profughi che durante il funerale hanno dato una lezione a tutti. Ma proprio tutti. Ricordando, dentro una chiesa, che è Dio a decidere della vita di ognuno. E a Dio bisogna affidarsi, per chi ha fede. Alla Giustizia per chi crede nello Stato civile. Alla politica per chi vuole una cultura diversa, che magari eviti ad altri giovani di crescere con principi sbagliati, in luoghi divisori e non di integrazione.

E comunque: no al razzismo, no a chi insulta l’altro per il colore della sua pelle, no a chi vuole sminuire, no a chi ha già fatto il processo. Forse basterebbe dire questo. Tutti.

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La retorica della piccola provincia razzista

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Avviso ai naviganti della rete e ai visitatori per lavoro del Girfalco: Fermo non è un borgo stantio, non è un paesino perso in mezzo al campo di grano, non è un angolo tra sassi e capre e non è neppure il luogo dove la sera si gioca a briscola bevendo grappa e parlando solo di Segreto o del Mein Kampf. Ecco, questa che viene descritta e che state leggendo, anche in molto articoli, non è la vera Fermo.

Le parole hanno un peso, come le immagini che si costruiscono attorno a un luogo. Fermo non è una città razzista e neppure con una destra strutturata. Ha qualche frangia di Casa Pound, ma poco altro. Non ci sono leghisti duri e puri, come dimostra la rappresentante più alta in grado, la consigliera Marzia Malaigia maestra e paladina dell’integrazione. Non ha neppure gli antagonisti, quelli che organizzano manifestazioni armati di molotov e bastoni. Fermo è un capoluogo di provincia, eh sì, ha voluto esserlo e c’è diventata con la forza dei numeri e di un Pil che fino alla frenata Russa cresceva molto più che nel resto d’Italia, con chicche architettoniche che nelle metropoli si sognano, con scrittori e pittori di primo piano, addirittura con filosofi.

Questa è Fermo, non l’angolo dimenticato dove cresce il razzismo. Fermo è una città, come tante altre, che ha cittadini intelligenti e cittadini delinquenti. Ma se c’è una cosa che Fermo sta cercando di superare è proprio il suo essere piccola che l’ha reclusa in un angolo per la miopia di alcuni media, che neppure sanno che mister Tod’s è fermano. Quelli che oggi la tacciano di provincia malata di localismo, quando invece è solo uno dei tanti luoghi splendidi che vengono alla ribalta solo per il negativo e non per quel ‘saper fare’ che mezzo mondo le invidia. Perché è questo che serve per far vendere un giornale o per attaccare un cittadino al televisore. Serve il sangue, non la Cavalcata dell’Assunta che rappresenta l’Italia di fronte al mondo della cultura a Milano o l’adorazione dei pastori del Rubens, dipinto a Fermo perché a Fermo Rubens aveva trovato tutto. Nel bene e nel male.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


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