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L'intervento

Cibo e cinema in Giappone, dove lo chef diventa maestro

toku

Il cibo in Giappone è un fatto culturale. Non è soltanto la soddisfazione di un bisogno. E’ qualcosa che va ben oltre. Ha a che fare con i cinque sensi, con l’anima oltre che con il corpo. E con l’arte. Non a caso gli chef giapponesi sono chiamati maestri. Perché creano quando cucinano, compongono quando usano le mani. Nulla viene lasciato al caso.  Tutto questo diventa tangibile sullo schermo, guardando i film provenienti dal Sol Levante.

Il cinema nipponico, o parte di esso, è arte allo stato puro, qualsiasi argomento tratti. Figurarsi quando il tema principe è quello del cibo. Anche se a volte solo usato per la ricerca del senso, del tutto. La cura manieristica e precisa raddoppia. Non è solo un fatto di luci, di scelta delle inquadrature, della delicatezza innaturale e composta degli attori. E’, in questo caso, anche una questione di stile. Tipico della cultura nipponica. 

Due film di recente uscita in Italia provenienti dal Sol Levante ed aventi la stessa attrice come protagonista, Kirin Kiki, contengono tale caratteristica: Le ricette della Signora Toku (Naomi Kawase) e Little Sister (Hirokazu Kore – Eda). In entrambi i film la visione della vita passa attraverso il gusto, il lavoro manuale e la capacità di aspettare che la cucina giapponese porta con sé.

Nel primo film, lo spazio di pochi metri e pochi giorni bastano a regalare ai tre personaggi, non proprio fortunati, la prospettiva di qualcosa che nella vita viene loro negata. Nel secondo, invece, è in un liquore di prugne fatto in casa che finisce per condensare quasi simbolicamente il senso del film, storia di sorelle che si ritrovano e si scoprono.

Cibo e tradizioni colunarie si legano a storie di amore (di ogni genere e grado) con la leggerezza caratteristica della spiritualità intrinseca della cultura giapponese. Tutto questo è in Rinco’s Restaurant (Mai Tomigata, 2010), Kamome Diner (Naoko Ogigami, 2005) e nel più conosciuto Kitchen (Yoshimitzu Sozuki, 1898), tratto dal romanzo di Banana Yoshimoto.

Giusto qualche titolo, per chi, oltre che la vista, vuole deliziare anche il palato.

* Petra Feliziani

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