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Editoriali

Il mercato (elettorale) del pesce

rafsitorossa

Magari si credevano come i broker di una volta, quelli che alzavano le mani e urlavano, con strategia, dal centro della piazza della Borsa per avere il prodotto migliore. Ma l’impressione, oggi, è di stare al mercato del pesce, uno di quelli in cui le cassette sono ancora di legno, neppure di polistirolo. Solo che dentro non ci sono branzini o scampi, ma persone. Di livello diverso, come si conviene al pescato, che non piace mai a tutti nello stesso modo.

La definizione delle liste per le elezioni del 4 marzo ha toccato uno dei livelli più bassi da almeno tre lustri. Ai cittadini è stata venduta per mesi la possibilità di determinare il proprio rappresentante e oggi si ritrovano con candidati scelti dall’alto, senza una logica se non quella di fare contento il leader. Che si chiami Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Pietro Grasso o Luigi Di Maio. Poco cambia quando si arriva al dunque, l’obiettivo è solo uno: vincere. E che per farlo si rinunci alla voce del territorio è un altro discorso.

Non si guarda più in faccia a nessuno, neppure a chi fino a pochi giorni prima si era lasciato in mano lo scettro del comando, vedi Remigio Ceroni che da coordinatore regionale e senatore di Forza Italia si ritrova in poche ore semplice sindaco di Rapagnano, visto che ha anche rassegnato le dimissioni insieme alla sua vice Cacciolari. La sua colpa? Troppo Berlusconi e poco Tajani, o forse poco Baldelli e di certo Marcozzi. Di certo in queste scelte si è consumata la battaglia per il futuro della Regione con il sindaco di Ascoli Guido Castelli che dà le carte azzurre, lasciando in silenzio il suo alter ego Piero Celani, e con quello di Pesaro Matteo Ricci che ha minato le basi del governatore Ceriscioli, che replica stizzito aprendo una pericolosa frattura in tempo di ricostruzione.

Le colpe di tutto ciò hanno un solo nome: legge elettorale. Brutta, complicata e soprattutto lontanissima dal ridare voce ai cittadini. I listini li preparano i partiti, il collegio uninominale è deciso dal partito e l’elettore non può scegliere un nome, ma solo la forza che lo sostiene per un ipotetico peso proporzionale utile per i resti, che poi sarebbero gli scartati dal voto.

Le Marche vorrebbero sentirsi forti, ma si dimostrano quello che sono: una regione al plurale con troppe voci al proprio intento. Il Fermano potrebbe esultare per la parte di centrosinistra, almeno un senatore è certo, ma poi si ritrova senza candidato 5 Stelle, almeno non militante, e non si sa ancora se con un possibile onorevole di centrodestra locale o maceratese. Insomma, alla chiusura del mercato del pesce il bancone di Harrods con ostriche e orate extra lusso è molto lontano ma di urla e imprecazioni il territorio è molto ricco.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

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