Editoriali

Scarpe insanguinate

raffondinosorriso

* Si può morire dopo aver toccato un pezzo di cielo con un dito? Si può arrivare a togliersi la vita, a smettere di lottare dopo essere stati un punto di riferimento non solo per la propria famiglia ma per una città? si può passare dalla ricchezza alla difficoltà senza riuscire a controllare il passaggio? Si può restare impigliati nelle maglie della crisi, incapaci di reagire quando invece tutti ti credevano un grande imprenditore?

Domande che devono essere passate nella mente degli imprenditori che hanno deciso di dire basta con questo mondo che tanto gli aveva dato e che in poco tempo gli ha tolto tutto, trasformando le mura solide delle ville costruite con il lavoro in improvvisi luoghi di dolore, di sofferenza.

Perché quelle mura sono sembrate grandi, pesanti, invalicabili e opprimenti. Perché quelle mura, che fossero di casa o dell’azienda, erano la fotografia di quello che era stato, di quanto raggiunto e costruito e ora, pian piano, picconato dal basso.

Gli imprenditori sono considerati uomini felici, perché ricchi, spesso con macchinoni e ville, ma son pur sempre uomini. E come ogni uomo, deboli. Addirittura, rispetto a chi li guarda dal basso, gli imprenditori di successo sono soli e soli affrontano le difficoltà. Perché chiedere è difficile, figuriamoci quando hai l’acqua che ti sta raggiungendo la bocca.

E la solitudine ti uccide o ti fa uccidere. È qui che lo Stato è colpevole, è qui che le associazioni di categoria sono assenti: non comprendono il momento, non sanno leggere la difficoltà, non offrono il supporto necessario. Perché quell’uomo che fino a due anni fa finanziava tutto e tutti, quello a cui si aprivano castelletti e fidi, quello che era considerato un riferimento, non può diventare in pochi attimi l’incapace che non sa leggere il futuro.

E se anche fosse, il sistema non può annientare tutto in un amen. Le colpe non possono ricadere solo sul singolo, non funziona così lo Stato, non funziona così una associazione, non dovrebbe funzionare così la vita sociale. Forse, quando si parla della non importanza della crisi russa, del peso delle sanzioni, che tolgono fiducia se non commesse, della difficoltà di diversificare mercati per chi è nato dentro un Paese, bisogna ripartire dalla cronaca: fredda, impietosa, ma vera.

L’imprenditore è un uomo. Anche se ricco, anche se ben vestito, anche se sorridente. E come ogni uomo è debole. Forse di più. Perché il suo fallimento è il fallimento di altre persone, altre famiglie, altre vite. Pesa tutto ciò. Ma a chi lo dice l’imprenditore? Al commercialista? Al suo avvocato? Alla moglie che invece vuole far vivere serena? No, lo dice a se stesso, allo specchio. Poi, se dall’altra parte trova un ghigno o un abbraccio, purtroppo, lo si scopre solo di fronte alla tragedia.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali