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Errani e Ceriscioli, portereste gli amici in vacanza sui Sibillini?

Raffaele auricolari

Il 24 agosto cascò la prima pietra, il primo coppo da quel tetto. Sono passati dieci mesi e quella pietra e quel coppo sono sempre lì, in compagnia di tanti altri che si sono uniti dopo il 30 ottobre. Questa è la fotografia del post terremoto sui Sibillini. Questo che si cammini per Montegallo, Pescara del Tronto, Montefortino o Pieve Torina. Ma passeggiate anche per Comunanza, crocevia per chi saliva verso l'alto e che oggi ha i bar quasi sempre vuoti.

Se uno la guarda dal punto di vista sentimentale, si fermerebbe in un angolo a piangere guardando le montagne in cui è cresciuto, in cui passava le vacanze, ferite. Se uno la guarda dal punto di vista politico vede solo il fallimento di un sistema che ha scelto nell’immediato di spostare tutti i cittadini e poi, a quel punto, dimenticarsi della montagna.

Perché è bello il mare. L’aria è buona, il rumore è poco, il cielo è spesso sereno. Ma la montagna è diversa. È l’anima delle persone che sono state strappate via in quelle notti tremanti. Un’anima che forse i politici non riescono a comprendere.

montegallo pietreMa basterebbe poco. Caricate in auto una famiglia che oggi sta sulla costa e passeggiate con loro. Lo faccia Vasco Errani, scomparso dal territorio, lo faccia il presidente della regione Luca Ceriscioli, che è vicecommissario ma soprattutto marchigiano. E quindi, anche se viene dalla ridente Pesaro, sa cosa significhi essere nato in montagna, essere abituato a tornarci per un mese d’estate.

Quella pietra caduta e mai raccolta è la fotografia di una finta ripresa, che si vuole raccontare attraverso la promozione turistica e i concerti. Ho fatto una semplice domanda ai miei amici sparsi per l’Italia con figli: voi verreste in vacanza sui Sibillini a sentir cantare la Mannoia o De Gregori? Voi verreste a mangiarvi un gelato ad Amandola sapendo che a cinque chilometri ci sono montagne di macerie tra montagne meravigliose? Errani e Ceriscioli ponete questa domanda anche voi alle persone che incontrate in Italia e scoprirete che la risposta è la stessa: no. E ponetevela anche voi stessi e come tutti gli altri rispondereste.

Il motivo? Quella pietra, ferma come se il 24 agosto i Sibillini si fossero fermati e non mossi, spaventa e dà un senso di abbandono. Questa è la vostra, condivisa con il sistema, responsabilità: aver sepolto quella terra di burocrazia, dopo che la natura l’aveva già fatto con terra e massi.

Fatevela una passeggiata con i giovani di Montegallo, fatela con chi vorrebbe mangiare un primo al Tiglio ad Altino di Montemonaco e non sul mare, fatevela con la vecchietta che ama passare le ore piegata a raccogliere erbe di montagna e non fare la maglia su una sdraia. Fatevela, poi fermatevi in un angolo e potrete dire una cosa sola: bello il mare, ma la montagna… e forse quelle macerie inizierete davvero a toglierle e la favola delle casette in arrivo sarà più credibile.

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Quando la città dice no

Raffaele auricolari

Tre comuni, tre elezioni diverse, un unico comune denominatore: chi ha perso ha avuto un chiaro messaggio dalla propria città. “Non vi vogliamo, non ci rappresentate più”. Questo, più ancora che la vittoria di Nicola Loira, Alessio Terrenzi e Vincenzo Berdini, deve far riflettere. Perché i principali sconfitti non erano candidati improvvisati, ma ex sindaci.

Ha perso sonoramente Giovanni Martinelli. Il candidato più colto della tenzone elettorale è stato spazzato via assieme alla sua sottile ironia che ne faceva l’Amato del calzaturiero. Con lui è naufragata Forza Italia, o quel che ne resta, arrivata a Sant’Elpidio come a Porto San Giorgio divisa e senza un vero leader. Quando ci sarà la resa dei conti tra Remigio Ceroni e Jessica Marcozzi sarà sempre troppo tardi per gli azzurri.

È stato letteralmente travolto dalla marea rosa, tra il rosso di Bisonni e il bianco di Catalini, l’ex sindaco Andrea Agostini. La città è stata chiara, preferisce un altro modo di amministrare. Preferisce i toni pacati di Loira, preferisce le discussioni agli esposti, preferisce le piazze dove passano le auto ai progetti chiari ma definiti dall’alto.

Ma è stata politicamente cancellata anche una delle donne più in vista del Fermano e della regione. Perché Barbara Toce a Pedaso non era solo il sindaco, era il simbolo di come anche i piccoli comuni possono stare al tavolo dei grandi se sono ben guidati. Ma è qui che la Toce ha mancato il canestro, non riuscendo a far capire ai suoi concittadini che a Strasburgo lei parlava anche di Pedaso e non solo di problemi mondiali.

Gli elettori hanno bocciato gli uomini, e donne, soli al comando, premiando chi si presenta come un capitano più che un maratoneta. Terrenzi ha vinto con il sorriso, Loira con la sua pacatezza, Berdini con la capacità di coniugare esperienza a tanta dinamica gioventù

Gli sconfitti ora che faranno? Forse opposizione, forse un po’ di caciara, ma tolta la Toce, che ora deve decidere se essere o meno una esponente del Pd, uscito trionfatore da questa tornata, di cui non ha mai preso la tessera, nessuno avrà un’altra chance. La città ha deciso. Meglio un verace Del Vecchio a un indeciso Morese, il giovane esponente della destra sangiorgese che ha pagato la sua fedeltà al leader Agostini. Insegnamento per il futuro, sempre che per gli sconfitti, leghisti sangiorgesi inclusi, ce ne sia uno.

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Candidati, eccovi tre parole che un Sindaco deve conoscere e applicare

Raffaele auricolari

Cari candidati sindaci, tra tante promesse ci sono tre parole che dovete portare con voi dentro il comune, una volta eletti. Sono inserimento, integrazione e inclusione. Le prendo in prestito dalla convenzione Onu sui diritti della disabilità. Ma vedrete che non riguardano solo una piccola fetta della comunità. Tre parole che l’associazione ZeroGradini sta portando a conoscenza degli amministratori, trovando ogni tanto qualcuno sensibile, come accaduto fino a oggi a Porto San Giorgio o come sta accadendo a Fermo.

Inserimento significa non la creazione di ‘luoghi speciali’ per le persone con disabilità. Una concezione superata che aumenta la divisione e acuisce le differenze. Che poi, se vogliamo, è lo stesso per quando si parla di giovani e anziani. Servono città a “misura di”, non con “zone per”.

Integrazione significa non costringere qualcuno ad adattarsi, a creare le condizioni per far sì che tutti si sentano uguali. Adattarsi significa dover accettare le barriere architettoniche, come se facessero parte del vivere comune. Adattarsi significa ragionare con la propria testa senza tenere presente quella altrui. Significa creare ghetti per immigrati e non progetti di vera collaborazione.

Inclusione è la parola più complessa e meno compresa. È quella di cui parlano sempre i 5 Stelle, perché fa rima con partecipazione. Significa progettare partendo da una visione di ampio respiro, non limitata nel tempo. Significa fare marciapiedi senza scalini, significa evitare lottizzazione con mega palazzi o con pochi servizi, come è stata la Pedaso sulla Valdaso.

Tre parole sindaci, che potete riempire di contenuti partendo dai consigli di chi la città la guarda dal basso, muovendosi spesso sulle ruote di una carrozzina o dall’esclusione sociale. Vedrete che vi bastano per una buona amministrazione e che, se le fate studiare a uffici capaci, anche le nuove grandi opere verranno meglio.

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Din don. Fermano svegliati: ti stanno cancellando

Raffaele auricolari

Din don, din don. Suona la campana, ma a quanto pare nel Fermano non significa ‘sveglia’. Forse servirebbe un bel colpo di tromba, di quelli da bersagliere per far aprire gli occhi a un territorio che dopo le scosse si è ancora di più addormentato.

L’ultimo clamoroso schiaffo a questa terra laboriosa arriva dal Parlamento dove un emendamento alla proposta di legge elettorale rischia di cancellare il Fermano dagli scranni più ambiti. Emanuele Fiano, deputato Pd, ha presentato una modifica illogica e frutto di due sole motivazioni: non conoscenza o strategia mirata. La prima, grave, dovrebbe portare a una sollevazione dei compagni dipartito di Fiano, ovvero gli esponenti del Pd. La seconda, invece, significherebbe che ci sono zone della Regione che devono portare i propri uomini a Roma a discapito di quelli fermani.

Il senatore Ceroni ha già alzato la voce (LEGGI), ma da solo non basta. Lo faranno anche Petrini e Verducci? Lo farà Agostini, o già pregusta la sfida di uno dei suoi con Castelli e si accontenta? Lo farà San Benedetto, che ha molte chance per Roma ma che così si trova a sfidare i piccoli colossi fermani?

La divisione delle Marche per orizzontale è una vergogna, ma anche la riprova che questa regione conta poco. Eppure, Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, è in segreteria nazionale. Speriamo che alzi il telefono e spieghi a Fiano la geografia. Altrimenti, cari fermani, preparatevi a tempi duri. Altro che camera di commercio unica e provincia depauperizzata. Iniziate a dire addio alla ripresa della terza corsia, allo sviluppo delle infrastrutture viarie, ai fondi per i distretti, all’avere voce dove si decide tutto.

Din don, la campana suona. Ma da mercoledì 7, con la legge in aula, potrebbe suonare a morto.

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Quando il ruolo cambia il comportamento

Raffaele auricolari

* “Ma ti pare possibile che io debba rischiare di non prendere lo stipendio? Ho pure un bimbo piccolo. Ma i soldi pare che non ci siano, tutta colpa della Regione”. A parlare è un dipendente della Provincia di Pesaro. Situazione complicata quella al nord delle Marche, mancano una ventina di milioni di euro. Ma se ci si posta a Fermo, la situazione non è più rosea. La differenza è nel numero, sono meno di otto milioni quelli che l’ente guidato da Moira Canigola attende di vedersi rimborsati. Da chi? Sempre dalla Regione.

Il paradosso della situazione è che i cordoni della borsa non li ha uno qualunque, ma Fabrizio Cesetti. L’unico presidente eletto della Provincia di Fermo è oggi assessore al Bilancio regionale. Quando è stato scelto, nelle sedi dell’ente di secondo livello si sono stappate bottiglie. Perché Cesetti era il più strenuo difensore delle Province e soprattutto uno dei più battaglieri conoscitori di cavilli legali utili per far arrivare le risorse in periferia.

Ma il ruolo cambia il comportamento. E così, l’uomo pronto a incatenarsi davanti alla Regione oggi è il primo artefice delle politiche anti rimborso per soldi che le Province devono avere, visto che svolgono funzioni che dovrebbe fare la Regione. Se a Pesaro si rischiano gli stipendi, a Fermo si rischia la ripresa dell’anno scolastico ma soprattutto la pubblica incolumità con strade provinciali ormai ridotte a un colabrodo a causa dell’assenza di fondi.

Una situazione indegna di un paese civile, frutto di una pessima riforma che porta il nome del potente ministro Del Rio e che oggi nessuno ha il coraggio di affrontare. Si è scelta la strada dell’accentramento senza avere una programmazione. Peggio non si poteva fare. Ci si allontana dai territori e non si ridà con i servizi. A questo punto, pensando alla campagna elettorale di Cesetti e al suo “per un Fermano che finalmente conti in Regione”, non ci si deve neppure stupire che nessuno abbia difeso la Camera di Commercio di Fermo, da fondersi con Macerata e Ascoli. Il consigliere fermano Francesco Giacinti è rimasto coerente, è da sempre un fautore di unioni e fusioni, mentre Cesetti, purtroppo, si è adeguato al ruolo.

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Le politiche dimenticate dall'amministratore

Raffaele auricolari

* Giacomo Fileni è un candidato sindaco. Il suo obiettivo è vincere le elezioni a Porto San Giorgio. E questo vale per tutti i candidati di ogni città. Ma a lui non basta. Con una lettera aperta ai giornali prova a cambiare i contenuti della discussione. Ha ragione su un punto il pentastellato. Si parla poco di cultura. Si parla poco di servizi sociali e poco di politiche giovanili, se non fosse che i giovani rientrano sempre nelle risposte sul lavoro. Temi solo ipoteticamente secondari, perché poi sono quelli che costruiscono l’humus su cui fiorisce una comunità.

Non si possono omettere dalla discussione l’urbanistica, i lavori pubblici e le scelte di Bilancio, perché nel tempo vanno a segnare un territorio, ma troppo facile discutere di progetti a lungo termine, quando invece ci sono le scelte immediate che cambiano il futuro.

Caratterizzare una città per degli eventi, farlo con spazi culturali definiti può significare rilancio turistico e quindi vita e lavoro. Fileni ha sollevato il tema per Porto San Giorgio, ma la problematica è comune, anche in amministrazioni affermate. Se non fosse per Porto Sant’Elpidio, e la verve del vicesindaco di Fermo Trasatti, di sport e turismo si parlerebbe pochissimo.

Però poi tutti albergatori, ristoratori e marketing advisor sui social. Da cui qualcosa di nuovo potrà pure uscire, ma se un imprenditore prima di dare il via a una attività prepara un business plan, all’amministratore si chiedono linee guida chiare e possibilmente non chilometriche. Il che non significa ‘arriviamo e impariamo’ perché la città deve stare in mani sicure, pronte ad apprendere, ma già capaci.

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La politica del riappropriarsi degli spazi

raffondinocolori

* Grandi eventi a grandi costi? Ma mica è vero che è questo che vuole la gente. Basta poco, molto meno di quanto possa pensare un sindaco per riuscire a coinvolgere la popolazione. Basta mettere a disposizione dei cittadini spazi normalmente interdetti o ingolfati.

Lo ha dimostrato ancora una volta Fermo con il suo Ecoday. Che in fin dei conti non sarebbe nulla più che un mercatino con un paio di isole ecologiche e tante, tantissime e finalmente vicine, associazioni di volontariato. Ma quel mercatino si è fatto nel viale più trafficato della città, nell’arteria che pedonale piace a tutti, ma solo per un giorno. Ma che dimostra di come una mobilità dolce sia possibile, anche a Fermo.

Fiumi di persone a Porto San Giorgio, dove il lungomare chiuso per far giocare giovani pallavolisti si è mostrato nella sua insicura bellezza. Resta il nodo biciclette, costrette a pericolosi slalom tra passeggini e pedoni distratti, ma vederlo senza auto ne ha reso imprescindibile la destinazione futura. A costo di metterci 5 minuti in più a percorrere le vie parallele.

Ma vale anche per i piccoli comuni, quelli che si ritrovano nelle piazze liberate per una ricorrenza o per uno spettacolo di teatro dialettale. La gente ha bisogno di spazi, ha bisogno di luoghi in cui fermarsi a chiacchierare, in cui poter ammirare quella bellezza che invece si dà per scontata. L’Ecoday è la fotografia: “basta poco, che ce vo’” diceva Giobbe Covatta anni fa. Il suo era un messaggio per il volontariato, per il dare qualcosa a chi ha meno. Quello che si alza dalle città è un messaggio ai sindaci: abbiate coraggio, pedonalizzate, investite sulle ciclabili, ma non a parole, non a spot, non per un giorno.

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Tra passato e futuro: Sadam, Gigli, Casina e troppi ex

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* Che incroci tra passato, presente e futuro nel Fermano. Quanto è difficile guardare avanti sentendo il peso del passato. Servono spalle forti. Come quelle di Enrico Bracalente che non ha temuto di dover rilevare uno storico stabilimento che ha segnato lo sviluppo di Fermo. Quella di NeroGiardini rientra nelle operazioni che vanno bene a tutti, dove il passato viene cancellato con una firma sull’assegno perché si immagina un futuro migliore.

Poi ci sono le operazioni che invece sono minate alla base proprio dalla storia. La prima è quella del recupero dell’ex cineteatro Gigli a Porto Sant’Elpidio. Ci vuole coraggio per cambiarne la natura. E quello non è mancato al Nazareno Franchellucci, che abbina la sfrontatezza della giovinezza a una convinzione politica. Che non piace a tanti, ma pazienza, per lui il futuro riparte da lì.

La seconda riguarda la vendita della Casina delle Rose. Qui la storia si sta svegliando adesso, quando il futuro è dietro l’angolo, nascosto in una delibera che darà il via alla vendita dell’immobile. Nessuna speculazione, solo il ritorno agli antichi fasti di un luogo speciale. Ma l’idea che a fare business sia il privato e non il pubblico non piace a tanti.

Storia che non riesce a diventare presente è quella di Porto San Giorgio, inchiodata tra i suoi ex, che sono tanti e rappresentano le ferite di una città ingessata, bloccata, chiusa in se stessa e non più attrattiva. Qui, però, il problema di tutti è nelle mani di pochi. Sono i privati che non vogliono dare un futuro alla città, bloccando ogni riqualificazione o progetto. Possibile? Si chiama libertà, un retaggio della storia che ci teniamo stretti, anche quando è difficile d’accettare.

Avanza quindi, su più livelli, il Fermano. Sperando che anche il terremoto diventi storia e il futuro sia fatto di mattoni e non, come sottolineato da molti sindaci, da assunzioni a raffica di personale con l’ufficio ricostruzione che a poco servono senza che le ruspe facciano il loro dovere.

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Il ritorno di Marche Sud

raffondinocolori

* Altro che ‘rotolando verso sud’ come cantavano i Negrita. L’aria picena soffia forte nelle Marche e si espande spinta dal vento del lavoro, della correttezza, dei conti in ordine. Fossimo dentro un film, quanto accaduto ricorderebbe L'urlo di Chen.

Nel giro di pochi giorni due parole sono tornate a riecheggiare con forza: Marche Sud. In una regione al plurale, operazioni di palazzo stavano cercando di trasformare quello che per tutti è sempre stato un modello di funzionalità in un agglomerato privo di anima.

Ma il vento piceno ha ripreso forza. Saranno state le tombe ritrovate nel borgo gioiello di Torre di Palme, che hanno ricordato a territori diversi la matrice comune, ma l’unione del sud della regione è una cosa seria, una realtà che ora non s potrà più fermare.

La nascita di un polo omogeneo che raggruppa tre province è un esempio di buon amministrare, fatto di concreti passi e non di slogan. Vale per Confindustria, è già stato attuato dai bravi artigiani, varrà a breve per le camere di Commercio. Il tutto subito non funziona quando non esistono piani ben strutturati. Come invece hanno saputo fare gli industriali, che si sono tolti il nero da davanti agli occhi e hanno ritrovato una visione di intenti comune.

La Regione al plurale ora sa di poter contare su due teste, ugualmente capaci e, almeno per quanto riguarda quella del sud, pronte a lavorare per il bene di tutti. Ma partendo dai diritti comuni, on certo da quelli acquisiti di chi, dal nord, pensa di partire un metro avanti. Un errore, la formula 1 insegna. Perché poi, prima o dopo, ti beccano e torni al punto di partenza guardando qualcuno correre in serenità. E quel qualcuno passeggia in piazza del Popolo. Di Ascoli o Fermo? Poco importa, il nome, come la volontà e i progetti, è già lo stesso.

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Tutti ciclisti, ma i problemi restano

raffondinocolori

* La morte di Scarponi, il campione della porta accanto, quello che ognuno sogna di poter diventare perché alla fine si era formato salendo e scendendo dalle colline marchigiane, che poi diventano montagne, ha riaperto un grande tema: il rapporto tra ciclisti e automobilisti.

Facile, purtroppo, parlarne dopo una tragedia, più complicato affrontare il tema in maniera lucida. Perché in meno di 24 ore dal Ministro al politico di turno, tutti hanno detto che risolveranno il problema, come se bastasse l’omicidio stradale. Il tema è più complesso. Lo dimostra, ad esempio, quello che è accaduto a Porto san Giorgio che ha un lungomare bello quanto insicuro perché stretto, a doppio senso e con auto parcheggiate. Il Comune installa dei dossi, di quelli morbidi, non di plastica che diventano uno scalino, per far rallentare le auto. E chi protesta? I ciclisti e gli organizzatori delle principali gare.

Difficile garantire la sicurezza comune se ognuno cerca il proprio vantaggio. Difficile garantire la sicurezza al ciclista se sulla statale Adriatica corre con altri 20 piazzandosi in fila per quattro. Difficile, perché poi l’automobilista frettoloso finisce per tentare il sorpasso e accade, è cronaca settimanale, che con lo specchietto tocca l’atleta che finisce a terra, per fortuna riportando solo delle lesioni.

E allora? Da ieri mattina, dopo il terribile schianto che ci ha tolto un modello di sport, tutti sono diventati pro ciclisti, dimenticando gli insulti che hanno speso fino a poche ore prima. Il legislatore, impegnato a inventarsi un sistema per dire che la strada è di tutti, sai che novità, forse potrebbe impegnarsi per una politica attiva di mobilità dolce. Favorendo davvero le piste ciclabili senza perdersi in promesse.

Tra un ponte che crolla e uno da controllare, ora siamo alla fobia da crepa, magari costruirne un paio per unire lungomare diversi creando alternative ai ciclisti sarebbe un inizio. Poi, per quel che riguarda le amate salite su cui sono cresciuti Pantani e Scarponi, oggi in tandem a pedalare tra le nuvole, c’è poco da fare: più senso civico e meno velocità. Per entrambi, certo, ma chi sta dentro un’auto non deve mai dimenticare che l’altro è su due ruote, protetto solo dalla propria pelle. E spesso non basta.

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Candidati, uscite dal vostro social

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E per fortuna che si vota solo in un paio di Comuni. Ma quello che sta accadendo a Porto San Giorgio è una interessante lezione per tutti, anche in futuro. Una campagna elettorale per ora di basso livello, priva di contenuti, ma ricca di post su Facebook. È questa la politica che devono aspettarsi i cittadini, fatta di polemiche, di colpi bassi, di finte lettere di protesta, scritte da campanilisti ottocenteschi, che servono solo a ricordare a noi giornalisti che il nostro lavoro prevede in primis la verifica delle fonti, soprattutto in campagna elettorale, dove ognuno cerca di tirare l’acqua al suo mulino.

Ma quello che i politici per ora non hanno capito è che non si vince di solo social, perché se è vero che le piattaforme social sono in costante crescita, quello che passa al loro interno è solo un messaggio veloce, spesso non legato ai contenuti. Che invece dovrebbero essere la base di partenza per chi vuole guidare una città. Sono le parole, i confronti, le idee e la capacità di rispondere alle domande che dovrebbero differenziare i candidati. Che per ora preferiscono presentazioni monstre, in orari improponibili, ma del resto la loro attenzione per i media è ai minimi livelli, e finte conferenze stampa in cui ti ammorbano di parole tra il vuoto e il banale per evitare domande ulteriori e mettere in mostra la totale assenza di idee. Inconcepibile che a un mese dal voto si debba dire ‘il programma lo stiamo facendo’ ancora di più se vieni da 5 anni di Governo.

Non durerà questo sistema, giugno si avvicina e con lui la voglia della gente di sapere davvero cosa ci sia dietro ai candidati sindaco del terzo e quarto comune della provincia, ma anche di un piccolo luogo come Pedaso, dove al 17 di aprile non c’è ancora un candidato ufficiale, che sia il sindaco uscente, l’ex sindaco o un giovane rampante avvocato. Per ora tutti candidati sui social.

Che se poi, candidati sindaci e consiglieri, i social volete usare, almeno imparate da chi davvero ha capito come servirsene. Vi basta seguire i post del sindaco di Fermo. Semplici, magari a volte banali, ma con spunti, messaggi utili, parole motivazionali. Lo scontro su Facebook non paga, la ragione non la troverete mai, quindi, meglio autopromuoversi e quantomeno lasciare agli altri la fatica di confutare.

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Che mostriamo ai turisti, i puntelli?

raffondinocolori

Turismo, rilancio, ripresa. Quante belle parole. Ma la verità è racchiusa in semplici cartelli con scritto ‘chiuso’. Sono quelli appesi nei principali musei fermani, sono quelli appesi sulle porte delle chiese del capoluogo, di Amandola, dei paesini gioiello come Monsampietro Morico. Sono i cartelli che parlano e dicono molto di più di quel che sembri. Sono i cartelli che il sindaco Paolo Calcinaro appenderebbe volentieri sulla porta dell’Ufficio ricostruzione regionale. Quello da cui non partono gli interventi di recupero dei luoghi che, a parole, la Regione vorrebbe punti di riferimento turistici per rilanciare le Marche.

“Cosa devono venire a vedere i turisti nelle Marche? Le crepe, i puntelli nei musei. Ma scherziamo, ma chi portiamo in giro. Se ancora c’è la fase dell’emergenza almeno si abbia il buon gusto di essere onesti e parlare la stessa lingua”. È un portavoce il sindaco del capoluogo, è quello che ci mette la faccia, perché più grande, perché i piccoli temono che le critiche possano farli passare in quarta, quinta fila in vista degli interventi.

Ma la realtà è questa, i Crivelli, i Rubens e via dicendo per 'vivere' devono andare a Roma, MIlano, Osimo. Se le scuole sono una priorità in prospettiva, ma dei fantomatici nuovi plessi non si conoscono tempistiche, il presente si chiama turismo. I Comuni ci provano, pianificano iniziative, ma se i luoghi più belli sono chiusi, la meraviglia delle colline potrebbe non bastare per spingere il tedesco di turno a Smerillo piuttosto che nella sicura Senigallia.

Basta parole quindi, altrimenti quel cartello chiuso i sindaci lo andranno ad appendere non solo sulla porta dell’Ufficio ricostruzione, ma direttamente in Parlamento dove il terremoto è uscito dai tavoli principali, nonostante qualcuno, vedi il senatore Ceroni, ogni tanto riaccenda la luce su decreti incompleti e parole belle ma povere, quantomeno di soldi.

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Il cerino del primo cittadino

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* Non si tratta di fusioni, di unioni, di aggregazione. Qui siamo al basilare: chi fa i danni paga. E invece, ecco che a dover rimediare ai problemi sono sempre in pochi. Ci sono comuni che sono costretti ad aumentare tasse per un semplice motivo: si trovano alla fine dei fiumi. Ma i fiumi partono dalla montagna. E dalla montagna attraversano valli. E scendendo portano con sé di tutto. A volte sono semplici foglie, altre volte piccoli rami. E poi accade che dal fiume arrivano tronchi e rifiuti di ogni genere. Che in teoria dovrebbero finire in mare, ma la corrente li deposita dolcemente sulla spiaggia. Che fa parte di qualche Comune. E quel comune la deve pulire. E per pulirla paga. E pure tanto.

Giusto? A detta dei sindaci costieri no, ma questo è il sistema. Figuriamoci se Amandola, Grottazzolina o i comuni sul Chienti, pensando alla sfortunata Porto Sant’Elpidio che è addirittura fra due fiumi, decidono di contribuire. Servirebbe una gestione comune del problema, servirebbe una Regione che vigila, e sanziona, e norma. Servirebbe che la Regione prendesse posizione. Ma questo poi la costringerebbe ad assumersi anche le proprie responsabilità. Come quella del rimborso per spese straordinarie atteso da Porto San Giorgio, ma anche da Senigallia e tanti altri, che poi spinge un Comune ad alzare le tasse. Che sono peggio di un cerino, sono un fuoco acceso in mezzo a un bosco secco in cui il sindaco si sente ancora più solo.

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Risolvere, ricostruire, rilanciare. In una parola: FARE

raffondinocolori

* E ora concretizzare. Ci son un sacco di file aperti sui pc di chi conta.

C’è il file ‘area di crisi’ che nata per il Piceno si è allargata a otto comuni del Fermano. Ma non a quelli del calzaturiero che invece ne avrebbero bisogno.

C’è il file terremoto. Con la ricostruzione che non decolla, ma almeno stanno arrivando le piazzole per le stalle. Anche se il Fermano, da questo punto di vista, è solo spettatore. Sarebbe meglio cominciare a portare via le macerie dai paesi in modo da dare una idea di vita che riparte. E invece nel Fermano si litiga tra vicini di casa.

C’è il file calzaturiero, con il caso Zeis come punta di diamante per una realtà che non sa come superare il drammatico passaggio da terra dorata a zona da reinventare per non franare. Si parla tanto, ma ora bisogna stringere. Si aspetta che la lettera del senatore Verducci ai colleghi produca effetti così come la promessa del Mise all’onorevole Ricciatti di aprire un tavolo.

C’è il file turismo. Quello che ancora si trascura e che si usa come una clava una volta per colpire le Marche del nord, ree di fare il proprio interesse promuovendo se stesse, una volta per autoflagellarsi puntando su progetti diversi e ugualmente costosi, su piani turistici mono e non di rete. Una situazione di stallo che sta spingendo sempre più albergatori a incassare il poco ma certo, oddio certo neppure tanto, contributo per ospitare gli sfollati.

E infine c’è il pc. Che è pieno di file, ma sembra spento o forse collegato a 56 k, come mezzo Fermano in attesa che arrivi una connessione degna, che si sviluppi una rete telefonica adeguata a un territorio che sogna in grande, ma che resta fatto di paesini, valli e colline e stazioni del treno che l’alta velocità la attendono come i treni a vapore negli anni ’50.

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Il ciclismo non è solo salite, Fermo lo capirà?

raffondinocolori

* Il ciclismo per le Marche, per il Fermano, per questo piccolo territorio orgoglioso e ferito è una bella metafora. Nel ciclismo si fatica, si suda, si cerca di capire pedalata dopo pedalata se quello che si ha a fianco è un amico, un alleato, o un nemico.

E così, non deve stupire che Fermo abbia risposto alla grande alla tappa della Tirreno Adriatico. E lo ha fatto non riempiendo, come tutti si aspettavano, piazza del Popolo ma i punti più duri, quelli del sudore.

Il muro del Reputolo è la fotografia del capoluogo, luogo di per sé inaccessibile, con quel duomo inerpicato in cima al Girfalco ma una volta raggiunto luogo di soddisfazione. Perché poi, come è accaduto ai giornalisti e agli atleti, si resta a bocca aperta.

Il ciclismo è sudore e fatica, ma è anche passeggiata e punto di osservazione privilegiato, se solo ci fossero delle piste ciclabili degne di questo nome. Ma in questo il Fermano preferisce i muri, simbolo di muscoli e impegno, ma anche di inaccessibilità.

Sarebbe bello che questo successo ripreso dalle telecamere diventasse un momento di riflessione per uno sviluppo intelligente. Tutti ciclisti domenica pomeriggio, poi di nuovo in auto, pronti a rombare e suonare clacson, facendo di quel duomo scalato dai campioni un luogo di conquista anziché di facile accesso.

Sulle Dolomiti chi ha la Gran Risa ha anche costruito un anello per lo sci di fondo. Si chiamano opportunità, possibilità. Non basta guardare le cime rocciose del patrimonio immateriale dell’Unesco, serve di più. E se serve ai ricchi del nord, figuriamoci a chi deve risorgere dalle proprie macerie come un’araba fenice.

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Aggiungi un posto a tavola...ma a quale tavolo?

raffondinocolori

 L’illusione di un momento. Quello durato nel ricevere la convocazione del primo tavolo per lo Sviluppo provinciale. Un tavolo che riuniva tutti i soggetti produttivi e i primi livelli istituzionali. Un tavolo monco, che avrebbe a breve aperto le porte ai politici nazionali, ma che faceva ben sperare. Il Fermano sembrava aver capito: doveva parlare con una voce sola.

Poi, ecco la prima campana che suona in maniera diversa. Il nuovo presidente dei calzaturieri, il settore leader della Regione Marche, lancia gli stati generali. Con chi e come non è chiaro, ma sarebbe un altro momento di confronto. Che si andrà ad aggiungere ad altri stati generali, quelli chiesti prima di tutti dal centro studi Carducci, che al tavolo per lo Sviluppo non è stato inviato. Ma siccome non bastavano tre tavoli, ecco il quarto, che viene convocato da Montegranaro sotto le spoglie di un consiglio comunale aperto. Ma non è che un modo per essere protagonisti non avendo la sedia ai tavoli precedenti.

E siamo a quattro. E in ognuno manca qualcosa. Perché nel primo non c’erano i politici, ma nell’ultimo non c’è stato il dialogo. Un po’ perché la formula scelta è stata quella istituzionale con onorevoli e company chiamati a dire la loro prima di aver ascoltato chi i problemi li vive, i lavoratori. Un po’ perché i lavoratori si sono alzati lasciando il tavolo con un buco, dimostrando ancora una volta che si preferisce battagliare piuttosto patteggiare una soluzione.

Alla fine, resta il Fermano con la sua voce frammentata che si spera colga il senso del buono dalle parole del senatore Verducci: “Uniamoci e facciamo della crisi del calzaturiero una vertenza nazionale”. Perché se si riesce a dare dignità a manovie e tacchifici, insieme hanno più dipendenti della Fiat, il resto verrà da sé. Inclusa la chiusura di tavoli doppi. Perché si può sempre aggiungere un posto a tavola, ma almeno bisogna sapere a quale tavolo. 

LA RISPOSTA DI MELCHIORRI, CONFINDUSTRIA

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Lacune, problemi e omissioni della non ricostruzione

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 Ci sono problemi e lacune evidenti, ma c’è anche la realtà. Due piani che è difficile tenere separati quando si affrontano tragedie come quella del terremoto.

I problemi e le lacune riguardano la ricostruzione mai partita. Perché le Marche non sono di fronte a un rallentamento o stallo, ma sono in blocco. Un po’ come la caldaia quando parte e la fiamma si alza per poi improvvisamente fermarsi. Il problema ulteriore è che non è chiaro chi sappia quale bottone spingere per ripartire. Forse lo sanno i sindaci, che vedono ogni momento davanti a loro i problemi e senza neppure riflettere pensano già a una soluzione. Ci sono voluti sei mesi, ma finalmente lo ha compreso anche il commissario Vasco Errani. E il potere ‘sembra’ tornare a chi tra le macerie non ci vuole stare.

La realtà è però un’altra: qui non siamo in Emilia Romagna, terra di pianura, e neppure a L’Aquila, conca piatta tra i monti. Quando si gira per i paesi devastati si vedono montagne e pendii, si vedono cumuli di macerie e non si vedono zone piatte pronte ad accoglierle. Giustificazione? No, fotografia di una realtà che è stata affrontata con gli stessi criteri del passato sottovalutando la differenza.

Sei mesi dopo, chi decide, chi ha il potere di spingere il bottone che riattiva la caldaia, lo ha capito. Ma ancora non ha spinto il tasto rosso. Perché vince sempre la paura che qualcuno possa approfittare della ricostruzione. Quando invece gli unici che stanno approfittando della situazione sono i critici, quelli che guardano da fuori e sentenziano animando scontri tra disperati.

I sindaci l’hanno capito e stanno smettendo di fare sparate contro il singolo soggetto o partito. Ma soprattutto stanno provando a fare rete. Che sia per il turismo, vedi 17 comuni fermani, o per la ricostruzione, aree in comune per paesi differenti. Quello che però manca è la progettazione unica che parta dalle scuole, insensato immaginarle in ogni paese, e prosegue con le fabbriche, dopo Della Valle nessuno si è fatto avanti nonostante i possibili sgravi. E questo anche perché il Governo ha paura di dare troppo, sgravi o area di crisi, non capendo che non siamo in Emilia e che quindi spostandosi di 30 chilometri tra i Sibillini si perde un’ora e non dieci minuti. E quindi chi può non si sposta, ma se ne va.

Problemi e realtà di una ricostruzione che sta fiaccando la gente ancora più del terremoto, perché le scosse passano, mentre la rinascita non arriva. 

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Scarpe, il Paradiso (non) può attendere

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*  Forse non è chiaro: se non riparte il settore calzaturiero, il Fermano è destinato a un lento declino. Il motivo è semplice. Il core business del territorio è legato alle scarpe. Lo è da un punto di vista di ricavi, ma lo è soprattutto da un punto di vista di posti di lavoro.

E allora, ecco che la scelta del nuovo Micam di affidarsi alla Divina Commedia non può lasciare indifferenti gli osservatori. Dante nella sua opera ripercorre il lento cammino di Virgilio che dall’Inferno, lussurioso e pieno di interessanti incontri, passa per il Purgatorio, che è la cantica più complessa, prima di arrivare al Paradiso. Tre step, lunghi, lui ci ha messo centinaia di pagine, che la presidente deli calzaturieri immagina sviluppati in un paio d’anni.

Insomma, tra tante parole una certezza: il paradiso può attendere. I segnali di ripresa questa volta a Milano ci sono stati. Erano innegabili, perché davanti agli occhi di tutti. C’erano i russi, c’erano i giapponesi, c’erano i grandi americani. Ma non c’erano gli italiani.

Agli incontri si continua a parlare delle stesse cose da anni, come il commercio elettronico. Si dimentica che in America la scarpa è l’oggetto più comprato online. Ma ancora, girando sui siti delle aziende, per chi ce l’ha, ci si trova di fronte a pagine ferme, a vetrine impolverate. L’altro refrain è la ricerca dei nuovi mercati. Dice bene il direttore Cancellara (leggi). L’associazione non trova mercati, aiuta i calzaturieri ad arrivarci. Il business lo costruisce l’azienda, il prodotto.

Fantasia, poca, tra gli stand. E anche la ricerca spasmodica della sneakers sembra in calo. Come sempre, la moda ha le sue regole. Non tutti possono fare tutto e soprattutto c’è un momento per farlo. Premiata l’ha capito e ha vinto, chi sta tentando ora la sfida con lo sportivo elegante si sta facendo male.

“Ma si riprende la scarpa classica” assicura il presidente degli industriali di Fermo Melchiorri. Ma non lo dice per far sognare un distretto che quello sa fare, ma parla con gli ordini. Quelli che ormai sono documentati e documentabili, perché il buyer conta anche il numero di laccetti prima di comprare.

Ecco, questo è l’inferno dei calzaturieri. Un inferno bello, “molte imprese vanno bene”, ma in salita e privo di fantasia. La Pilotti lo ha reso glamour, ma servono enormi risorse per non lasciare il padiglione 1 il solo abbellito, in attesa di illuminarlo con i raggi di sole del Paradiso. Ma serve di più. Serve un urlo, di quelli che non si fermano mai: “Abbassate il costo del lavoro, se no la manifattura, l’artigianato che vive di manodopera è destinata a lasciare l’Italia”. L’urlo deve essere costante, usando tuti i canali, dai grandi quotidiani alle tv, dalle manifestazioni - ma i calzaturieri che non prendono un pulmino insieme per andare in fiera possono ritrovarsi a Roma davanti al Parlamento con mastice e colla in mano? - alle analisi economiche affidate a chi capisce.

Perché è vero che il paradiso può attendere, ma ci sono molte imprese che potrebbero non arrivare neppure al purgatorio.

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Un tavolo, una voce, ma ancora poca convinzione

raffondinocolori

*  È passata sotto tono la nascita del tavolo Competitività e Sviluppo del Fermano. Il motivo è semplice: la gente è stanca delle chiacchiere. Ma questa volta c'è qualcosa di diverso. A muovere sindacati, imprenditori e politici è  il desiderio di parlare con una voce sola. 

Le sfide che il Fermano ha di fronte sono enormi. La ricostruzione è una partita che nessun soggetto può giocare da solo. Se le imprese non si consorziano, il lavoro non arriverà. Sentir parlare di intese tra Cna e Confindustria fa ben sperare.

Uno dei problemi principali, a detta di Roma, è che da questo territorio arrivano troppi e differenti input.

Una voce unica, sognata da tempo dal Centro studi Carducci, che deve esserci anche per la battaglia per il Made in Italy. Porterà lavoro, ribadisce il neo presidente dei calzaturieri Enrico Ciccola. Ma solo se davvero si approverà. Per questo serve il supporto dei sindacati e degli artigiani. Un solo tavolo, un solo stimolo, un solo biglietto per Bruxelles.

La partita del turismo è enorme. La Regione stanzierà milioni di euro. Come usarli? Il tavolo si aprirà per questa discussione a Marcafermana, ma anche ai vertici delle Marche. E poi prenderà una strada, evitando la corsa allo spicciolo di Comuni e pseudo associazioni che vivono di rigetti finanziati e mai realizzati.

E c'è la partita politica, con la certezza che una richiesta di attenzione per una infrastruttura, in primis la Mare-monti e la Pedemontana, se avanzata da chi rappresenta migliaia di imprese e lavoratori avrà più peso.

Eppure, mentre tutti evocano il fare rete, nel giorno della nascita di un vero tavolo, il territorio resta freddo. Speriamo, invece, che sia di stimolo il disinteresse per smentire chi non crede che il Fermano possa davvero lavorare insieme.

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Politica ed economia, quando l'etichetta è sbagliata

raffondinocolori

* Si parla tanto di etichettatura, come forma di garanzia del prodotto, della genuinità. Una etichetta che deve tutelare l’alimentare, ora arriva quella del latte, e una che invece si sogna possa tutelare chi lavora in Italia i prodotti, il famoso made in Italy che l’Europa avversa.

Poi, però, ci sono etichette che vengono attaccate addosso, spesso senza senso, di certo con il solo intento di danneggiare, denigrare o limitare chi si ha di fronte. In questi gironi se ne è fatto ampio uso, con un solo identico risultato: chiacchiere, polemiche e nessun obiettivo raggiunto.

Si è cominciato in politica, con l’etichetta da attaccare sopra i risultati raggiuti dall’amministrazione comunale di Fermo. Milioni per la cultura, merito del civico Calcinaro o del Pd Cesetti, fondi per le scuole, merito del civico Calcinaro o del Pd Errani, e via dicendo.

Si è proseguito, in maniera scomposta, in economia, con la principale associazione italiana, Confindustria, che a Fermo ha dato il meglio di sé. In primis ci fu l’etichetta dell’imprenditore tesserato PD attaccata alle spalle di Paniccià, ex candidato alla presidenza, e poi a quelle di Annarita Pilotti, che ormai non sa più come fare per spiegare ai denigratori che non ha tessere di partito e parla con chi è utile ai calzaturieri. Si è poi proseguito con l’uso dell’etichetta più infingarda, quella della massoneria. Che dice tutto e dice nulla, ma che nell’immaginario comune è sempre legata a sotterfugi e potentati irregolari.

Tutte parole ed etichette che hanno un unico comune denominatore: nessuna è dimostrata e quindi vera. Ma tant’è, se ne parla e parlandone se ne alimenta la veridicità. Un brutto sistema, una brutta settimana, un pessimo modo di iniziare il 2017, anno che, dopo il terribile 2016, dovrebbe avere attaccata una sola etichetta con scritto: gioco di squadra.

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Sos Provincia, il sistema emergenza è stato azzoppato

raffondinocolori

Con le strade che tornano libere, la neve che inizia a sciogliersi, le scosse che si riducono, tornano anche le parole. Quelle del popolo che critica, quelle del politico che si difende, quelle del volontario che le risparmia perché affaticato.

Ha funzionato il sistema? Possibile che ci si ritrovi con due metri di neve prima che arrivino i rinforzi da fuori Regione? Cosa è mancato oppure tutto è andato come doveva? Una cosa è certa, la Protezione Civile sotto l’era Renzi ha subito tagli e riduzione di compiti con tanto di cogestione, Curcio ed Errani, del lavoro nel post terremoto.

A cascata questo ha comportato una serie di mancanze che poi, durante le emergenze, emergono finendo per incrinare l’immagine di chi, invece, dà anima e corpo in ogni intervento. Per cancellare l’era Bertolaso, la prima mossa è stata il taglio dei fondi, poi una riduzione dei compiti, con accentramento a livello ministeriale. A seguire è arrivata la ‘non riforma’ di Graziano Del Rio che voleva eliminare le Province, strozzandole economicamente, con conseguente passaggio di funzioni alle Regioni. Tra queste anche la Protezione Civile.

Ora ci si trova con un sistema che aveva la sua forza nella capillarità dei Comuni coordinati dalla Provincia e che invece finisce nelle mani di chi nulla sa della morfologia, dei problemi e delle potenzialità del territorio. Ecco che una nevicata diventa un problema. Mezzi vetusti, pochi cantonieri nei comuni, volontari che aspettano un segnale e una Regione Marche che nel giro di due anni ha cambiato tre capi della Protezione Civile una volta perso Oreficini.

Chi comanda nell’emergenza? Paradossali le telefonate ricevute dai sindaci da uffici della Regione Marche che chiedevano lumi sulle frazioni, sul dove si trovassero e via dicendo. Paradossale che carovane di aiuti spedite da generose Regioni limitrofe si siano trovate bloccate in mezzo ai boschi perché nessuno in piena notte dava le giuste indicazioni. Paradossale, ma accaduto, perché chi comanda, magari preso e messo alla Protezione Civile dalla Regione perché ereditato da qualche Provincia, non conosce il terreno.

Ora, tutto questo dovrà per forza cambiare. La Provincia deve tornare al suo compito originale, che è il coordinamento degli enti locali. Che così non potranno più dire “ci hanno lasciati soli” e dovranno assumersi le proprie responsabilità. Cominciando dal redigere piani d’emergenza completi e organizzando gruppi di protezione civile interni (ad esempio, Montefalcone era preparato?), che devono essere formati.

Questo significa niente sagre, ma più corsi e prove. Quello che si fa a Fermo, comune capoluogo che pur non avendo voce in capitolo in questi giorni di emergenza è diventato il faro grazie proprio al suo gruppo di Protezione Civile che potrebbe far crescere una Provincia che andrà per forza rinvigorita e arricchita. Il problema è che la Protezione Civile non vive solo durante le emergenze. Ma per tenerla oliata servono risorse e chiarezza. Quanto di più lontano dalla politica.

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