03192019Mar
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Donna, dov'è l'uomo?

RAFserio

Il grande assente nel giorno dell’8 marzo resta l’uomo. Siamo colpevoli, senza scuse, soprattutto quando ci viene data la possibilità di essere parte attiva del processo necessario di parificazione. Eh sì, siamo ancora alla ricerca della parità. Da giornalista mi trovo spesso a discutere di quote rosa, parto dalla questione più semplice. E spesso sono le donne le prime che le criticano, mentre gli uomini ormai, silenti, le accettano. Critica e accettazione, due parole da cambiare in condivisione. Vedete, senza le quote rosa, per stare solo al piccolo fermano, non avremmo giunte comunali con volti femminili. Surreale nel 2019, ma più che mai vero e se le donne non stanno anche nei posti pubblici tutto si complica.

Il problema è che non ovunque ci sono le quote di genere, vedi le commissioni pari opportunità. E qui, cari uomini, viene fuori la nostra totale incapacità, frutto di un disinteresse preoccupante. In tutti i comuni sono le donne a farne parte e sono le donne a fare parte della commissione provinciale e sono le donne a organizzare convegni e approfondimenti e sono le donne a partecipare.

Sveglia uomo, non basta una mimosa. Bisogna credere in un percorso, bisogna lavorare per politiche reali di inclusione, il che significa gestione dei tempi casa –lavoro, il che significa essere i primi a ribellarsi perché una donna guadagna meno del compagno di scrivania a parità di mansione, il che significa tornare a casa e immergersi nelle ‘faccende pericolose’ presentante dall’Anmil che ogni anno aumentano la sofferenza del mondo femminile.

Questa è la situazione, per cui evitate di dire che le quote non servono, che le commissioni pari opportunità sono anacronistiche, almeno fino a quando non ne farete parte, fino a che la parità di genere non inizierà dai luoghi comuni sperando che poi diventi reale nel privato. Partendo proprio da dentro casa, dove la parità è più presente di quel che si pensi, ma fino a che non ci sarà parità, il negativo dominerà sempre e permetterà, almeno per un giorno, di invadere ogni angolo di volti di donne, di voci, di storie, di vita. Speriamo anche di dolcezza e di amore, che il mondo femminile non deve perdere. Ne abbiamo bisogno, più di quanto si creda. 

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


Il capro espiatorio

RAFserio

Di per sé quella del capro espiatorio è una antica abitudine. Hanno cominciato i babilonesi, l’hanno reso famoso i greci, è diventato una prassi nella cultura ebraica. Il problema è l’evoluzione contemporanea, che si potrebbe tradurre nel concetto ‘è sempre colpa di qualcun altro’. Almeno storicamente serviva a rasserenare la comunità la scelta di una vittima sacrificale, oggi accresce solo le polemiche.

Ne abbiamo la prova ogni giorno, anche in provincia. Accade quando si parla di scuole, dove c’è sempre qualcuno che può essere indicato come il vero responsabile di qualcosa. Si rompe un tubo, colpa della provincia; non ci sono le iscrizioni, colpa del sistema; mancano le attrezzature, imprenditori egoisti.

Accade quando si parla di turismo: non si fanno eventi, colpa del sindaco; i turisti vanno via, colpa del Comune, non certo di un barista o un negoziante chiusi o scontrosi; all’estero non ci conoscono, è per la scarsa promozione, poi magari se si creassero siti internet veri, aggiornati e bilingue anche delle attività sarebbe meglio.

Ma accade anche nel quotidiano, quando ci si lamenta della città sporca, ma poi non si è in grado neppure di dividere un pezzo di carne dal piatto di plastica, quando si pontifica sui social la condotta di qualcuno “tanto sto dietro un pc”, quando il guadagno deve superare di gran lunga l’interesse collettivo, ma è più facile far ricadere la colpa sull’amministratore reo di tutelare i bilanci collettivi e non solo degli operatori.

E non parliamo della sicurezza o dell’assenza di lavoro causata da immigrati, profughi e quant’altro che servono troppo spesso a coprire le lacune del nostro sistema, l’ignoranza del cittadino, la pochezza della politica, la facile soluzione a problemi che hanno radici più profonde, dentro la nostra società. Che poi, che significa nostra? Magari la risposta la troverete nel libro del professor Grisostomi che racconta l’apertura di un centro di cardiochirurgia infantile in Zambia. Perché lo ha fatto? Ognuno ha diritto al suo futuro e che ci crediate o no, ognuno farà parte del nostro. Anche se pensiamo che sia il miglior capro espiatorio.

Fermana e Poderosa (sarebbero) modelli da imitare

RAFserio

Non capita spesso, ma lo sport in questo momento può essere un ottimo esempio di come affrontare le situazioni, di come andare oltre le proprie forze, capacità e risorse. Lo sport a tutto tondo, visto che i modelli sono due: Fermana nel calcio e Poderosa nel basket. Per una provincia in grande difficoltò economica, attese da sfide non rinviabili, come la ricostruzione post sisma e l’area di crisi complessa, i due modelli societari di colore gialloblù andrebbero studiati.

Su tutti la Fermana, che con una squadra che vale un quinto della metà delle formazioni che fanno parte del suo girone in serie C riesce a stare in alto. Il merito: tutto del gruppo. Ognuno si fa forza sull’altro, compensando i limiti di piede, parliamo di calcio, con doti fisiche superiori. Scelte oculate in ufficio e nessuna voglia di farsi prendere la mano di fronte ai successi, quello che avrebbero dovuto far tanti imprenditori che hanno comprato capannoni diventati poi il simbolo della loro crisi.

Quello che accade in casa Poderosa invece è diverso. Qui si è scelto di affidarsi a un allenatore esperto, con capacità fuori dal comune, di certo superiori a quelle del territorio. Un po’ come se un imprenditore finalmente inserisse un manager o almeno un ingegnere gestionale dentro il giocattolo di famiglia. A quel punto, sul mercato si sono scelti dei pezzi pregiati, ma un po’ arrugginiti, vuoi per infortuni o per scelte sbagliate. Al coach il compito di farli tornare a brillare, ispirati anche dalle due stelle in squadra. Quelle che non mancano anche nel modo imprenditoriale, solo che fa sempre difficoltà a guardare in casa degli altri per imparare qualcosa.  

Due squadre che non fanno del bel gioco il loro pezzo forte, ma due squadre che vincono. Grazie al lavoro di gruppo, grazie alla rete che nello sport si chiama schema. Un consiglio agli imprenditori e ai politici, per non parlare dei dirigenti scolastici? Più pomeriggi tra stadio Recchioni e PalaSavelli per capire come si possono raggiungere risultati inaspettati se lo si vuole. Basta volerlo, basta fare squadra, basta trasformare la crisi in sviluppo.

Da crisi a sviluppo, in una parola la ricetta per il 2019

RAFserio

Ci siamo, un nuovo anno. E cosa avrà più del vecchio? La speranza, che a fine anno di solito viene sopraffatta dai rimpianti, dalla delusione. Quando inizi, tutto sembra possibile, anche che il singolo capisca che fare parte del gruppo è utile.

Una parola, una sola per il 2019: squadra. Racchiude tante cose questa splendida parola che il mondo dello sport conosce bene. “Formazione organica che prende parte, come insieme unitario, a competizioni collettive” è la definizione della Treccani.

Le competizioni da affrontare sono tante. Una su tutte, inutile negarlo, è quella economica. Il primo compito sarà trasformare la parola crisi in sviluppo. Mica poco. Ma il passaggio è fondamentale: le parole pesano. Crisi porta con sé un senso di negatività e quindi, non appena si sarà chiuso l’iter con la definizione dei contenuti dell’area di crisi complessa in cui tanto crede il mondo imprenditoriale fermano-maceratese, bisognerà iniziare a parlare di area di sviluppo.

Uno sviluppo, però, che non potrà essere raggiunto dal singolo. A meno che non ci si chiami Diego Della Valle. Il punto è che mister Tod’s, orgoglio del territorio, gioca una partita personale, è come se stesse sul divano e con la sua Playstation abbattesse un record dietro l’altro. Fuori da quel divano, però, serve la squadra capace di far cambiare marcia a una provincia impoverita, ma non povera.

L’unione di intenti fa miracoli. Basta guardare allo sport locale. La Fermana, che costa mediamente un quarto delle altre compagini ai vertici della serie C, compensa le lacune tecniche con l’impegno e la collaborazione. La Poderosa nel basket ha scelto un leader fuori dal campo, coach Pancotto, per mandare un messaggio rivoluzionario: siamo la squadra di tutti, senza confini comunali. Il territorio l’ha capito? Non proprio, ma intanto lo sport semina valori che se l’economia saprà raccogliere il 2019 potrebbe non finire come il 2018.

Certo, all’impegno del privato servirà il sostegno del pubblico. Keynes insegna, non investire a livello centrale frena anche i privati più positivi. La manovra, tra tanti punti oscuri, ha un aspetto che potrebbe significare lavoro, e pure tanto, per le imprese locali: appalti fino a 150mila euro affidati direttamente. C’è chi parla di rischio corruzione, ma a quella penseranno le forze dell’ordine. Quel che è certo è che con la ricostruzione post sisma tutta da fare, sarà l’anno buono?, l’edilizia locale potrebbe respirare. E se torna il cemento, la costruzione dello sviluppo è davvero possibile.

Buon 2019, cercate la vostra squadra. Noi ci saremo, sperando di informarvi al meglio, sperando di crescere, ma anche per questo serve una squadra più forte. Che il team building abbia inizio. 

Il Paese senza prevenzione

RAFserio

Quante parole dai politici dopo la tragedia. Quanti silenzi sprecati. Quante cerimonie bloccate o condotte fra il simbolico e il ridicolo, con inaugurazioni fatte con tanto di microfono ma dopo un minuto di raccoglimento. 
Parlano tutti mentre ci sono sei famiglie che piangono dei corpi fuori da una discoteca. Parlano perché al tempo dei social anche i politici diventano bulimici.
Parlano per non dire nulla. Anche perché per una volta ha ragione Salvini: "Non parliamo di stretta, di nuove leggi, perché basterebbe applicarle".
Mentre si accendono le luci di natale, si pensa ai piani sicurezza, si pensa ai controlli, si pensa ai tornelli obbligati anche per manifestazioni all'aperto e che invece scompaiono di fronte a una piccola discoteca.
Siamo così in Italia, il paese con le coscienze che si risvegliano dopo l'emergenza. È  accaduto dopo Torino, accadrà oggi. Ma stando al locale è accaduto dopo il terremoto quando improvvisamente eravamo tutti ingegneri, tutti a chiedere sicurezza. 
Poi, passa un anno o poco più, e si contestano le nuove scuole. Si contestano i fondi arrivati. Si contestano le scelte, anche gli interventi di messa  in sicurezza. Si contesta lo spostamento dal palazzo in centro purtroppo meraviglioso quanto insicuro. Si contesta in attesa di cosa? Della prossima emergenza, che oggi sembra lontana perché la terra non trema. Non si riesce a imparare in Italia, a prevenire il problema, siamo il Paese del "ma allora" che sa indignarsi e reagire, ma solo dopo l'emergenza. 
E allora, mentre piangiamo sei vite rubate forse dall'avidità, pensiamo alle scelte quotidiane, all'assenza  di visione, alla ricerca del colpevole. Che oggi è il gestore di un locale, domani sarà un sindaco che paga sempre per tutti, o come per il post sisma un presidente di Provincia lasciato senza soldi. Quando invece il vero responsabile è un sistema che sa reagire, ma non è in grado di prevenire e progettare.

Non tutti i luoghi sono uguali

Tra no-Vax, no-Hiv e Croce Verde

RAFserio

* Si confonde troppo spesso la liberà con la deregulation. Si confonde il diritto di opinione con il diritto di divulgare qualunque cosa, incluso il falso. Si confonde, insomma, la partecipazione con la confusione. E allora bisogna fermarsi un attimo e riflettere. Cominciando da un punto fermo: non tutti i luoghi sono uguali.

Nel giro di 48 ore siamo passati dalle scuole di Ascoli Piceno che hanno vietato agli alunni di prendere parte alla rappresentazione dell’opera lirica Così fan tutte perché inneggiante a valori non condivisibili, scelte che neppure il Miniculpop di mussoliniana memoria metteva in atto, al caso del convegno novax-noHiv di Fermo. Regressioni di pensiero che preoccupano.

Nel secondo caso, però, c’è qualcosa di più che deve far riflettere. Perché il convegno in cui si parlerà del libro ‘Fear of the invisible’ scritto da una giornalista britannica, testo che, in sunto, va a negare l’efficacia di cure e medicine in settori chiave, incluso quello dell’HIV, va oltre ogni limite scientifico. Bene, dove si terrà questo incontro? Nella sede della Croce Verde. Un po’ come se dentro il reparto di Oncologia si tenesse un convegno sull’uso della curcuma al posto della chemioterapia, teoria che ahimè emerge anche in convegni altolocati, ma per fortuna non dentro strutture sanitarie.

La pubblica assistenza si è giustificata dicendo che “concedere spazi non è condividere”. Ma siccome vige il buonsenso del “non tutti luoghi sono uguali”, non può un luogo di scienza e di sanità, che quindi sa bene cosa significhi per un malato poter usare i farmaci giusti e dovrebbe sapere anche di come i progressi scientifici hanno reso l’Hiv da malattia mortale a malattia gestibile, e perfino debellabile usando precauzioni, qualcosa che nega tutto quello per cui lavorano. Per cui, attenzione a confondere la libertà di espressione con la libertà di raccontare falsità, o quantomeno cose non provate. Non tutto deve essere promosso, non tutto ospitato, non tutto comunicato, non tutto per forza pubblicato. I ‘no Olocausto’ sono sempre dietro l’angolo, ma non per questo devono finire su un giornale o in una sinagoga perché è giusto ospitare tutti. E questo vale anche per noi giornalisti.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

E' la stampa, bellezza!

RAFserio

* A livello nazionale i giornalisti sono sciacalli e pennivendoli, a livello locale giornalai e schiavi del potere. In fin dei conti, cambia poco.

È l’informazione al tempo dei social e delle dirette facebook, l’informazione al tempo di chi vuole solo comunicare e non vorrebbe invece che qualcuno pensasse di informare. L’informazione in cui se uno parla pensa di vedere pubblicata ogni singola parola. L’informazione che se poi cerca e magari trova altro diventa nemica e falsa perché travisa, non perché verifica.

“È la stampa, bellezza! E tu non puoi farci niente” diceva nel 1952 Humphrey Bogart. Ma era la stampa del piombo, della carta, del peso in ogni parola, della giornata passata a scrivere un articolo. Oggi, tutto corre, tutto è diretto, tutto viene trasformato in qualcosa da leggere, selezionato da un algoritmo sulle nostre pagine Facebook e tutto diventa informazione. O almeno così ci fanno credere, spesso anche gli stessi giornalisti. 

'Non possiamo essere complici, dobbiamo scegliere cosa è informazione e cosa no, dobbiamo tornare a fare il nostro lavoro’. Questa non l’ha detta un attore e neppure un giornalista del New York Times 30 anni fa, ma il direttore di Avvenire. Perché agli sciacalli e ai pennivendoli si può rispondere facendo solo una cosa: i giornalisti e non i megafoni. Anche in provincia.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

2016-2018: il sisma dell'indifferenza

RAFserio

* Due anni sono passati dal secondo violento terremoto che nel 2016 colpì il centro Italia. Quello del 26 ottobre è stato il terremoto delle Marche, considerando che ad agosto era stato il Lazio l’epicentro del sisma.

Due anni sono passati e c’è una sola grande protagonista: l’indifferenza. Che si può declinare in tanti modi. Si parte dall’indifferenza mediatica, con le testate nazionali che hanno completamente dimenticato migliaia di cittadini rimasti senza casa, decine e decine di paesi cancellati dalle mappe o quantomeno resi inabitabili. Un silenzio che ha facilitato l’indifferenza della politica che dopo il bailamme dei primi mesi ha abilmente acceso i fari su altri problemi: una volta l’immigrazione, un’altra Ischia, poi Genova e perché no i vaccini. Tutti argomenti di peso che ‘giustificano’ la mancanza di attenzione a una terra che invece sta lentamente morendo.

E senza attenzione mediatica, arriva l’indifferenza delle persone. A cominciare da quelle che vivono vicino ai paesi colpiti dal sisma che dopo due anni iniziano a guardare con sospetto gli sfollati che vivono negli alberghi. Dimenticando che non è una scelta, ma il frutto del nulla prodotto in termini di ricostruzione. Progetti fermi, progetti pensati e mai avviati, progetti però spesso presentati in pompa magna. Se dopo due anni ci sono ancora macerie dentro la basilica di Norcia, assunta a simbolo della ferita dell’Italia, difficile stupirsi che sia sommersa di case semicrollate Montegallo o che esistano ancora zone rosse nel Fermano.

Indifferenza che non è mai diventata rabbia. Quasi incredibile come il nulla prodotto, tolta l’ottima risposta nell’emergenza iniziale, non abbia avuto conseguenze sociali. Ma questo perché i sindaci di questa terra il loro tempo lo dedicano giorno e notte per aiutare i propri paesi e i residenti di questa parte d’Italia sono tremendamente seri e lavoratori, oltre che attaccati a valori e principi che li rendono rispettosi dell’altro anche quando l’unica risposta sarebbe un camion di macerie scaricato davanti alla porta del Parlamento, prima, e della Regione poi.

Tante le ragioni di questo stallo, in primis il castello burocratico costruito sopra le macerie. Tutto è reso complicato, pericoloso e lento. Lo ha detto bene il rettore della Politecnica Sauro Longhi: “A Genova leggi straordinarie, qui con mezza Italia distrutta leggi ordinarie. Non funziona”. E oggi, dopo due anni, a dirlo è anche la presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati, l’unica che ci ha messo la faccia passeggiando tra i terremotati dell’Umbria: “Alla ricostruzione post sisma occorre che si diano le stesse regole dell'emergenza per un processo di ricostruzione tempestivo”. E chissà che l’indifferenza non venga soppiantata dall’efficienza.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Il 'bla bla' salva politica

RAFserio

* Di primo acchito uno sorride, poi si pone una domanda: perché lo fa Matteo Ricci, sindaco di Pesaro esponente di punta di quel che resta del Pd? Il primo cittadino da qualche mese, ma sarebbe giusto dire anche da qualche anno, ciclicamente rilancia una serie di iniziative quantomeno originali.

La prima era stata ‘vieni a passeggiare con me’. Il sindaco dava appuntamento in un punto della città e lì inizia la camminata insieme ai cittadini che si presentano a dialogare sui problemi, le potenzialità e tutto quello che la gente vuole. Poi l'evoluzione ‘a cena con il sindaco quarantenne’ per parlare dei problemi della famiglia andando oltre l'abitudinario rapporto che c'è tra un amministratore e il cittadino dato dagli sportelli dei servizi oggi fa di più e lancia il ‘bla bla sindaco’.

Interessante il nome, non tanto perché richiama a una nota App con cui uno può prenotare un passaggio, ma essendo il target di riferimento i giovani, visto che li porta all’università, gioca sul fatto che per gli under 30 la politica è un bla bla.

Riflettendo più di 30 secondi, ovvero andando oltre il sorriso iniziale e l'ironia sul sindaco del ‘leggero’ si vedrà che semplicemente Ricci porta nella vita reale quello che la maggior parte dei cittadini cercano sui social, ovvero l'interazione diretta. Ma siccome il social è pericoloso, spesso nasconde, spesso impedisce alla persona di dire davvero quello che pensa, perché un conto è avere uno davanti agli occhi e uno davanti al monitor, Ricci accetta la sfida.

Magari fallirà perché la disaffezione alla politica è totale, ma riflettendo sui problemi che anche questo piccolo territorio ha, magari altri sindaci potrebbero imitare. Non sarebbe male sapere cosa pensano davvero i cittadini, parlando di riqualificazione di una zona andando oltre la banale assemblea in cui difficilmente qualcuno può essere protagonista. Certo, gli alunni da portare all'università Fermo no ce li ha, ma guardando in prospettiva immaginate un Calcinaro che guida il pulmino diretto al mare per capire cosa vogliono giovani e anziani o un sindaco della montagna che decide di fare trekking mettendo a disposizione per qualche ora il suo ascolto.

Insomma, sorridiamo, è la normale reazione, ma poi riflettiamo e magari i sindaci di ogni colore scopriranno che potrebbe esistere un ‘bla bla’ della politica sui cui credere ancora.

 

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

I sindaci e l’illusione di contare

RAFserio

* Il Governo delle periferie spegne le periferie. Situazione paradossale. Le forze politiche che hanno vinto nei quartieri più poveri, dove il disagio era maggiore, oggi voltano le spalle a chi è in difficoltà e investono su altre priorità. Il Governo che ha vinto dimostrando all’Italia che il Pd, guida uscente, era il partito dei Parioli, ovvero dei ricchi, oggi non punta sul rilancio delle aree più povere.

Paradossale, ma reale. Perché il voto al decreto Milleproproghe ha cancellato, rinviandole di due anni, le risorse destinate a un centinaio di progetti di riqualificazione dei quartieri più complicati dei capoluoghi di provincia e delle aree metropolitane. Circa 300 i comuni rimasti a secco.

Ma la cosa più grave, oltre all’effetto di questa scelta politica che ha per il governo una base tecnica in un vizio di forma, è il ‘tradimento’ ai danni dei sindaci. Pochi giorni fa il numero uno dell’Anci, Antonio Decaro e il numero uno delle Marche, il Pd Maurizio Mangialardi, ci avevano messo la faccia parlando di intesa raggiunta con il premier Giuseppe Conte. Avevano rassicurato i colleghi, finendo anche per rompere il fronte d’azione, visto che alcuni non si erano subito fidati.

Oggi sono loro a prendere lo schiaffo più grande e ora non gli resta che urlare e magari, gesto estremo, presentarsi davanti al Parlamento con la fascia in mano da riconsegnare a quel Governo che li ha illusi non tanto sulle risorse, quelle si possono sempre trovare, ma sul fatto di avere un ruolo, di essere ascoltati e addirittura contare. Questo sì è lo schiaffo più grande. 

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Urlare oggi per non far morire il distretto domani

RAFserio

Non è ancora chiaro a tutti: o si urla oggi o si rischia un suicidio di massa. Il distretto calzaturiero fermano sta male. Se si va oltre il “ma tanto sono ricchi” e si pensa al contesto sociale, ai posti di lavoro, all’indotto, forse ci si rende meglio conto di quello che sta accadendo.

Nel silenzio, perché un’altra caratteristica di questo settore è il solidale ovattamento delle brutte notizie, salvo particolari invidie, ci sono calzaturieri che riducono personale, è un continuo via vai negli uffici dei sindacati e in quelli delle associazioni di categoria, che chiudono,che vendono o che provano la strada riuscita con successo al primo di tutti: il gruppo della famiglia Pizzuti. Ovvero la delocalizzazione obbligata con mantenimento solo di una piccola quota di alta qualità a Montegranaro.

È così che mentre si combatte per il made in, nuovamente affondato dall’Europa dei commercianti, ci si rende conto che produrre in Italia è fuori prezzo. Il problema è che una politica fiscale differente esula da ogni potere locale, incluso quello regionale dove l’Irap non è più un fattore.

Si continua a parlare di Ilva, ed è giusto, del settore automobilistico, sarà anche vero che gli investimenti della Tod’s valgono un bullone di una Ferrari come disse la Fiat rispondendo a Della Valle durante una dura diatriba verbale, ma è anche vero che bullone dopo bullone ci sono decine di migliaia di persone a rischio sussidio se qualcosa non cambierà.

E quindi? I calzaturieri, restii a dire che il mercato non è più quello dorato che li aspettava sull’uscio di casa, è evidente che da soli non possono vincere la sfida con il cambiamento. Non è l’e-commerce la soluzione, non lo sono le sneakers, non è neppure l’investire su Dubai o l’Arabia, il problema è strutturale.

Una grande mobilitazione dei calzaturieri italiani, anche se il sud con politiche fiscali mirate riesce ad aggirare il problema costo del lavoro, è necessaria. A Roma come a Bruxelles. Chi la deve condurre? Forse Assocalzaturifici, che già sta muovendo tasselli importanti tra casse integrazioni e contratti collettivi, di certo qualche grande nome, che se non aiuta i tanti piccoli produttori prima o poi resterà senza maestranze, svegliandosi improvvisamente dentro un fondo cinese con tanti saluti al leggendario made in Italy. 

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Di che colore è?

RAFserio

* Ma di che colore è? Ecco la domanda chiave che entra nelle teste dei cittaidni sempre più spesso. A questa si aggiunge anche ‘Da dove viene, di che nazionalità?’. Domande che nascondono al loro interno già una valutazione, una predisposizione a condannare e criticare, ad avversare e dileggiare. Di certo a respingere.

In più campi si affronta ormai questa domanda. Capita quando ci sono annunci di lavoro. Tutto sembra a posto, il contratto pronto, poi l’interruzione della trattativa non appena si scopre che magari il badante, l’operaio è nero o comunque proveniente da Africa o area araba in generale. Perché? Emerge il sospetto sulla persona, che magari neppure si conosce. È il dubbio che si insinua, fomentato dal contesto sociale sempre più preoccupato dall’altro, di quella persona che un piccolo film, “Io l’altro”, raccontò più di dieci anni fa con semplicità, mostrando come in pochi attimi nella persona di nazionalità e colore diversi non si riconosca più il soggetto amico, ma il volto pericoloso venduto da politica e media.

Il problema è che la domanda arriva anche di fronte ai fatti di cronaca. Dove non ci si preoccupa di sapere se il reo di violenza o spaccio o furto sia stato arrestato e magari condannato, ma si va a caccia della nazionalità, possibilmente anche dello status, visto che ormai l’immigrazione è l’unico tema di confronto tra cittadini e politici, per poter poi montare l’ennesimo assalto all’integrazione.

Questo stiamo affrontando oggi, un problema sociale che diventa anche lessicale. ‘La parola che cura’ è il tema di un festival che animerà il Fermano nei prossimi giorni. Mai come oggi serve riflettere sull’uso di ogni singola lettera che assemblata con tante altre diventa un’arma più violenta di una pistola. Poi, rispondere e dare la completa informazione è sempre auspicabile, perché nascondere serve solo ad alimentare sempre più il sospetto in chi parte con pesanti e pericolosi preconcetti.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

iolaltro

Ricostruzione: più parole che ruspe nel post terremoto

raffondinocolori

* Due anni fa la mia notte venne scossa alle 3.36 mentre dormivo a Montegallo. Tremava tutto, ma soprattutto fu il ruggito del sisma a entrarmi nelle orecchie. La corsa fuori di casa e davanti decine di persone, chi con i bambini in braccio, chi con le prime due cose che aveva trovato tra le mani. E per terra i primi segni, indimenticabili, di quella scossa: pietre e pezzi di camini, fino a che non sono crollati i muri.

Due anni dopo sono di nuovo a Montegallo. Per strada le macerie non ci sono, ma venti centimetri distanti dal bordo dell’asfalto, i mucchi sono sempre gli stessi di due anni fa. Tranne che in qualche punto, dove le demolizioni hanno raso al suolo la storia di intere frazioni. La gente non è più quella, non ci sono quelle decine di persone, perché in pochi hanno avuto la fortuna di avere una casetta e ancora meno hanno avuto il coraggio di costruirsi una capanna abusiva o posizionare un vecchio furgone in stile roulotte nel giardino fuori dalla casa lesionata.

Eppure in tanti sono pronti a ricostruire. Ci sono progetti, ci sono i soldi, almeno così si racconta sempre a ogni intervento politico, ci sono anche le norme. Ma non c’è purtroppo una sola ruspa che abbia come obiettivo costruire e non abbattere: sono tutte spuntate. Tutto fermo, questa è la realtà. E sentirsi dire ogni volta da chi comanda che “abbiamo messo miliardi, abbiamo dato un tetto a tutti, abbiamo portato via le macerie” fa male. Perché la gente chiede altro. E lo chiedono i sindaci e lo chiedono gli imprenditori e lo chiedono gli anziani che per la maggior parte popolavano i Sibillini.

Oggi Montegallo, ma vale per Pieve Torina o Ussita, è un gruppo di casette e un’area commerciale, non è più una comunità. Tanti sono gli sfollati del sisma, perché le case sono rimaste ferme ai puntellamenti. Bravi, come sempre, nell’emergenza. Incapaci nell’azione successiva. Paura della corruzione? E allora, piuttosto che due amministrativi in più a pensare cavilli, mettiamo finanzieri e carabinieri in mezzo ai cantieri ma facciamoli lavorare.

Dare potere alla base in questo momento è fondamentale. La centralizzazione ha forse garantito pulizia nelle azioni, ma anche stallo, inefficienza e quindi delusione, rabbia e sofferenza. “Fateci morire a casa nostra” dicono le signore di Arquata. “Fateci vivere a casa nostra” dicono i giovani di Amandola. Non c’è differenza alla fine, entrambi vogliono una casa. Vera però, non di compensato.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

 

'Piove governo ladro' e la periferia resta all'asciutto

raffondinocolori

* Mica facile in un colpo solo compattare destra e sinistra contro di sé. Non facile, soprattutto se dentro il maxi e arrabbiato gruppo ci sono anche molti esponenti del proprio colore. Ci è riuscito il Governo che si è autodefinito del cambiamento e che a oggi sta cercando di cambiare quanto fatto prima dagli altri senza riuscire a imporre la propria linea. Perché le promesse sono state troppe e così quando si esce dall’abilità mediatica di Salvini, che ha concentrato per mesi tutta l’attenzione sui migranti, ci si impantana nei numeri dell’economia. E allora bisogna tagliare gli 80 euro per favorire il proprio percorso economico.

E così bisogna tagliare i miliardi stanziati per il recupero sociale e urbanistico delle periferie per mance elettorali più ampie. Ma così facendo si è compattato il fronte degli enti locali e soprattutto si manda un pessimo segnale agli stessi elettori che sono stai convinti principalmente da un aspetto: Lega e 5 Stelle portano sicurezza, attenzione e ascolto ai territori. E invece, con un semplice articolo di un mastodontico decreto si cancella quanto atteso e programmato da milioni di cittadini, se si uniscono i 96 progetti che vengono stoppati. Per Fermo fermare la riqualificazione di Lido Tre Archi significa restare nelle mani della criminalità, significa non poter condurre un programma di integrazione delle decine di etnie completo ed efficace, significa illudere chi aveva da un anno cominciato a sperare. E non si raccontino favole su sentenze e affini contrarie al Bando Periferie, perché molti sindaci, come quello di Fermo, sono avvocati e le carte le sanno leggere e dicono altro, come lo ha detto la Corte dei conti certificando la convenzione con i capoluoghi di provincia.

Di fronte a questo, di fronte a tentativi di arrampicarsi sugli specchi, torna di moda un vecchio detto popolare. Ancora di più oggi a Fermo: “Tolgono di soppiatto i soldi alla riqualificazione delle periferie e dopo settimane...piove! Sarà un caso?”. La risposta a Calcinaro non serve neppure, è negli atti. A meno che qualcuno non li cambi, ascoltando i territori, come promesso di fare durante tutta la campagna elettorale.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

calcinarogovernoladro cance

#RisorgiMarche e il potere della musica

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“Una musica può fare, salvarti sull'orlo del precipizio”. RisorgiMarche funziona? I dubbi non verranno mai placati, neppure dai diecimila, magari davvero 15mila, che hanno affrontato il caldo per raggiungere Casalicchio. Ma i due appuntamenti fermani a Montefortino e Amandola hanno dimostrato che il festival funziona se i sindaci ci credono. Domenico Ciaffaroni e Adolfo Marinangeli da mesi, forse un anno, sono diventati i ‘nemici perfetti’. Perché due amici che hanno combattuto battaglie insieme, unendo la verve comunista al raziocinio democristiano, quando si dividono diventano una macchina da guerra pericolosa. Ma RisorgiMarche ha saputo ricucire ferite, anche se restano punti e sangue.

Uno ha dato forza all’altro, anche a livello comunicativo. Marinangeli brinda a Ciaffaroni e alla sua capacità di far mettere in sicurezza l’eremo e di organizzare eventi per dare un seguito a Paolo Belli, vedi il sold out alla sagra della trota che ha fatto sorridere tutti i commercianti. Ciaffaroni fa di più, va ad Amandola e partecipa perché i Sibillini hanno bisogno della loro città. E lo ha fatto anche pochi giorni prima quando critiche pesanti, e difficili da comprendere, hanno assalito il sindaco di Amandola sull’ospedale nuovo.

Può guardare tutti a testa alta Neri Marcorè. E la presenza del governatore Ceriscioli lo ha dimostrato. Non è perché ha investito poco meno di 300mila euro nel progetto che il presidente è arrivato scarpinando ad Amandola, ma perché la montagna ha bisogno della sua presenza. Tra poco cambierà il commissario straordinario, ma non i suoi vice, tra cui Ceriscioli. Deve imparare ad ascoltare il numero uno della Regione e magari tra una canzone di Marcorè e l’altra, ascolltando le critiche che piovono tra i prati in fiore e in mezzo alle Sae consegnate trovare spunti per cambiare e migliorare. cerimarco

“Una musica può fare amare soltanto parole” concludeva Max Gazzè. È chiaro che a Ceriscioli le parole non basteranno, come invece devono ritrovarle comuni Marinangeli e Ciaffaroni. E con loro i sindaci del cratere e a scendere i cittadini che devono credere nella ripresa senza alzare troppo l’asticella. Ermal Meta ha vinto Sanremo eppure tutti volevano Jovanotti. Surreale, ma come direbbe Gazzè: “Una musica può fare dove sei, non mi vuoi, stai con me”, ovvero volere tutto e il suo contrario.

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Iacopini, Calcinaro e il futuro che sarà

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* Una crepa che potrebbe fare bene. In fin dei conti il sindaco Paolo Calcinaro, che da tre anni vive come dentro le palle di neve che giri da ogni lato e sono sempre belle, ora sa che non tutto è perfetto.

O meglio, con le dimissioni dell’amico capogruppo della sua lista Piazza Pulita, che non fila tutto liscio lo ha fatto sapere a tutta la città. Perché di tensioni si parla da tempo. Quando se ne va un capogruppo, che tra l’altro è uno dei consiglieri di maggior spessore, il segnale politico è forte.

Mancanza di condivisione di azioni, più che di idee. Perché il programma Daniele Iacopini lo ha scritto insieme al sindaco e il programma sta andando avanti. Poi però entrano in gioco le azioni che il mondo di ‘Piazza pulita’, intesa in maniera più ampia come maggioranza, le vorrebbe condivise, frutto di un confronto e di comunicazioni puntuali. Invece, troppo spesso, il sindaco prende e fa.calciiacopini

“Almeno decide” dicono i calcinariani più convinti. Ma in politica gli equilibri si giocano anche a livello umano, figuriamoci dentro una coalizione unica nel suo genere in cui la metà di chi siede in Consiglio ha passato con il vicino di banco almeno 20anni della sua vita.

Amici prima ancora che consiglieri e per questo l’addio al posto di capogruppo di Iacopini è una crepa vera. Cazzuola e cemento o piccozza? Il sindaco deve scegliere cosa prendere in mano. Se chiude la crepa, puntando nel 2019 a una maggior valorizzazione dei suoi a discapito magari di qualche settimana in più di tempo che da perso diventerà guadagnato, terrà il gruppo compatto. Se invece ha scelto che nel 2020 la squadra deve cambiare e anche la sua organizzazione basata sull’amicizia più che sui ruoli, allora Iacopini si sarà sacrificato inutilmente e Calcinaro però saprà che continuerà a correre, ma spesso sarà solo. A meno che non scelga nuovi amici.

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Questura, Prefettura e Provincia: quando 1+1+1 non fa 3

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* La matematica non è la materia preferita del Fermano, ma neppure del Governo. La riprova arriva dall’inaugurazione della questura di Fermo. Il presidio di legalità, il simbolo per eccellenza della sicurezza in città, il luogo da cui partono ricerche e azioni mancava a questa provincia. Che parola strana che è ‘provincia’. E dire che è anche inserita nella costituzione. Ma politici e cittadini se ne ricordano solo quando c’è qualcosa che non va.

Giusto che al tavolo dei grandi in Prefettura ci fosse il sindaco del comune capoluogo, ma cosa c’è di più provinciale di una questura? Ha sede a Fermo, ma è il simbolo del territorio per antonomasia. Ma nessuno ha pensato di far parlare la presidente di questa piccola e combattiva provincia.

Ma quando c’è da rispondere su un tetto che crolla, tutti a cercare la presidente che gratuitamente dedica tempo della sua giornata al bene degli altri 39 comuni, considerando che uno è Monte Urano di cui è sindaca.

I sindaci, solerti a partecipare all’incontro con il ministro Salvini, se ne dovrebbero ricordare ogni giorno o quantomeno ad ogni assemblea che viene convocata e dove in troppi disertano. Se la matematica non fosse un’opinione, 1+1+1 farebbe tre. E invece a Fermo si dimentica il primo 1, ovvero la nascita della Provincia, maggio 2004, senza cui non ci sarebbero state né la Prefettura, 2011, né la questura 2018.

Oggi, due palazzi sono pieni, uno invece è semivuoto. Ma, pensate un po’, dei tre quello riconosciuto dalla costituzione è proprio quello provinciale, con le sue competenze svuotate in maniera irregolare da una riforma bocciata dai cittadini, e con i suoi cassetti vuoti, ma un tempo pieni di soldi per poter dare servizi.

Il ministro Salvini ha promesso ‘battaglia’ per far tornare al centro della vita istituzionale l’ente oggi guidato dalla Canigola. Ma non sarà facile, perché il Movimento 5 Stelle è da sempre contrario e così qualcuno dovrà cedere, sapendo che il Pd, fino a pochi mesi fa al Governo, dopo aver tentato di sopprimerle per dare ‘brioche’ agli anti casta non ha mai pensato di risolvere il vulnus post referendum. Lega contro tutti si perderebbe in partenza, lasciando questo status quo confusionario e irrispettoso delle persone che la guidano e ci lavorano.

Non resta quindi che la forza del territorio, partendo da quei 40 sindaci che vogliono l’erba sfalciata, che chiedono rotatorie, che sperano di portare i ragazzi in scuole sicure, che non vogliono l’aumento della Rca auto e che sperano di accelerare i lavori grazie ai tecnici provinciali. Quei sindaci che dovrebbero far sentire il proprio sostegno alla Provincia ogni giorno, non solo quando hanno bisogno o, peggio, quando non riescono a intercettare da soli o via conoscenze un funzionario o un assessore regionale.

Mentre ogni cittadino vedrà sfrecciare una nuova volante, noterà due uomini in più dietro un angolo a fermare un rapinatore o un vu cumpra, non dimentichi che senza il primo 1 gli altri non sarebbero mai arrivati e che quindi 1+1+1 non può fare due. 

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Al Fermano non basta nulla

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* La questura porta con sé il capo della polizia, il comandante provinciale dei carabinieri, il comandante provinciale della Guardia di Finanza e, entro un anno, il comando dei Vigili del fuoco. Riempite le etichette sulle porte, arriveranno anche gli uomini. Ne mancano tanti nel Fermano, ma è anche vero che è impensabile che tutto sia perfetto.

Resta il fatto che il Fermano migliorerà. Certo, paradossale che mentre apre una struttura, se ne chiuda un’altra, la Camera di Commercio. Come è paradossale che mentre apre la questura, la Provincia resti sempre più senza risorse, ma con maggiori problemi da gestire.

La politica corre come sempre su binari paralleli, con il problema in più che ogni tanto la corrente tira da una parte e ogni tanto dall’altra, creando situazioni di confusione e spesso di danno non solo apparente. Il cambio di Governo ha tolto riferimenti abituali alla Regione, prima, e ai comuni poi. Ma non che prima ci fosse questa attenzione da far star sereno il Fermano.

La gente è stanca e, dato preoccupante, ha anche smesso di ascoltare. Trenta persone all’incontro con il presidente della regione a una festa dell’Unità, altrettante per ascoltare chi voleva far comprendere cosa significa produrre rifiuti. La gente non partecipa più, ma pontifica e pensa di avere la verità semplicemente perché ha un cellulare e può navigare su internet.

Ecco, di fronte a questo quadro la nuova questura non avrà vita facile. Perché si chiederanno subito risultati, e magari un paio di operazioni sono già in cantiere per accompagnare il debutto del questore Soricelli. Risultati che ogni volta dovranno essere più alti, nelle aspettative. Perché ormai non si vive più di certezze, ma di percezioni. E quelle social sono le più difficili da soddisfare, ancora di più quando si parla, si promette e non si mantiene. O, stando al mondo social, non si asseconda il singolo volere. 

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Quando uno vale uno: il peso del voto

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* Un voto, un altro voto, un altro voto ancora. Sono giorni importanti per il Fermano, giorni in cui ogni singola testa può cambiare il corso della storia.

C’è il voto nell’urna. A Porto Sant’Elpidio, seconda città della provincia di Fermo, il nuovo sindaco uscirà dal ballottaggio. Da un lato la continuità, dall’altro il cambiamento. Continuità e cambiamento, due parole che sono state presentate come un ossimoro. Ora sta ai cittadini dare un contenuto a entrambe, perché Franchellucci e Marcotulli sono diversi praticamente in tutto, se non fosse per la volontà comune di potenziare i centri giovanili. Di certo, chi dei due indosserà il tricolore avrà di fronte a sé sfide impegnative, che vanno ben oltre quelle dibattute in campagna elettorale visto che Fim, Piazza e Ligmar hanno percorsi definiti. Ci sono le politiche sociali, le scelte sulla mobilità dolce, le strategie per fare del centro cittadino il cuore del commercio e della movida sana.

C’è il voto in una stanza. Come quello che a Fermo ha chiuso le porte al ricorso contro la riforma della Camera di Commercio. Un voto che lascia strascichi pesanti, con accuse che evidenziano come il bene comune non sia tale per tutti. Tanti gli interessi dietro ogni singolo voto di Giunta e Consiglio, tali che anche gli amici diventano nemici.

Ci sono i voti tra le macerie, pesanti come quello che non è arrivato in favore di un emendamento che avrebbe garantito la conferma dei professionisti chiamati a supportare i comuni nella ricostruzione. A fronte di un sistema completamente imballato, bisogna festeggiare per la proroga degli ammortizzatori alla Whirlpool, grazie al voto a favore del piano pensato dal senatore fermano Verducci.

Pesano i voti, in ogni campo. Spesso sono frutto di determinazione e coraggio, a volte di calcolo ed egoismo, ma sempre richiedono volontà. È quello che rende protagonisti anche gli insospettabili. Perché in certi momenti, uno vale uno per davvero. 

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Il grido dei Sibillini: serve lavoro. "Dopo Della Valle, il nulla"

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* “Il più grande cantiere d’Europa” è la frase che in modo elegante definisce la distruzione che si ha davanti agli occhi passando con la macchina tra Arquata, Montegallo, Montefortino, Amandola, Falerone, Pieve Torina e Camerino. Livelli di distruzione diversi, ma tutti uniti dal filo rosso del post sisma e della lenta, lentissima opera di ricostruzione.

“Ripartirete con il turismo” è la seconda frase che si è sentita ripetere spesso puntando sui prodotti locali e la bellezza della natura. Come se poi le strade chiuse, vedi quella che blocca i romani diretti tra Montegallo e Montemonaco, fossero un dettaglio.

“La verità è che serve il lavoro per far rinascere i territori” è invece il vero titolo che ha dato ai giornali il sindaco di Arquata Petrucci incontrando il neo premier Giuseppe Conte. 

Se questo verrà compreso, forse per i Sibillini ci sarà davvero un futuro. Inutile parlare di turismo mentre ci sono case con i tetti sfondati, con i ristoranti chiusi o, se fortunati, stipati dentro le aree costruite nell’emergenza. Serve di più. “Diego Della Valle lo ha fatto, ma dopo lui il nulla. Questo è il problema”.

ceriscioli whirlpoolE ora la Whirlpool (LEGGI EMENDAMENTO VERDUCCI), con la Regione che ha cambiato marcia ed è scesa in campo con un pacchetto di proposte, che si sommano a quelle di Confindustria, che si allineano a quelle della Cna, che seguono le pressioni dei sindaci che vedono a rischio il sistema sociale di paesi già feriti.

Lavoro è la parola chiave. Lavoro per l’edilizia, senza dubbio, ma soprattutto lavoro per i giovani, unica via per evitare lo spopolamento. Le signore, sedute sotto il porticato delle casette, “che sono piccole, 40 metri, non c’è neppure un ripostiglio, ma almeno sicure”, lo dicono: chi sta al mare non tornerà più. Ma se aprono fabbriche, 50 assunti alla Tod’s e tutti giovani dal cratere, se riparte il commercio, se si dà un motivo alle attività di vivere…allora si può.

Tante richieste sul tavolo di Conte, impegnato nel nuovo decreto sisma, tanti problemi da risolvere. Ma prima va salvata la Whirpool, poi dato un senso al gesto di Della Valle. Altrimenti l’esodo dai Sibillini, Arquata è passata da 1200 a 500 abitanti, non finirà mai e si renderà inutile anche lo sforzo di chi mette tempo e passione, Marcorè con RisorgiMarche, soldi, le donazioni da mezza Italia per scuole e amministrazioni, e know ho, i progetti di rilancio di Regione e Istao.

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Ponte di Rubbianello: cinque anni di nulla dopo il crollo

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